domenica, Agosto 1

Umberto Eco: un pomeriggio a Milano

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Ti chiedi cosa sia davvero un funerale: un saluto privato o una aperta manifestazione condolente? E perché ci stai andando? Non era dovuto. Umberto Eco non era stato tuo maestro, e tra l’altro non lascia allievi. Non aveva fatto scuola insomma. Eppure c’è un’emozione che ti ha sorpreso all’attimo di sapere.
Una specie di sentimentonazionale‘, che ti ha riportato a certe manifestazioni collettive del passato, quando il dolore non era filtrato attraverso la divulgazione televisiva ma in qualche modo aderiva alla poetica dell’eroe scomparso.
Era successo nel caso dei grandi personaggi dello spettacolo, di Totò come di Eduardo De Filippo, di Federico Fellini come di Vittorio Gassman, di Marcello Mastroianni come di Alberto Sordi
Era accaduto per quelle poche figure di capi-popolo che nella seconda metà del Novecento avevano scatenato e contenuto le masse, da Palmiro Togliatti a Enrico Berlinguer, ad Giorgio Almirante.
La folla attendeva alle loro esequie, non già per esaudire questa odierna bramosia guardona di sbirciare una salma o una bara, o peggio ancora di riconoscere un vip qualsiasi. Affatto. Quella gente anonima seguiva il proprio desiderio di testimoniare e di partecipare, e con ciò affermava: «Noi siamo italiani! Noi apparteniamo a questa comunità! Il tempo di questo morto è il nostro tempo!»

Era naturalmente una comunità interclassista, nel caso della politica basata sul rispetto dell’avversario, nel caso delle arti fondata sul riconoscimento del talento altrui, a prescindere dal gusto. Perché in una società sana e matura, in fondo, il gusto è l’espressione di un disagio, o almeno di una insipienza.
Oggi la morte non tace un bel nulla. Il motto di spirito, per carità, è da sempre ammesso, quasi necessario; ma la critica ‘da questo o da quel punto di vista’ se l’è dovuta incassare persino Umberto Eco, contro il quale si sono avventate alcune parodie di un estremismo da casa degli orrori o certi minimi studiosi di botteguccia.
Furio Colombo ha citato lo stupore del ‘New York Times‘: come era riuscito, Umberto Eco, a incarnare con pari forza il professore attivissimo, erudito e aggiornato e lo scrittore di milionario successo? «While he continued to make his scholarly peers uncomfortable with his pop culture celebrity, Mr. Eco saw no contradiction in his dual status.» La sua risposta era: «Mi penso come un serio professore che, durante i fine settimana, scrive romanzi». Non funzionava proprio così (Eco mescolava e dava carte) ma fa lo stesso. E comunque il suo planetario successo, in passato, aveva suscitato invidie furastiche, attenuate da falsi atteggiamenti di sufficienza.
Oggi che i ‘filosofi’ senza maestri nemmeno sognano di vendere un migliaio di copie dei loro illeggibili pamphlet, la rabbia è mutata in rassegnazione. E sopra tutto questo, la folla di un tempo. Una fila composta di persone in attesa di assistere alle esequie.
I discorsi dei ministri e una signora che singhiozzava; l’intervento un po’ troppo editoriale della sorella calma di Sgarbi e una decina di turisti incuriositi; il rimpianto delle ore trascorse col nonno da parte del nipote Emanuele e altri studenti, sconosciuti, che erano al Castello a salutare una leggenda che invece era un uomo; qualcuno che chiede a Roberto Benigni se preferisce intervenire in chiusura e lui che risponde amabilmente che no, che non vuole dir nulla. Bravo. È mancata una biblioteca, si è chiuso un labirinto.
Non si tratta di vuoti, di domani più poveri, di immagini consumate dalla pigrizia. C’è che in attesa del decollo pensi di aver partecipato a un corteo funebre, e che le parole sono rimaste beatamente dentro di te. «E dunque, Se il corsaro nero piange, guai all’infame che sorride. Ma guai allo stolido che si limiti a piangere. Bisogna anche smontare il congegno», Umberto Eco.

 

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