mercoledì, Aprile 21

Ultimi spasmi per l’Arabia Saudita?

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Gli studi spaziali hanno stabilito che nel momento esatto in cui una stella è sul punto di morire, cioè quando il suo nucleo diventa così instabile da iniziare ad auto-cannibalizzarsi, comincia a espandersi ben oltre le proprie normali dimensioni, mostrandosi come una gigante quando in effetti è nel suo momento più debole e vulnerabile. Stephen Lendman, analista politico veterano, autore acclamato e ospite radiofonico per Progressive Radio Network, crede che questa analogia sintetizzi l’esatto stato in cui si trova attualmente l’Arabia Saudita.

Sebbene molti possano affermare che il regno sia più repressivo e sotto controllo che mai, consolidato dai suoi miliardi di petrodollari e dal supporto dei suoi potenti alleati occidentali, Lendman crede piuttosto che la Casa di Saud sia sul punto di dissolversi – “un potere obsoleto condannato a sbriciolarsi in mezzo al potente rinascimento arabo”, ha detto a L’Indro.

L’Arabia Saudita si è allontanata dalla sua tradizionale politica interventista non militare dichiarando guerra totale allo Yemen il 25 marzo, e minacciando l’Iran di non sconfinare ulteriormente nel proprio “impero sunnita”, ha spiegato Lendman. Parlando con L’Indro riguardo l’impennata di aggressività del regno nella penisola araba, ha continuato: “L’Arabia Saudita è forte meno della metà di quanto appare … quasi all’opposto, in verità. Il bisogno di Riyadh di ricorrere alla guerra per mantenere il suo impero sotto controllo mi dice che il suo potere è in declino. Il drago sta scalciando e spingendo, poiché sente il proprio potere fuggire dagli artigli. Ma, alla fine, la distruzione arriverà dall’interno della Casa di Saud. Le riforme del recente governo di re Salman agiranno solo come ristoro temporaneo per una nave che sta già affondando”.

Ahmed Mohamed Nasser Ahmed, analista politico yemenita ed ex membro dello Yemen’s National Issues and Transitional Justice Working Group al National Dialogue Conference, è d’accordo, e spiega: “Le percezioni possono essere molto ingannevoli quando si parla dell’Arabia Saudita, specialmente da quando, negli ultimi decenni, i media occidentali hanno iniziato ad agire come addetti stampa personali di Al Saud. I reali di Al Saud vogliono proteggere quest’aria di stabilità e continuità. Ogni scheggia nell’armatura comporterebbe la perdita del supporto occidentale, specialmente di quello americano, e avere potenzialmente influenza nel MENA [Middle East and North Africa]. Ovviamente, dunque, Al Saud ha creato questo mito intorno alla propria casa. La realtà, tuttavia, sta per sbattergli in faccia.”

Continua notando che il regno è “piagato da dissensi politici velati”. “Il supporto alla monarchia fra la popolazione è il più basso da sempre, ed esistono tensioni settarie generate all’interno dello Stato per squarciare il tessuto stesso della società saudita”, ha continuato Ahmed. “Quando questo vulcano erutterà, non c’è modo di dire quanto lontano le scintille arriveranno. È probabile che la monarchia non sopravvivrà per raccontarlo”. Proprio come l’Arabia Saudita ha attuato quella che è sembrata essere una semplice transizione di potere dopo la morte di re Abdullah a gennaio, in aprile re Salman ha deciso di mostrare il proprio valore come alleato chiave americano attuando una rapida riorganizzazione del gabinetto, così come di posizioni chiave all’interno del proprio regno.

Esperti hanno notato che queste mosse rivelano un segno della debolezza dell’Arabia Saudita, e potrebbero definitivamente portare a un suo effettivo svelamento. E mentre gli USA guardano con gioia all’ascesa della prossima generazione di reali sauditi, dal momento che condividono interessi comuni nel petrolio, nella vendita di armi e nel controterrorismo, non tutti i reali sono entusiasti di venir rimossi dalla strada del potere.

In aggiunta a questa difficile situazione sulla bilancia politica, Salman deve combattere col mostro che ha supportato il suo trono e quelli dei suoi predecessori dando alla Casa di Saud la legittimazione religiosa – il Wahabismo, una reinterpretazione ascetica e repressiva dell’Islam. Incoraggiato dalla nozione di una “Guerra santa” contro tutti gli infedeli, le legioni di Wahabi stanno diventando sempre più difficili da contenere, ora che i fuochi di gruppi come lo Stato Islamico dell’Iraq e della Siria (ISIS) e al-Qaida diventano più luminosi giorno dopo giorno.

 

Consolidazione del potere

“Tramite una completa e improvvisa rottura con la tradizione, re Salman ha introdotto una serie di riforme brutali di vasta portata in termini di ripartizione del potere all’interno delle varie branche dell’albero familiare di Al Saud”, ha notato per L’Indro Akl Kayrouz, analista politico della regione del Golfo con base a Beirut. Kayrouz ha continuato: “Consolidando la sua stretta sul potere e promuovendo il suo clan sopra le altre fazioni reali, re Salman si è fatto nemico molti potenti reali, uno dei quali il principe Mugrin, il precedente designato erede al trono. È probabile che coloro che sono stati estromessi a favore dei numerosi figli del re agiranno ora per erodere la nuova base di potere. Il principe Mugrin ha le orecchie dello sceicco Khalifa bin Zayed Al Nahyan [leader degli Emirati Arabi Uniti]… e altre alleanze potrebbero formarsi sullo scenario delle dispute regionali”.

Dopo l’incoronazione in gennaio, Salman, uno dei “Sette Sudairi”, ha nominato il nipote, il principe Mohammed bin Nayef, come secondo principe ereditario dopo il principe ereditario Mugrin. Mentre il decreto ha colto molti di sorpresa, la nomina ha incontrato poca resistenza – almeno ufficialmente – e l’America ha accolto la transizione di potere come un successo. Dopo pochi mesi di potere Salman ha gettato un’altra bomba rimpiazzando il principe Mugrin, la cui nomina come principe ereditario era stata sigillata dal precedente re Abdullah, e nominando al suo posto il principe Mohammed bin Nayef.

Favorito da Washington, Nayef è stato per lungo tempo visto come un alleato chiave americano nel Medio Oriente, specialmente all’interno della strategia di controterrorismo di Washington. Rompendo con la tradizione di portare la terza generazione di reali più vicina al trono, Salman non si è fermato all’esclusione del suo mezzo fratello, il principe Mugrin – si è assicurato la sua propria linea di successione nominando suo figlio, il principe Mohammed bin Salman, come secondo principe ereditario.

Inutile a dirsi, questa nuova trinità di potere ha lasciato l’amaro in bocca a molti reali”, ha notato Kayrouz. Ma Salman non era ancora soddisfatto. In aprile ha rimpiazzato il sofferente ministro degli esteri, il principe Saud Al-Faisal, con un non reale, Adel Al-Jubeir, che ha servito come ambasciatore a Washington. Il principe Saud, ministro degli esteri dal 1975, voleva lasciare l’incarico. Jubeir è stato portavoce pubblico negli USA per l’intervento in Yemen. La sua esperienza gravita intorno alla sua conoscenza delle politiche USA e di come funziona la burocrazia di Washington – conoscenze che la monarchia saudita trova molto utili, dal momento che il regno lotta per mantenere l’Iran sotto controllo mentre si assicura il supporto americano.

“Se le riforme di re Salman sono state ritenute come necessarie da molti poteri occidentali, la maggior parte ha fallito nel comprendere le increspature che quelle retrocessioni e promozioni porteranno nel tessuto della monarchia. Il regno è stato intrecciato su un’alleanza tra la Casa di Saud e il Wahhabismo. Gli sviluppi potrebbero provare che quest’ultimo accelererà la fine del primo”, ha avvertito Mojtaba Mousavi, analista politico iraniano e caporedattore dell’Iran’s View, parlando con L’Indro. Niente urla vendetta più di queste ambizioni ferite”, ha aggiunto.

 

I semi del dissenso

Con personalità del calibro del principe Mugrin, del principe Mishaal e del principe Turki (Mishaal e Turki sono entrambi figli del precedente re Abdullah) tagliate fuori dalla strada per il potere, restano irrisolte molte questioni quando si arriva a parlare del futuro dell’Arabia Saudita, probabilmente una delle teocrazie più violente e reazionarie del mondo. Nonostante il principe Mitab, un altro figlio del precedente re, rimanga comandante della Guardia Nazionale Saudita, voci di corridoio a Riyadh suggeriscono che anche questo stia per cambiare. La guerra in Yemen potrebbe effettivamente servire come un trampolino di lancio per la progettata dipartita di un potente sfidante all’autorità di Salman.

La Guardia Nazionale è la “guardia pretoriana” della famiglia: difende la capitale, le moschee sacre a La Mecca e a Medina, e l’industria del petrolio. Le truppe della Guardia Nazionale hanno occupato Bahrain dalla Primavera Araba del 2011 per tenere una minoranza della monarchia sunnita al potere. Se la guerra in Yemen dovesse diventare un’offensiva sul campo, è probabile che la Guardia Nazionale sarà chiamata in azione, lasciando molto del destino del regno nelle mani del principe Mitab – a meno che anche lui non venga tagliato fuori dall’equazione del potere.

Ma oltre alcuni ego feriti giace il paradosso dell’Arabia Saudita – un paradosso in qualche modo personificato dal principe Mohammed bin Nayef. Figlio dell’ultimo principe ereditario Nayef, anche conosciuto come il “Principe nero” per i suoi modi reazionari, il principe Mohammed bin Nayef è stato un feroce avversario di al-Qaida, supportando al contempo le tradizioni Wahhabi saudite nel proprio territorio.

A 55 anni, è conosciuto soprattutto per aver sconfitto i violenti tentativi di al-Qaeda di rovesciare la Casa di Saud un decennio fa, quando spedì i rimasugli del gruppo nelle aspre montagne del vicino Yemen. È anche sopravvissuto a un tentato assassinio. È presidente del comitato politico e di sicurezza del regno, che coordina le questioni di sicurezza, ma gli attivisti dei diritti umani hanno criticato il suo ruolo come ufficiale in capo alla polizia della nazione, mentre gli esperti di sicurezza hanno applaudito i suoi sforzi contro il terrorismo.

Il principe bin Nayef si è incontrato col presidente Barack Obama nello Studio Ovale il 12 dicembre per discutere di questioni locali e del terrorismo. Al tempo F. Gregory Gause III, eminente professore di questioni internazionali alla Texas A&M University, lo ha definito “l’ufficiale saudita preferito dall’America”.

“Il principe Nayef, come suo padre, è un fiero difensore delle tradizioni dell’Arabia Saudita, e questo è ciò che si chiama Wahhabismo. Dal momento che è stato il Wahhabismo a ispirare gruppi come l’ISIS, dobbiamo chiederci quanto a lungo il regno si aspetta di rimanere sui binari tracciati dal proprio estremismo”, ha detto l’analista politico Mojtaba Mousavi.

 

Prendere fuoco

L’attentato suicida del 22 maggio contro la comunità sciita in Qatif, una provincia orientale dell’Arabia Saudita, che l’ISIS ha rivendicato, potrebbe preludere a ciò che sta per accadere nel regno.

“L’attacco di Qatif da parte dell’ISIS deve essere compreso come prova che il regno sta perdendo il controllo sul suo centro di potere religioso. Il trono si è affidato ai chierici Wahhabi fintanto che c’è stato un Al Saud al potere. C’è una forte interdipendenza tra le due cose”, ha notato Kayrouz. “Comunque” ha aggiunto, “un decennio di iper-radicalizzazione e di promozione del settarismo per servire l’agenda egemonica hanno conferito potere al già reazionario clero Wahhabi. Le fazioni ultra-religiose all’interno dell’Arabia Saudita non aspettano altro che di imbastire una grande guerra santa contro tutti gli infedeli – specialmente l’Iran sciita”. Asserendo che l’attacco in Qatif era un tentativo di spedire il regno nell’agonia di un conflitto settario, Kayrouz crede che le fazioni opposte a re Salman stiano sfruttando le frustrazioni Wahhabi per destabilizzare il più possibile il trono.

Facendo eco alle valutazioni di Kayrouz, l’analista politico yemenita Ahmed Mohamed Nasser Ahmed ha notato che lo Yemen potrebbe potenzialmente giocare un ruolo decisivo nel disfacimento del regno. Ha puntato l’attenzione su ciò soprattutto perché “il fato della guerra è stato lasciato nelle mani del principe Mohammed bin Salman [il precedente principe ereditario dell’Arabia Saudita e ministro della difesa], un leader senza esperienza”.

“Il principe bin Salman ha guidato l’Arabia Saudita in un pantano nello Yemen. E poiché è improbabile che ammetterà la sconfitta, disordini e instabilità si diffonderanno dallo Yemen, contaminando il regno. Quanto ci vorrà prima che l’ISIS varchi i confini settentrionali dello Yemen?”, ha chiesto Ahmed. Sedendo nel mezzo di una polveriera, l’Arabia Saudita mostra molte delle caratteristiche di una rivoluzione in corso: l’incremento della povertà e delle ineguaglianze sociali; una violenta repressione della polizia; settarismo e nepotismo rampanti; dissenso politico latente; e un’impopolarità dilagante nel territorio. Come gli esperti hanno notato, potremmo solo star aspettando che qualcuno accenda un fiammifero.

 

Traduzione di David Valentini

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