mercoledì, Dicembre 1

Umberto Eco: un’estetica fuzzy

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Ironia, tuttavia, non vuol dire comicità. Nel saggio ‘Il comico e la regola‘ (1980), Eco prende le distanze nei confronti delle teorie che attribuiscono alla comicità un carattere liberatorio ed eversivo. A suo avviso, in un regime di permessività assoluta non c’è carnevale possibile, perché nessuno si ricorda di ciò che viene messo in questione. In realtà il comico non è tanto diverso dal tragico: mentre nel secondo la regola viene sempre evocata, nel comico è taciuta, ma questo non vuol dire che non sia sempre operante: «la regola introiettata dal comico è talmente riconosciuta che non c’è bisogno di ribadirla». Il rapporto comico-tragico è perciò fuzzy, oscillante: ciò spiegherebbe «perché mai proprio l’universo dei mass media sia al tempo stesso un universo di controllo e regolazione del consenso e un universo fondato sul commercio e sul consumo di schemi comici. Si permette di ridere proprio perché prima e dopo la risata si è sicuri che si piangerà». Non diversamente nel saggio ‘Pirandello ridens‘ (1969), Eco sostiene che «si ride proprio e solo per ragioni assai tristi». Il riso implica una forte esperienza del conflitto: «gli angeli non ridono (…); il diavolo sì».

In effetti, sarebbe del tutto errato considerare l’estetica fuzzy come un’estetica conciliativa in cui le determinazioni opposte si scambiano e si confondono le une con le altre. Gli scritti più recenti di Eco prendono in attenta considerazione la tendenza a considerare tutto simile a tutto. Le origini di questo orientamento devono essere cercate nel neoplatonismo, il quale appunto pretende di eliminare le opposizioni e pone al sommo della scala degli esseri una entità inafferrabile e oscura (l’Uno) da cui tutto deriva per emanazione. Ne consegue che tutti gli esseri hanno un rapporto di affinità tra loro: il neoplatonismo, pur pensando l’Uno come il luogo della coincidenza degli opposti, anzi proprio per questo, è non solo un pensiero della conciliazione, ma anche un pensiero dell’elusione. Infatti, l’Uno è in se stesso insondabile ed inesprimibile; quanto all’universo essendo retto da una rete di similitudini e di simpatie cosmiche, di esso si può dire tutto e il contrario di tutto. Ogni determinazione si rivela insufficiente e inadeguata.

Il volume ‘I limiti dell’interpretazione‘ (1990) contiene una critica serrata e puntuale del neoplatonismo, la cui strategia comunicativa viene definita ‘semiosi ermetica’. Si tratta, per Eco, di una forma patologica della comunicazione, la cui influenza nefasta si estende attraverso i millenni, dall’ermetismo ellenistico al romanticismo, dal rinascimento al decostruzionismo. Il punto di partenza dell semiosi ermetica deve essere rintracciata nel sincretismo ellenistico: «molte cose possono essere vere nello stesso momento anche se si contraddicono» (p. 43), ma se si contraddicono esse contengono un messaggio segreto e dicono altro da ciò che sembrano dire. Tuttavia, poiché ogni cosa ha rapporti di analogia, continuità e somiglianza con qualsiasi altra cosa, qualsiasi determinazione sarà inadeguata: non appena si scopre che c’è un significato privilegiato, si può essere certi che non è quello vero. La semiosi ermetica rimanda, così, ad una interpretazione infinita che non si può mai arrestare e il cui unico contenuto è in fondo l’affermazione della coincidenza degli opposti. «Il pensiero ermetico trasforma l’intero teatro del mondo in fenomeno linguistico, e contemporaneamente sottrae al linguaggio ogni potere comunicativo» (p.45). Il sincretismo ermetico, peraltro, non induce i suoi seguaci ad un atteggiamento di umiltà: al contrario, poiché diffida di tutte le determinazioni e di tutte le opere, crea un vuoto che viene riempito dalla presunzione di detenere il segreto del mondo; il fatto che questo segreto sia inesprimibile pone l’adepto dell’esoterismo ermetico al riparo da ogni verifica e da ogni controllo e potenzia la sua arroganza.

Per Eco il fatto che gli opposti siano fuzzy, sfumati ed oscillanti, non implica che essi siano inesistenti: «anche se il mondo fosse un labirinto, non potremmo attraversarlo senza rispettare certi percorsi obbligati» (p.6). I messaggi e i testi possono avere molti significati, ma non tutti i significati! Non si ha «il diritto di dire che il messaggio può significare qualsiasi cosa» (p.9). «C’è un senso dei testi, oppure ce ne sono molti, ma non si può dire che non ce n’è nessuno, o che tutti sono egualmente buoni» (p.55).
L’attenzione di Eco non si focalizza. perciò. né sull’intentio auctoris (su ciò che l’autore voleva dire), né sull’intentio lectoris (su ciò che il lettore legge nel testo): la prima è troppo limitata, la seconda troppo arbitraria. Ciò che è importante è l’intentio operis: in altre parole, esistono dei diritti del testo che non devono essere cancellati dall’indeterminazione ermetica e che finiscono col coincidere con la causa della filosofia, in quanto discorso attento al suo ordine procedurale. Le estetiche conciliative sono tutte riportabili alla semiosi ermetica: il loro difetto fondamentale consiste non tanto nell’apologia dell’esistente (come secondo la critica ad esse rivolto dal pensiero radicale), quanto nell’autoannullamento del messaggio cui esse conducono. «Omnis determinatio est negatio», diceva Baruch Spinoza. Un pensiero indeterminato è semanticamente e strategicamente inefficace. La tesi di Eco consiste nell’opporre qualcosa al qualsiasi cosa neoplatonico.

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