domenica, Giugno 13

Umberto Eco: un’estetica fuzzy

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Per gentile concessione dell’Autore, pubblichiamo questo saggio critico che Mario Perniola aveva dedicato a Umberto Eco qualche anno fa.

 

Mentre Luigi Pareyson (non diversamente da Antonio Gramsci) intendeva la realtà come un luogo di tensioni tra termini che sono tenuti insieme dalla loro opposizione, Umberto Eco spezza l’assolutezza di tali rapporti. Per loro non esistono conflitti privilegiati, decisivi, risolutivi, cioè antagonismi dicotomici dalla cui contrapposizione dinamica dipende la comprensione globale della realtà; ciò non li spinge tuttavia verso teorie della pacificazione e dell’unità, ma verso teorie dei conflitti multipli, non gerarchicamente ordinati. Insomma cade completamente con loro il pathos che l’idealismo tedesco aveva messo sulla ‘lotta per la vita e per la morte’, sul rapporto speculare amico-nemico, sulla ineluttabilità dell’opposizione positivo-negativo, sugli antagonismi dominanti da cui deriverebbe il processo storico, sulle opposizioni classiche della storia della filosofia. Tra le categorie estetiche, perciò, è l’ironia quella che sembra più adatta ad illuminare la posizione di Eco. Tale nozione deve essere intesa in una accezione prossima a quella che le attribuisce Richard Rorty per designare l’atteggiamento intellettuale di chi sostiene le proprie opinioni, senza attribuire ad esse una validità assoluta .

L’orientamento fondamentale di Umberto Eco è rintracciabile già nel suo primo libro ‘Opera aperta. Forma e indeterminazione nella poetiche contemporanee‘ (1962). Nella sua magistrale analisi della poetica di James Joyce, Eco sottolinea l’abbandono della fiducia nella inalterabilità e univocità delle opposizioni. La realtà ha carattere polidimensionale; essa può essere messa a fuoco secondo molte fisionomie complementari. Spiegazioni che un tempo si escludevano l’un l’altra, ora potrebbero coesistere dando luogo a inedite opposizioni. Lo studio del linguaggio è ciò che consente di conferire un ordine nuovo, più sciolto e agile, agli elementi che formano la nostra esperienza. L’intenzione fondamentale di Joyce sarebbe così formulabile: «assumo il mondo sotto forma di quanto è stato detto circa il mondo, e lo organizzo secondo regole che non sono valide nei confronti delle cose, ma solo delle parole che esprimono le cose» (pp. 353-4).

Nell’opera Trattato di semiotica generale (1975) l’oggetto della riflessione di Eco non è soltanto il linguaggio ma ogni tipo di segno. Intendendo per segno «ogni cosa che possa essere assunta come un sostituto significante di qualcosa d’altro», ne deriva che la semiotica è una teoria generale della cultura che può occuparsi di qualsiasi cosa, indipendentemente dal fatto che esista.
Ironicamente Eco, perciò, la definisce una teoria della ‘menzogna’, o meglio «la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato per mentire» (p.17). Se pensiamo all’enfasi posta da Pareyson sulla nozione di ‘verità’, ci rendiamo conto di essere entrati in un orizzonte di pensiero che considera come ‘ingenua’ ogni pretesa di portare alla luce le strutture naturali o universali del significato. In altre parole, l’originalità della strategia di Eco non consiste tanto nel considerare l’estetica come parte della semiotica, quanto nel mettere da parte la metafora naturalistica dell’organicità su cui era fondato il primato della produzione estetica sugli altri tipi di produzione segnica. La specificità del prodotto estetico deve essere cercata altrove: nell’autoriflessività, nell’ambiguità, nella violazione della norma, cioè in elementi culturali, convenzionali. Ciò non esclude, per Eco l’importanza della produzione estetica, la quale anzi costituisce il modello ‘da laboratorio’ di tutti gli aspetti della funzione segnica (p. 328) e possiede, in modello ridotto, le stesse caratteristiche di una lingua (p. 338). Ma è certo che quel rapporto di polarità organica su cui Pareyson aveva costruito la sua estetica, deve essere lasciato cadere: «Il prodotto dell’invenzione semiotica, anche quando è visto come complessa funzione segnica, è sempre un segno ‘impreciso’. Le invenzioni non si dispongono in sistema di opposizioni nette, ma lungo un continuum» di trasformazioni (p. 320). La semiosi vive in un mondo di fatti: ciò limita l’assoluta purezza dell’universo dei codici (p. 211): perfino l’opposizione analitico-sintetico ha carattere convenzionale e quando la convenzione cambia, i giudizi analitici diventano sintetici e viceversa.

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