lunedì, Agosto 2

Uganda, vittoria contro una multinazionale petrolifera image

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petrolio sudan

Il 14 luglio scorso la Corte d’Appello ugandese ha condannato la multinazionali petrolifera inglese Tullow per frode fiscale condannandola a pagare 400 milioni di dollari.
La disputa risale al 2009 -2010 quando la Tullow vendetti i diritti di esplorazione presso i giacimenti del lago Alberto alla multinazionale cinese CNOOC e alla multinazionale francese Total. La transazione commerciale fu fatta senza il consenso del governo ugandese e privò al fisco di 400 milioni di dollari non versati dalla Tullow.  La Corte d’Appello ha comunque specificato che alla somma da rimborsare deve essere detratto il 30% equivalente agli anticipi già versati. La posizione fiscale della Tullow nei confronti dell’Uganda deve essere regolarizzata entro agosto e saranno applicati gli interessi passivi del 2% equivalenti a 8 milioni di dollari.

La difesa della multinazionale inglese si è limitata nel contestare l’importo dovuto al fisco e l’applicazione degli interessi passivi anche se totalmente al di sotto della percentuale normalmente applicata che in Uganda varia dal 18 al 22%. Una difesa che rischia ora di aumentare il totale da pagare alla Ugandan Revenue Authority. L’evasione fiscale attuata dalla Tullow ammonta a 542,7 milioni di dollari. I 142,7 milioni di differenza rientrerebbero nelle facilitazioni fiscali decise dal governo verso gli investimenti petroliferi. Investimenti di cui la Tullow non ha mai presentato bilanci e prove concrete. La multinazionale inglese ha tempo 30 giorni per presentare tali documenti. Nel caso contrario sarà costretta a rimborsare l’intera somma oggetto dell’evasione fiscale. Gli investimenti riguarderebbero il periodo febbraio 2012 – febbraio 2013. La Corte d’Appello approvando questa sentenza ha invalidato la decisione unilaterale del Ministero della Energia di condonare l’evasione fiscale. Decisione presa senza informare Parlamento e presidente.

Vi sono forti probabilità di un’apertura di indagini per confermare o meno il sospetto di corruzione attuato dalla Tullow verso il Ministro dell’Energia. In un comunicato stampa emesso il 16 luglio scorso la multinazionale inglese ha espresso tutto il suo rammarico sulla sentenza considerata ingiusta e priva di basi giuridiche, minacciando il ricorso all’arbitraggio internazionale. Consapevole che l’arbitraggio internazionale, finanziato dalle stesse multinazionali, tende a sentenze contro gli interessi dei singoli Paesi, il governo ugandese ha ribadito che la sentenza del proprio sistema giudiziario non è revocabile ed ha abbinato il pagamento dell’evasione fiscale alla concessione delle licenze di sfruttamento petrolifero. Le attività di sfruttamento petrolifero dovrebbero iniziare nel 2016 e ci potrebbero essere delle sorprese sulle licenze di sfruttamento non solo legate al pagamento dell’evasione fiscale compiuta dalla Tullow. Delle tre multinazionali che hanno attuato le attività di esplorazione, CNOOC, Total e Tullow solo la multinazionale cinese ha ottenuto la licenza.

Le multinazionali europee rischiano di essere escluse causa la loro opposizione ai piani petroliferi nazionali che prevedono il 60% della produzione destinata al mercato regionale. Se le licenze di sfruttamento petrolifero fossero affidata ad altri concorrenti alla Total e Tullow rimarrebbero solo i guadagni provenienti dalla vendita dei dati delle attività esplorativi, profitti di ben poco conto se confrontati con quelli derivanti dalla estrazione di greggio per un periodo di 30 anni. Informazioni non ancora confermate parlano di nuovi investitori in attesa di sostituire queste multinazionali in cui figurano multinazionali russe e la ENI. Per evitare speculazioni e frodi fiscali sul passaggio di diritti petroliferi, bloccando così il mercato speculativo delle multinazionali, il governo nel 2013 ha varato la legge Public Finance Bill che prevede il consenso del Parlamento su tutte le transazioni finanziarie inerenti alle attività petrolifere e uno stretto monitoraggio da parte del fisco. Il Presidente Museveni fin dal lontano 1988 considera la manna dell’oro nero un tesoro nazionale da non svendere alle potenze industrializzate.

Assieme al suo omologo keniota: Uhuru Kenyatta, la visione strategica è quella di trasformare i principali produttori petroliferi della regione: Kenya e Uganda, come i principali motori dell’industrializzazione e dello sviluppo economico regionale per uscire dalle cicliche crisi belliche e per entrare nella lista dei paesi industrializzati. La politica nazionalista sugli idrocarburi è sempre stata evidenziata dal governo ugandese che non ha mai esitato ad andare contro le multinazionali occidentali, rifiutando all’ultimo momento l’accordo con ENI nel 2007 ed eliminando nel 2009 la multinazionale Heritage. Su quest’ultima pende un provvedimento legale per la transazione non trasparente dei diritti di esplorazione effettuata con la Tullow e pari a 434 milioni di dollari. Il contenzioso è stato vinto dal governo ugandese nel 2013 presso il tribunale internazionale di Londra.

L’obiettivo di trasformare l’Uganda in una paese industrializzato, coerente alle previsione fatte dalla Banca Mondiale, spinge il governo ad applicare una nuova e inaspettata politica verso il settore privato per regolare le attività non solo delle multinazionali occidentali ma anche di quelle asiatiche e degli imprenditori nazionali. Il 17 luglio 2014 il Public Procurement and Disposal of Public Assets Authority (PPDA), ente governativo che regola le gara d’appalto pubbliche, ha interdetto la partecipazione di 91 ditte ugandesi, sopratutto nel settore edile, considerate non all’altezza del compito e sospettate di corruzione, inadempimento degli obblighi contrattuali ed evasione fiscale.

L’identità delle  91 ditte soggette al provvedimento è stata pubblicata sui maggiori quotidiani nazionali. La pubblicazione dei nomi dei proprietari, direttori e amministratori delegati chiarisce l’intento governativo di recare il maggior danno possibile, compromettendo la possibilità di questi imprenditori di continuare le loro attività causa mancata credibilità. Il provvedimento esclude automaticamente queste liste dalla possibilità di partecipare anche a gara d’appalto organizzate da Ong, Nazioni Unite, USAID (cooperazione americana), Unione Europea, Banca Mondiale, Banca Africana per lo Sviluppo e altri donor internazionali. Anche varie multinazionali cinesi sono sotto il mirino della giustizia ugandese, accusate di corruzione e lavori al di sotto dei standard internazionali previsti dai contratti. 

 

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