lunedì, Ottobre 25

Umberto Eco e il fascino della marmellata nascosta Nessun artista può impossessarsi dello spazio postumo, perché non è più suo

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Quando Monsignore tornò a casa, dopo una quindicina di anni, si degnò di rivedere i suoi vecchi amici, gente semplice, operai e muratori cottimisti per lo più. Lui veniva da Roma, dove oramai da anni ricopriva un qualche ufficio presso la Città del Vaticano. Giovanissimo era stato fatto Monsignore.
Gli amici lo accolsero con grande affetto, «Giovanni, come stai, che bello rivederti». Ma il giovane sacerdote, fasciato nel suo splendido clergyman sartoriale, non poteva cedere a tanto cameratismo, doveva difendere quella sacralità di cui ora si sentiva investito, così tenne a precisare: «Ragazzi, io adesso sono Monsignore, sarebbe rispettoso per santa madre Chiesa chiamarmi così».
Il più lesto a intervenire fu Roberto, il pizzaiolo che, interpretando il sentimento degli astanti, si lasciò andare a qualche espressione piuttosto colorita. Monsignore ne fu turbato, il suo animo sussultò, come se qualcuno ne avesse ferito il cuore immacolato. Scese un grande imbarazzo e il convegno si sciolse in silenzio.

Non saprei perché mi sia venuto in mente questo episodio, raccontatomi dal mio paziente pizzaiolo, quando sono stato raggiunto dalla telefonata di Daniela Bonanzinga, una nota libraia messinese, che nella città siciliana è stata in grado di portare la creme della letteratura italiana e internazionale, offrendo a tutti l’opportunità di vendere centinaia di volumi. Se un giorno i librai si metteranno a scrivere sugli autori, ci divertiremo.
Mi comunicava di avere pubblicato un post su un sito di librai, per commentare le ultime volontà di Umberto Eco, con le quali disponeva il divieto di convegni e altre manifestazioni su di lui per almeno anni 10. Queste le parole della libraia messinese, che è anche una solida donna di cultura: «Vorrei che i miei colleghi esprimessero un pensiero sulle volontà del Professor Umberto Eco. A me viene un’idea. Tolgo tutti i suoi libri, almeno dieci in questo momento, dal tavolo e aspetto che i suoi lettori mi chiedano quel tale libro. Sono certa che venderei a palate ‘Il super uomo di massa’, ‘Apocalittici e integrati’, ‘Trattato di semiologia’. Che strano non ha lasciato scritto di far scomparire i libri dalle vetrine. Esprimetevi cari colleghi è un tema molto interessante». Daniela è fatta così, il punto è che ci prende piuttosto di frequente perché conosce i suoi polli.

Il professore, dunque, chiede, alla moglie e ai loro figli, di non promuovere o autorizzare convegni e giornate di studio su di sé per 10 anni. Qualcuno, collaboratori strettissimi, parla di ‘idea geniale’, ma a me pare geniale la provocazione della libraia messinese, quando si chiede come mai il professore non abbia lasciato scritto di fare «scomparire i suoi libri dalle vetrine».

Mi domando perché un uomo che certamente aveva a cuore il tema della libertà, ci voglia privare del diritto di dibattere o pretenda che lo si faccia secondo regole stabilite da lui medesimo, come un arbitro che vuole controllare la partita senza muoversi dallo spogliatoio. Certo, sarà anche geniale, ma a me, che non posso vantare lo stesso genio del Professore, sembra un capriccio postumo. Mi spiace, ma non riesco a pensarla diversamente.
Umberto Eco è diventato ricco scrivendo libri di successo e vendendoli grazie anche ai muscoli dei librai, che sono coloro che faticano di più e guadagnano meno. La sua vita privata appartiene ‘anche’ alla sua famiglia, certo, il suo pensiero, invece, sul quale abbiamo investito tempo e danaro (ogni volta che abbiamo comprato e letto un suo volume), è cosa pubblica, suscettibile di confronti, dibattitti, critiche ed elogi. Non ci può essere concesso a intermittenza, quand’anche ciò fosse richiesto attraverso uno scherzetto geniale.
Il pensiero di uno scrittore si mischia con quello dei lettori, generando impressioni che non si possono più separare chirurgicamente, diventa un treno in corsa, inarrestabile. Il diritto di approfondire fa parte di questi miscugli, giacché ciò che la lettura genera è qualcosa di altro rispetto a ciò che fu scritto, e il risultato non appartiene più a chi scrisse, così come l’esegesi del suo pensiero.
Non si può leggere un quadro se abbiamo il naso schiacciato contro la tela, non è un caso che gli operisti non sono mai stati i migliori interpreti delle loro opere. Serve distanza, quella giusta. Se qualcuno impedisse il lavoro filologico sulle partiture, anche solo per dieci anni, ucciderebbe la musica o, perlomeno, la renderebbe banale. Nel rapporto con l’arte il fattore tempo è abolito, nessuno può decidere quando è il momento.

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