martedì, Maggio 18

Uganda: pericolosa lotta di potere

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Kampala – In queste ultime settimane è scoppiata una lotta per il potere fino ad ora rinviata tra il Presidente Yoweri Museveni e l’ex Primo Ministro Amana Mbabazi, dismesso dalle sue funzioni lo scorso settembre. All’orizzonte si sta delineando un violentissimo scontro politico tra le due fazioni che controllano il partito al potere dal 1987, anno della liberazione del paese dai vari regimi dittatoriali che si susseguivano dalla ottenuta indipendenza.  Le due fazioni si stanno preparando per il Congresso Nazionale del National Revolutiary Mouvment (NRM) che si terrà il prossimo 15 dicembre, prevalentemente concentrato sulla candidatura alle presidenziali del 2016. La fazione di Mbabazi è determinata ad impedire la candidatura del presidente Museveni, candidatura decisa nel febbraio 2014 durante il congresso do Kyankwanzi Per l’occasione il presidente Museveni aveva accettato di firmare la contestata legge anti gay per ottenere l’appoggio della maggioranza dei membri del suo partito alla candidatura presidenziale. Legge invalidata dalla Corte Costituzione dopo due mesi dalla sua entrata in vigore.

La rivalità tra Museveni e Mbabazi è scoppiata proprio durante quel congresso. Mbabazi, 65 anni, è stato compagno d’armi del presidente ugandese nei giorni della guerriglia contro il regime di Obote. Successivamente ha ricoperto prestigiose cariche presso i vari governi nominati da Museveni compresa la recente di Primo Ministro.  Lo scontro è concentrato sulla presidenza. Mbabazi nutre mire presidenziali sostenuto da vari paesi stranieri in particolar modo dalla Cina. Anche l’Italia sembra sostenere l’ex Primo Ministro che prima della revoca del mandato dello scorso settembre, era diventato il perno delle relazioni economiche e politiche tra Italia e Uganda. Una relazione privilegiata che avrebbe irritato il presidente Museveni e causato il boicottaggio di importanti accordi commerciali tra i due paesi.

La scorsa settimana la guerra tra i due mastini della rivoluzione è stata combattuta a suon di dichiarazioni ufficiali rilasciate ai media nazionali. “Pur essendo stato dismesso dalla carica di Primo Ministro e dalla carica di Segretario Generale del NRM è mia ferma intenzione di continuare ad apportare il mio contributo all’interno del partito e di partecipare al congresso del 15 dicembre 2014 al fine di offrire al paese un’alternativa alla presidenza.”ha dichiarato Mbabazi venerdì scorso al quotidiano The Daily Monitor. Museveni ha immediatamente risposto sul quotidiano The New Vision. “L’Uganda ha avuto la fortuna di avermi come Presidente. Quindi è inaccettabile che qualcuno all’interno del partito osi mettere in discussione l’unità e il benessere della nazione per cui abbiamo combattuto durante i lunghi anni della guerra in foresta”, afferma il presidente più longevo del Continente, che all’età di 70 anni non dimostra alcun segno di cedimento fisico e mentale mantenendo saldo il potere grazie al riconosciuto merito di aver trasformato un paese poverissimo e in preda a continue guerre civili e colpi di stato in una potenza economica e militare regionale, capace di porsi su un piano di primo ordine a livello internazionale assieme al Kenya, Egitto, Nigeria, Sud Africa.

La vera età di Museveni avrebbe superato abbondantemente la settantina ma mascherata per ragioni politiche. Occorre notare che, nonostante l’età avanzata, il presidente dimostra di possedere tutte le facoltà mentale e le energie necessarie per guidare il paese. Lo scontro di potere verte anche sulla gestione dei giacimenti petroliferi (tra i più importanti della regione) che detengono il potenziale di trasformare l’Uganda in un paese del Primo Mondo. Il progetto del presidente dopo l’ultima vittoria elettorale del 2011 era quello di preparare la candidatura di suo figlio: il Generale Muhoozi al fine di passare le redini del potere. Dinnanzi al temporaneo rifiuto del figlio nell’assumere la più alta carica di Stato nel 2016, Museveni è stato costretto a proporsi alle prossime elezioni. Il Generale Muhoozi avrebbe dato la sua disponibilità a divenire presidente per il 2021. Dal 2013 è il Comandante in Campo della forza di invasione ugandese nel Sud Sudan a protezione del governo di Juba e del presidente Salva Kiir, la più importante missione militare estera ugandese al momento attuata per garantire l’afflusso delle risorse petrolifere sud sudanesi che dovrebbero aumentare l’esportazione del greggio ugandese a livello regionale ed internazionale.

Museveni e Mbabazi incarnano due opposte gestioni della manna petrolifera. Il “Vecchio” intende gestire le ricchezze petrolifere per aumentare la potenza economica e politica del paese ed avviare la rivoluzione industriale tramite una chiara e ben definita politica nazionalistica che obbliga le multinazionali ad essere al servizio degli interessi ugandesi e non viceversa. Museveni ha decretato che il 60% della produzione di greggio sarà destinata al mercato interno e regionale. Al contrario Mbabazi è più propenso a favorire l’esportazione del greggio e a facilitare l’opera di sfruttamento delle multinazionali in Uganda in cambio dell’aumento delle sua fortuna economica. Entrambi prevedono una consistente quota di profitto personale. La differenza è nella percentuale di questa quota. Mentre il presidente preferisce incassare una modesta quota dei profitti favorendo il prestigio e il potere personale, Mbabazi è propenso a sfruttare le immense risorse petrolifere per aumentare le sue fortune personali già elevate grazie alle varie rapine delle ricchezze nazionali da lui compiute durante questi anni di potere.

Mbabazi ha acquistato l’appoggio delle multinazionali e di alcuni paesi stranieri grazie alla facilità di accettare compromessi e corruzione privilegiando i propri conti esteri al bene e allo sviluppo del paese. Tale sostanziale differenza potrebbe indurre il lettore a definire il presidente Museveni come un nazionalista e Mbabazi come un classico politico africano incurante della propria popolazione. Etichette che risultano semplicistiche nella complicata e dinamica vita politica ugandese. Se l’etichetta per Mbabazi calza a pennello quello eventualmente affibbiata a Museveni sembra non corrispondere alla realtà. Seppur incontestabile che Museveni ha sempre privilegiato il bene del paese alle proprie fortune economiche (comunque consistenti) è la sua mania di potere che rischia di compromettere il futuro dell’Uganda. Museveni per dominare incontrastato ha distrutto la capacità politica del NRM trasformando i membri del partito in avidi politici facilmente corrompibili e incapaci di gestire seriamente il paese.

Questa tattica adottata per regnare obbliga ora il presidente ad orientarsi sulla eredità della Presidenza che dovrebbe essere trasmessa al figlio al fine di garantire la continuità del progetto politico tracciato dal padre. La situazione attuale è estremamente delicata per il paese. L’alternativa al progetto di presidenza ereditaria di Museveni sarebbe un presidente e un governo completamente incapaci e corrotti. Una situazione di certo non sana per il paese che per sostenere l’avanzato progresso economico necessita di una democrazia matura capace di risolvere le profonde diseguaglianze economiche tra le classi sociali. Se non risolte queste diseguaglianze potrebbero esporre il paese al grave rischio di tensioni etniche (già presenti) che potrebbero sfociare in vera e propria guerra civile. La tattica adottata dal Vecchio è quella di spingere l’ex Primo Ministro ad uscire dal NRM e a formare un suo movimento politico. Mbabazi, gran esperto della politica ugandese, ha fino ad ora evitato di cadere in questa trappola, conscio che chiunque abbandoni il NRM non ha alcuna possibilità di contrastare il monolitico partito dall’esterno, come il caso del Generale Kissa Besyge ha ampiamente dimostrato in questi ultimi dieci anni.

Rimanere all’interno del NRM è la chiave del successo in quanto il partito è controllato dall’unico potere reale del paese: l’esercito: Ugandan People’s Defence Forces (UPDF). Lo scontro politico in atto nel partito se non controllato potrebbe coinvolgere l’esercito con la pericolosa contrapposizione tra le due fazioni già esistenti all’interno del UPDF, quella pro Museveni e quella pro Mbabazi. Una radicalizzazione dello scontro all’interno dell’esercito potrebbe portare a tentativi di colpi di stato. Uno scenario plausibile ma categoricamente scartato dagli osservatori politici regionali. Secondo il loro parere Mbabazi, profondo conoscitore delle dinamiche di potere, non tenterebbe mai un colpo di stato appoggiandosi sulla parte dell’esercito a lui fedele in quanto le fortune e il potere della maggioranza dei generali del UPDF sono ancora strettamente legate alla Famiglia Museveni. Non ci resta che attendere gli esiti del congresso del 15 dicembre. In attesa la popolazione si accontenta del Crazy Friday (il venerdì pazzo) dove fiumi di birra, musica sfrenata e sesso sono abbondantemente versati durante la vita mondana notturna della Perla d’Africa.

 

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