giovedì, Maggio 13

Umberto Eco e il fascino della marmellata nascosta Nessun artista può impossessarsi dello spazio postumo, perché non è più suo

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Nelle scorse settimane mi sono recato a visitare la casa di Alessandro Manzoni, in Piazza Belgioioso a Milano, soffermandomi con particolare cura nello studio in cui si ritirava a scrivere. Toccavo la sua scrivania, quella su cui appoggiava i fogli che riempiva con le gesta di don Rodrigo e di Renzo Tramaglino, guardavo gli strumenti con cui deponeva l’inchiostro sulla pagina. Tutto mi apparteneva, mi era familiare.  Lo stesso mi era accaduto a Recanati, nella nobile casa di Giacomo Leopardi o nell’umile dimora contadina in cui nacque e visse la sua infanzia Giuseppe Verdi, a Roncole di Busseto. Entrare in quei luoghi significa respirare una parte di noi stessi, toccare gli scalpelli che modellarono il nostro presente, avvertire che non vi è alcuna separazione con quelle persone che oramai fanno parte del nostro stesso Dna.
Nessun artista può impossessarsi dello spazio postumo, perché non è più suo. Butterei in discarica tutte le creazioni di Verdi se sapessi che aveva preteso di porre limiti alla mia riflessione, solitaria o collettiva, sulla sua opera.

Spero che il Professore non abbia ceduto, sarebbe comunque umano, a un filo di vanità, succede, ma preferisco i toni simpatici della prima cosa che avevo letto di lui, la prefazione al libro di Woody AllenSaperla lunga‘, anno 1973. Ero un ragazzino e avevo appena scoperto il genio del grande regista americano, che in una di quelle pagine disponeva, dissacrante, che un certo scritto andava pubblicato «postumo e dopo la mia morte, a seconda di quale dei due eventi si verificherà per primo».
Mi piacciono i geni che non si prendono troppo sul serio, come mi piaceva quell’Umberto Eco che, del tutto casualmente, sedeva accanto a me, tra il pubblico, una sera di quindici anni fa alla Milanesiana. Ascoltavamo il cineasta americano Terrence Malik il quale, ironia della sorte, ci diceva che lui non rivede mai i propri film, perché individuato un errore non poteva più correggerlo. S’era paragonato, Malik, a un giocatore di bowling che, lanciata la biglia, non poteva più deviarla, sebbene gli fosse chiaro che stava andando storta. Una metafora che vale anche per il semiologo bolognese, la cui biglia oramai è partita. A correggerla penseranno proprio i suoi ammiratori e gli studiosi.

In passato, quando leggevo qualche scritto sacro, mi ero imbattuto ne ‘L’imitazione di Cristo‘, a memoria cito un breve passaggio: «Presto la morte sarà qui presso di te, e quando sarei sparito dalla vista presto sparirai anche dal cuore». Un monito che vale per noi poveri cristi, al Professore non toccherà questa sorte, non c’è bisogno, dunque, di ulteriori pro memoria, sebbene per tutti, nessuno escluso, andarsene è difficile, oltre che doloroso. Più di quanto siamo disposti ad ammettere, ed è questo che ci fa così uguali, affratellandoci.

 

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