mercoledì, 1 Febbraio
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Uganda: solidarietà e umanità per affrontare l’emergenza profughi del Sud Sudan

Niente campi profughi permanenti ma politiche ben più integranti, anche se costose

I 1,2 milioni di profughi sud sudanesi si vanno ad aggiungere ai 180.000 profughi sfuggiti dalla drammatica crisi sociale e politica in Burundi e ai quasi 800.000 profughi provenienti dal Congo, Eritrea, Etiopia e Somalia. Oltre ai profughi l’Uganda ospita quasi 3 milioni di immigrati economici, 230.000 studenti stranieri e uno spaventoso numero di clandestini che potrebbe arrivare ai 1,5 milioni di persone che temporaneamente soggiornano nel Paese tra essi almeno 2000 europei o occidentali. Sommando queste categorie gli stranieri rappresentano il 25% della popolazione ugandese. Grazie alla rivoluzionaria, costosa ma umana gestione dei flussi migratori il governo ugandese si è evitato tutte le conflittualità sociali, il razzismo e la xenofobia, mali tipici delle società europea e americana. L’esperimento ugandese dimostra che se un clandestino o un profugo riceve la possibilità di essere integrato nella società ospitante il tasso di criminalità legato ai flussi migratori si riduce del 86%. Fin dalle elementari ogni bambino ugandese riceve due importanti insegnamenti: la nazionalità non prevale sul senso di umanità e solidarietà verso il prossimo. Gli immigrati portano ricchezza materiale, intellettuale e morale e non problemi.

Per risolvere la situazione dei profughi sud sudanesi il governo attende gli 8 miliardi di dollari necessari che le Nazioni Unite stanno tentando di raccogliere. In caso che arrivassero solo 3 miliardi il governo pensa di favorire l’integrazione del profugo nella società ugandese consentendogli di stabilirsi dove più gli aggrada e aiutandolo a trovare lavoro o aprire una attività produttiva, rispetto al pacchetto di aiuti classico: casa e terreno coltivabile. La prima opzione costa di meno. Educazione e Sanità verranno comunque mantenute gratuite e il loro accesso semplificato: basta presentare la carta di rifugiato.

La rivoluzionaria gestione dei profughi adottata dall’Uganda basata sui principi di solidarietà e rispetto umano include un paradosso storico. La politica imperiale adottata a partire del 1991 dall’Uganda per il controllo delle risorse naturali regionali è il principale fattore di instabilità e guerre regionali, quindi anche dell’aumento dei profughi. Nel 1991 l’Uganda aiutò i profughi ruandesi a riconquistare il loro Paese distruggendo il regime HutuPower. Nel 1996 l’Uganda partecipò assieme ad Angola, Burundi e Rwanda, nella prima guerra Panafricana che rovesciò la dittatura di Mobutu Sese Seko in Congo (all’epoca Zaire). Nel 1998 partecipò sempre in Congo alla seconda guerra Panafricana che durò fino al 2004. Nel 2011 l’Uganda si intrufolò nella guerra civile nella vicina Repubblica Centrafricana con la scusa si combattere i guerriglieri ugandesi del Lord Resistence Army che avevano creato delle basi militari in Centrafrica. Nel 2014 l’Uganda decise di sostenere l’ex presidente Salva Kiir entrando in pieno nella guerra civile del Sud Sudan. Le truppe ugandesi si ritirarono nel 2015

Ogni guerra imperiale condotta dall’Uganda è legata alla rapina delle risorse naturali. In Congo: oro e coltan. In Sud Sudan il petrolio, In Centrafrica i diamanti. L’Uganda è diventato uno dei principali Paesi regionali ricettatore dei traffici illeciti di oro, coltan e diamanti, che contribuiscono, in modo ovviamente non ufficiale, al 38% del PIL nazionale. In sintesi la rinascita economica e sociale ugandese è basata sulle guerre e le rapine condotte nei Paesi vicini più deboli. Di conseguenza l’Uganda è uno tra i principali fattori che generano profughi. I detrattori del regime di Museveni affermano che è facile assicurare una costosa assistenza ai profughi con i soldi ricavati dalla guerra e dalla rapina compiute nei loro Paesi.

Per fortuna ora l’Uganda si sta stabilizzando su una politica estera meno aggressiva. Le avventure militari in Congo, Sud Sudan e Centrafrica sono terminate. Rimane solo l’impegno contro il terrorismo salafista di Al Shabaab in Somalia che dovrebbe terminare con la distruzione di Al Shabaab prevista entro il 2018. Il disimpegno militare nella regione è ora possibile in quanto basta il deterrente militare posseduto dall’Uganda per assicurarsi il controllo di materie prime all’est del Congo e Centrafrica mentre il Sud Sudan ha accumulato uno spaventoso debito nei confronti dell’Uganda e del suo aiuto militare che sarà pagato in petrolio. Il rimborso in natura del debito contratto permetterà alla raffineria di Hoima (centro Uganda) di raffinare una significativa percentuale del greggio sud sudanese destinata per il consumo interno o per l’esportazione. L’esercito ugandese detiene la seconda aviazione militare più potente dell’Africa dopo l’Egitto ed è la quarta potenza militare del Continente.

La gestione umana e solidale dei profughi nasconde anche convenienze geo-strategiche e rafforzamento della stabilità politica del regime ugandese. I profughi ruandesi, fuggiti dalle pulizie etniche contro i tutsi negli anni Sessanta e Settanta, formarono il nucleo d’acciaio della guerriglia di Museveni e permisero al guerrigliero marxista di conquistare il potere. Gli stessi profughi ruandesi furono la prima ondata d’urto della conquista del Rwanda guidata dal guerrigliero marxista e attuale Presidente Paul Kagame. I profughi Banyamulenge (tutsi congolesi) furono utilizzati nella prima guerra Pan Africana in Congo per abbattere il regime di Mobutu Sese Seko. I profughi congolesi sia bantu che tutsi sono stati utilizzati nelle due ribellioni Banyarwanda in Congo: 2009 la ribellione del Generale Laurent Nkunda, 2012 la ribellione del Movimento 23 Marzo (M23).

Negli appuntamenti elettorali i profughi vengono utilizzati come riserva elettorale per assicurare la vittoria al presidente Museveni che comanda dal 1987. Un’occasione unica per il rifugiato anche se basata purtroppo su frode elettorale. Per inserire i rifugiati nelle liste elettorali le autorità governative annullano il loro statuto offendo immediata  cittadinanza non revocabile. Si calcola che nelle contestate elezioni del 2011 almeno 300 mila profughi (sopratutto congolesi) abbiano ricevuto la cittadinanza. Nelle elezioni del 2016 non si conosce il numero esatto ma non dovrebbe essere molto diverso da quello registrato nelle precedenti elezioni. “Come in tutti gli aspetti della vita anche la gestione dei rifugiati in Uganda presenta dei lati oscuri che coinvolgono aspetti militari e politici. Ma preferisco accettare questi compromessi e doveri di riconoscenza in cambio di potermi sentire un essere umano utile e inserito nella società ospitante che mi offre la possibilità di rifarmi una vita rispetto alle condizioni che sarebbero a me riservate in Europa”, afferma un ex professore universitario congolese, profugo in Uganda dal 1996.

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