domenica, Novembre 28

Umberto Eco: un’estetica fuzzy

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Il punto decisivo della strategia di Eco è l’adozione di una nuova teoria delle opposizioni. Egli discute la distinzione di origine aristotelica, secondo cui gli opposti sarebbero: a. correlativi o conversi (quando non si escludono, ma si richiamano l’uno all’altro; esempio: marito-moglie, comperare-vendere); b. contrari (quando esiste la possibilità di un medio termine; esempio: ricco-povero, bianco-nero); c. contraddittori (quando non è possibile via di mezzo; esempio: mortale-immortale, essere-non essere). Invece di privilegiare uno di questi tipi di opposizioni, Eco sostiene che, a seconda dell’asse semantico in cui è inserito, la stessa opposizione può essere correlativa, contraria o contradditoria (p.117-21). Per esempio, l’opposizione ricco-povero considerata come contraria, diventa correlativa se penso che la ricchezza di uno è il risultato della povertà dell’altro o contradditoria se povertà e ricchezza sono stabilite dalla provvidenza! La struttura dello spazio semantico, perciò, non è retta dalla contraddizione né dalla polarità: Eco introduce nello studio del linguaggio la fuzzy logic, la logica dei concetti vaghi o sfumati.

«L’incrociarsi delle circostanze e delle presupposizioni si annoda all’incrocio dei codici e dei sottocodici in modo da fare di ogni messaggio o testo una FORMA VUOTA a cui possono essere attribuiti vari sensi possibili» (p.196). I fenomeni culturali sono il luogo di una combinatoria, di una pluralità di legami che non possono essere ridotti ad un solo tipo. Lo studio dei segni di una cultura mostra unità equivoche, sememi aperti a una pluralità di letture: Eco, perciò, rifiuta la pretesa di molta semantica strutturale di portare alla luce, senza ombra di dubbio, le strutture immutabili e necessarie del significato. Ciò gli consente di condurre anche una critica radicale all’ideologia, comprendendo in questa non solo la visione conciliata ed armonica della società, ma anche la dialettica hegelomarxista.
Infatti ciò che caratterizza l’ideologia è appunto la pretesa di porre contrapposizioni assolute, mentre i segni stabiliscono soltanto opposizioni vaghe, sfocate, sfumate, molteplici. Ideologico, perciò, tanto il gramscismo quanto l’organicismo pareysoniano: l’ideologia, scrive Eco, «è una visione del mondo parziale e sconnessa: ignorando le multiple interconnessioni dell’universo semantico essa cela anche le ragioni pratiche per cui certi segni sono stati prodotti insieme ai loro interpretanti» (p. 369). Da ciò si può dedurre che Eco condanni tout court l’estetica come ideologia? Non mi pare che Eco arrivi mai a una conclusione del genere; anzi, egli sostiene che l’esperienza estetica «si batte, per così dire, per i diritti civili di un continuum segregato» (p. 335), cioè mette in evidenza e porta all’estremo aspetti che sono impliciti in qualsiasi produzione segnica. Piuttosto egli inaugura un’estetica fuzzy che si rivela quanto mai feconda nell’analisi delle produzioni letterarie ed artistiche della nostra epoca e che, stabilendo rapporti imprevisti, consente l’esercizio di un’ironia ingegnosa e scintillante. Il conflitto estetico per eccellenza, perciò, non è più la contraddizione o la polarità, e tantomeno l’armonia, ma l’ironia: entriamo con Eco in un orizzonte di sfumature e di transiti, sospettoso nei confronti delle formalizzazioni logiche (sia di quelle di matrice idealistica, sia di quelle di matrice strutturalistica).

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