sabato, Dicembre 4

Uganda-Rwanda: in bilico la reputazione sui rifugiati A seguito di denunce da parte dell'ONU, sono stati appurate frodi e appropriazioni indebite di fondi destinati ai rifugiati sud sudanesi commessi da diversi alti funzionari

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 Il Presidente Yoweri Katuta Museveni è stato costretto ad affrontare una situazione molto imbarazzante che ha minato la reputazione internazionale dell’Uganda nella gestione dei rifugiati. A seguito di denunce da parte delle Nazioni Unite, sono stati appurate frodi e appropriazioni indebite di fondi destinati ai rifugiati sud sudanesi commessi da diversi alti funzionari del Ministero dell’Assistenza Umanitaria e Disastri Naturali. Implicato anche Apollo Kazungu il Commissario del ufficio del Primo Ministro. Lo scandalo è stato confermato da Musa Ecweru ministro dell’Assistenza Umanitaria.

Giovedì 8 febbraio il governo ha sospeso cinque alti funzionari del Ministero coinvolto e la magistratura ha aperto una inchiesta ufficiale. La pronta reazione è tesa a riabilitare la reputazione che gode l’Uganda, Paese modello nelle politiche migratorie e accoglienza dei rifugiati. «La tolleranza zero alla corruzione non è per noi uno slogan. Abbiamo immediatamente sospeso i funzionari sospettati di aver speculato sui fondi destinati ai rifugiati sud sudanesi. Ora sono soggetti a indagine giudiziaria», afferma il Ministro Ecweru. «Il governo prende in seria considerazione le accuse rivolteci dalle Agenzie ONU, per questo abbiamo preso fulminei provvedimenti e autorizzato una indagine», informa alla Reuters  Julius Mucunguzi portavoce del Primo Ministro.

Lo scandalo è emerso dopo che il Coordinamento delle Agenzie Umanitarie ONU operanti nel Paese è riuscito a recuperare indizi che portano a presupporre che siano state dirottate ingenti quantità di cibo e fondi destinati all’assistenza di 1,5 milioni di rifugiati sud sudanesi. Vi è anche il sospetto che il numero dei rifugiati sia stato aumentato di circa 200.000 persone per dirottare maggiori derrate alimentari e finanziamenti. Il Coordinamento Umanitario ONU ha chiesto un audit finanziario e una verifica delle distribuzioni alimentari. Ha inoltre richiesto una verifica sul censimento dei rifugiati presenti nei campi profughi in Uganda.

I principali donatori internazionali: Unione Europea e Stati Uniti hanno richiesto una indagine indipendente. L’Ambasciatrice americana a Kampala Deborah R. Malac concorda nell’affidare questa indagine all’Ufficio Anti Frodi della UE. «Una indagine indipendente si rende a questo punto necessaria per constatare il danno recato. Occorre che il governo ugandese si impegni a restituire i fondi sottratti e a punire severamente i colpevoli. Una mancata collaborazione rischia di incrinare seriamente i rapporti tra Uganda e Stati Uniti» ha affermato l’Ambasciatrice Malac. Una richiesta sensata visto che la corruzione ad alto livello in Uganda è spesso tollerata dal Presidente Museveni che la utilizza per mantenere gli equilibri politici che gli permettono di restare al potere e impedire colpi di Stato o ribellioni armate.

Lo scandalo sulla pelle dei rifugiati sud sudanesi rischia di compromettere l’impegno della Comunità Internazionale nell’assistenza di altri rifugiati. L’Uganda ospita oltre 400.000 burundesi fuggiti dalle violenze del regime razial nazista di Pierre Nkurunziza. Dallo scorso gennaio si assiste ad un flusso di profughi provenienti dal Nord Kivu, Congo. Questa  settimana si  registra un picco con l’arrivo di 22.000 congolesi che hanno attraversato con mezzi di fortuna il Lago Alberto che divide i due Paesi. Entrambi i rifugiati (dal Burundi e dal Congo) fuggono violenze e guerre di cui il governo ugandese è in un qualche modo responsabile. Il Presidente Museveni ha sempre mantenuto un atteggiamento ambiguo rispetto al dittatore burundese Nkurunziza impedendo una rapida soluzione alla crisi o il supporto dell’esercito di liberazione composto da FNL, FOREBU e RED Tabara. Il 22 dicembre 2017 l’esercito ugandese ha invaso le province nord est del Congo ufficialmente per combattere il gruppo islamico ADF. In realtà si tratta di una mossa coordinata con Kinshasa per sottrarre al gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Rwanda (FDLR) il controllo del traffico di oro e coltan. Una guerra segreta che rientra nel nuovo riassetto dello sfruttamento illegale dei minerali preziosi che vede la Famiglia Kabila abbandonare il vecchio socio in affari, le FDLR, per una gestione trilaterale del traffico con Uganda e Ruwanda.

Da una prima fase di intervento diretto dell’esercito ugandese si è passati alla seconda fase dove le truppe congolesi sono utilizzate dai soldati ugandesi come carne da cannone in un conflitto non dichiarato contro le FDLR e gruppi armati congolesi suoi alleati che ha coinvolto sia il Nord che il Sud Kivu. L’esito del conflitto rimane incerto. Si afferma di aver annientato il gruppo armato Yakutumba nel Sud Kivu ma le FDLR sono lontane da essere sconfitte e sono in grado di lanciare contro offensive militari. Questa guerra non dichiarata sta infliggendo morte e distruzione tra la popolazione civile. I profughi congolesi raccontano di villaggi attaccati e distrutti dalle FDLR, di massacri e saccheggi. Centinaia di profughi sono giunti anche dalla Provincia del Ituri oltre agli sfollati interni (altre 20.000 persone) un segnale allarmante che il conflitto si sta estendendo a tutto l’est del Congo dove sempre più si fa uso di soldati bambini.

Mentre l’Uganda è alle prese con questo deplorevole furto fatto sulla pelle di persone disperate che sono fuggite dal loro Paese a causa di una guerra causata anche dalle interferenze ugandesi per il controllo del petrolio, il Rwanda si trova sempre più invischiato nelle politiche di Israele contro i rifugiati eritrei e sudanesi. Una delegazione di Parlamentari dell’opposizione e difensori dei diritti umani israeliani si è recata la scorsa settimana in Rwanda  per verificare l’esistenza di accordi segreti tra Kigali e Tel Aviv per la deportazione dei rifugiati africani. Secondo le rivelazioni fatte da Media e associazioni israeliane il loro governo avrebbe assicurato a Rwanda e Uganda un compenso di 5.000 dollari per ogni rifugiato accolto nei loro territori. Si parla di quasi 40.000 persone che dovrebbero essere deportate nei due Paesi dell’Africa Orientale. Un giro d’affari di 200 milioni di dollari. La delegazione israeliana in visita in Rwanda era guidata da due membri del Knesset (il Parlamento Israeliano): Nichael Rozin e Mossi Raz membri del partito di opposizione Meretz.

«Siamo venuti in Rwanda per verificare l’esistenza di questi accordi segreti riscontrando purtroppo una carenza di collaborazione da parte delle autorità ruandesi» afferma Rozin, sottolineando che il Rwanda, assieme all’Uganda sono stati già utilizzati in passato dal governo di destra del Primo Ministro Benjamin Netanyahu per deportare alcune migliaia di rifugiati. Secondo Rozin esistono prove che dimostrano una scarsa assistenza rivolta a questi deportati una volta giunti in Rwanda.«I rifugiati soggetti alle precedenti deportazioni nel 2014, 2015 hanno ricevuto solo un visto di soggiorno valido per tre mesi ma non protezione sociale, copertura sanitaria e lavori». Un’affermazione grave che indirettamente accusa il governo di Kigali di collaborazione alla politica razziale immigratoria del Likud oramai condannata dalla maggioranza della Comunità Internazionale. Una politica razziale rivolta contro gli africani visto che contemporaneamente alle deportazioni Israele favorisce l’ingresso di immigranti asiatici per utilizzarli come mano d’opera a basso costo.

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