venerdì, Settembre 17

Uganda: l’Esercito prende il controllo del Paese? I motivi alla base della decisione del Presidente Yoweri Museveni di affidare la gestione dei progetti agricoli all'Esercito

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Kampala  – Lunedì 9 giugno scorso, in occasione della Festa degli Eroi, il Presidente Yoweri Museveni ha annunciato che la gestione dei progetti agricoli sarà affidata all’Esercito. L’annuncio, che ha sorpreso la classe politica, è stato reso pubblico durante la cerimonia commemorativa dei caduti durante la guerra di liberazione contro la disumana dittatura di Milton Obote negli anni Ottanta. I progetti gestiti dall’Esercito ugandese (UPDF) in sostegno all’agricoltura nel distretto di Luweero sono stati messi a confronto con la fallimentare gestione dell’istituto governativo, il National Agriculture Advisory Services – Naads (Consulenza Nazionale per i Servizi Agricoli). Il Naads, sorto per supportare i piccoli e medi agricoltori, oramai, infatti, si è trasformato nell’ennesimo sportello bancomat al quale i dirigenti possono tranquillamente accedere per servirsi del denaro pubblico per gonfiare i loro conti correnti.

Oltre il 45% del budget destinato a questo istituto, nel 2013, è stato utilizzato per indire convegni, forum, simposi. Comode e lucrose attività apprese dalle Ong Occidentali e Agenzie umanitarie ONU. Il 25% è stato utilizzato per stipendi e benefici dei dirigenti e dipendenti del Naads. Solo il 30% dei fondi disponibili è stato indirizzato verso attività di supporto dell’agricoltura nazionale: distribuzione di semi, miglioramento delle tecniche agricole, aumento dell’accessibilità dei prodotti al mercato interno. L’agricoltura è uno dei storici pilastri economici del Paese, purtroppo trascurato da anni. L’attacco rivolto al Naads da Museveni è stato duro e inequivocabile. “Ho deciso che i signori del Naads hanno rubato a sufficienza”.

Durante il discorso alla Nazione pronunciato la scorsa settimana, il Presidente Museveni si è concentrato sulla necessità di sviluppare questo strategico settore produttivo che può  rappresentare una interessante fonte di reddito e contribuire sensibilmente alla riduzione della disoccupazione e povertà. Il settore occupa il 62% della forza lavoro ugandese ma rimane per la maggior parte prigioniero di una agricoltura di sussistenza, priva di moderne attrezzature. I piccoli e medi agricoltori devono far fronte a vari problemi come l’accesso al mercato, lo stoccaggio dei prodotti agricoli, l’acquisto di semi e fertilizzanti. È in questo delicato contesto che entra in scena il UPDF, ora incaricato di rilanciare l’agricoltura sostituendo corrotti funzionari pubblici. La Task Force agricola in divisa sarà coordinata dal Generale Caleb Akandwanaho, meglio conosciuto con il suo nome di battaglia del periodo rivoluzionario, Generale Salim Saleh. La decisione del Presidente ha sorpreso l’opinione pubblica e aperto non pochi interrogativi.

L’opposizione si interroga quali siano i veri obiettivi dietro questo annuncio, mentre la società civile sostiene che gli ufficiali dell’Esercito mancherebbero di esperienza per supportare l’agricoltura. Di fatto, i risultati ottenuti nel Distretto di Luwero dal UPDF sono incontestabili, ottenuti, per altro, con un minimo impiego di risorse finanziarie, circa il 12% del intero budget del Naasd. Il problema di fondo non sono le competenze dei militari nella gestione dell’agricoltura, bensì sul nuovo ruolo dell’Esercito e i futuri indirizzi. Il UPDF non si sostituirà solo nelle attività del Naads, bensì anche nella gestione dell’istituto delle Micro finanze, il PRDP (Piano di Pace e Sviluppo) e del NUSAF, il progetto per lo sviluppo del Nord Uganda finanziato dalla Banca Mondiale. Il Presidente ha lanciato un sinistro avvertimento: “Metterò un soldato in ogni istituzione pubblica per assicurarmi che sia garantita l’efficienza e i servizi ai cittadini”. Si nutrono sospetti che altri settori pubblici possano, a breve, passare sotto gestione delle Forze Armate: sanità, educazione, opere pubbliche, perfino le municipalità. Questo equivalerebbe ad una militarizzazione dell’amministrazione pubblica a discapito dei funzionari civili e difficilmente controllabile dal Parlamento.

Alcuni osservatori politici, tra i quali Nicholas Opiyo, considerano questa decisione come un atto disperato di un Presidente ormai in età avanzata e in serie difficoltà politiche manifestate dalla opposizione interna al suo partito, il National Revolutionary Movement (NRM), e dalla corruzione dilagante che rischia di diventare incontrollabile. Almeno il 48% dei membri del NRM sono contrari alla candidatura di Yoweri Museveni alle elezioni del 2016. Alte figure di partito come il Presidente del Parlamento, Rebecca Kadaga, o il Primo Ministro, Amami Mbabazi, stanno costruendo forti correnti interne per contestare la candidatura di Museveni, in quanto nutrono il sogno di diventare i prossimi presidenti dell’Uganda. La progressiva militarizzazione dell’amministrazione pubblica potrebbe essere stata decisa per risolvere l’impasse politica,  la corruzione nel NRM e per bloccare l’opposizione interna.

Ma vi è veramente bisogno dell’Esercito per riportare ordine e corretta gestione dei beni pubblici? Questa decisione sembra essere l’ultima spiaggia adottabile dinnanzi a palesi fallimenti nelle precedenti politiche di contenimento e moralizzazione della politica ugandese. Dove sono i risultati della lotta contro la corruzione che nel 2011 generò la ‘Mani Pulite’ in salsa ugandese? Solo le teste di funzionari di medio livello sono cadute, mentre gli ideatori di truffe milionarie contro lo Stato risiedono ancora in Parlamento e nei vari Ministeri. La decisione di moltiplicare all’infinito i Distretti del Paese, originalmente 10 e ora oltre il centinaio, ha creato un nuovo Esercito di funzionari pubblici, quadruplicando le spese di funzionamento. La maggior parte di questi funzionari pubblici sono stati eletti su base di convenienze politiche e etniche. Pochi di essi sono dotati di reali capacità. Moltiplicando i Distretti si è ridotto il volume di fondi disponibili per le regioni. Purtroppo i nuovi funzionari pubblici, evidentemente non formati, rivendicano il loro diritto di affondare il coltello nella torta delle risorse pubbliche, aumentando inevitabilmente corruzione e sprechi.
Quali sono stati i motivi che hanno spinto il Governo a questa illogica moltiplicazione dei distretti? Controllo politico attraverso la logica dividi ed impera. Per almeno 18 anni la corruzione è stata un’arma sottile utilizzata dal Presidente Museveni per controllare, dirigenti pubblici, ministri, alti funzionari del partito e, non dimentichiamoci, anche Generali e Colonnelli. Fissando un ‘decente’ tetto di corruzione Museveni ha assunto il ruolo di padre padrone punendo o perdonando i colpevoli di corruzione. Un metodo efficace di controllo, ma che ha instaurato una mentalità contorta nei funzionari statali in cui la corruzione è stata trasformata da reato ad azione ambita e necessaria per il proprio benessere. Questa strada se non bloccata porta inevitabilmente ai scenari del Burundi, Congo, Repubblica Centroafricana, Sud Sudan, tutti Stati attualmente falliti.

L’Esercito è veramente in grado di supervisionare l’amministrazione pubblica? Per adempiere al compito si presuppone che il UPDF sia dotato di un alto grado morale che impedisca ogni deriva. I vari generali affermano di essere in grado di adempiere al compito assegnato in quanto spinti da motivazioni ideologiche dell’era rivoluzionaria degli anni Ottanta. «Affermazioni che ignorano gli scandali relativi all’acquisto di armi difettose, la rapina istituzionalizzata delle risorse naturali del Congo attuata dal 1996 al 2004, il riciclaggio dei minerali congolesi e ora sud sudanesi, le migliaia di soldati deceduti ma ancora presenti nei libri paga dell’Esercito», osserva Nicholas Opiyo. L’eventuale militarizzazione della pubblica amministrazione può essere considerata come un ritorno alle origini e un chiaro segnale che Museveni non si fida piú del suo partito National Revolutionary Movement (NRM). Occorre notare che dal 1987, anno della liberazione del Paese, l’Uganda è sempre stata controllata dall’Esercito come in Egitto. La maggioranza dei leader politici, compresi quelli dell’opposizione, sono ex Generali e Colonnelli del UPDF.

Il nuovo ruolo offerto al Generale Saleh potrebbe contraddire la sua volontà di uscire dall’arena politica nazionale entro il marzo 2015, dichiarata proprio nel distretto di Luweero lo scorso 22 aprile. Cosa nasconde questo nuovo incarico offerto dal Presidente al fratello minore e secondo uomo piú potente del Paese? È l’ultimo servizio alla Nazione, assicurano vari funzionari del NRM. È l’inizio della successione presidenziale, teme l’opposizione. Il Generale sarà in grado di assicurare una gestione impeccabile dei progetti agricoli? L’impero economico di Saleh inizió con la rapina sistematica di legname, oro, coltan, diamanti e altri minerali attuata nel est del Congo durante le due guerre panafricane (dal 1996 al 2004). Ancora viva nella memoria popolare la commissione ricevuta nel 1998 di 800.000 dollari per l’acquisto di 10 elicotteri da combattimento russi difettosi e le attività illecite del 2003 ai danni dell’Esercito ugandese che costrinsero Saleh a dimettersi dalla carica di parlamentare militare.

Il Presidente Museveni sta perdendo il controllo del Paese rischiando di rientrare nella top ten dei presidenti da operetta tra Joseph Kabila e Francois Bozize? Sospetti insinuati dalla opposizione e dai media ad essa collegati che hanno il difetto di banalizzare la complicatissima politica ugandese riducendola ad un scenario troppo semplice per essere vero: un anziano Presidente dittatore ancorato al potere e l’opposizione repressa. Purtroppo le dinamiche politiche, sociali ed economiche dell’Uganda mal si prestano a questo scenario. Gran parte delle promesse fatte fin dal primo anno di potere, 1998, sono state mantenute. Solo il 40% delle risorse petrolifere sarà esportato verso i mercati occidentali e asiatici realizzando la gestione autoctona dei idrocarburi. La crescita economica rimane alta: 5,7% nel 2013 con previsioni di aumento al 6,1% nel 2014. L’inflazione rimane ad una cifra: 5%. Le riserve di valuta pregiata che sono vitali ed indispensabili ammortizzatori di improvvisi shock economici e attacchi speculativi rimangono alte.

Questi indicatori macro economici rappresentano una succes story, come ha recentemente affermato Moses Ogwal, il Direttore del Private Sector Foundation Uganda (Fondazione Ugandese del Settore Privato). Vi sono veramente le potenzialità e le basi per realizzare l’ultima promessa del Grande Vecchio: quella di rendere l’Uganda un Paese industrializzato del primo mondo entro il 2030. L’afflusso di investitori occidentali che arriva ogni giorno all’aeroporto di Entebbe in cerca di mercati e opportunità, sono la dimostrazione del successo ugandese. Eppure negli ospedali manca addirittura l’acqua potabile. Nelle scuole pubbliche mancano insegnati capaci, la micro economia è  stagnante, tra la popolazione non circola piú denaro a sufficienza, la guerra in Sud Sudan sta svuotando le casse pubbliche e mille traffici sono in atto per finanziare il riarmo e la riorganizzazione del movimento ribelle filo ugandese del Congo M23 rifugiatosi in Uganda.

Il Paese sembra essere in bilico tra due futuri opposti: primo mondo o quarto mondo. Il vero problema risiede nella convinzione maturata dal ex rivoluzionario marxista, Padre della Nazione, e ‘old man of the clan’ di essere indispensabile ed unico. Una convinzione che spinge a comportamenti decisionisti e autoritari come la legge per aumentare il salario minimo garantito attualmente di 6.000 scellini (2 euro) senza consultare i sindacati. Il determinismo politico di Museveni non crea politici preparati e professionisti dell’amministrazione pubblica ma una corte dei miracoli composta da ruffiani, approfittatori e incompetenti in totale mala fede che utilizzano tematiche fuori contesto come il ‘satanico pericolo dell’omosessualità’ per nascondere scandali, corruzione, incompetenza. La logica dell’indispensabilità  spinge a modificare per l’ennesima volta la Costituzione e ad ottenere l’ennesimo mandato presidenziale perché senza di lui tutto è perduto.

Se Yoweri Museveni veramente sta arrivando alla conclusione di affidare l’amministrazione pubblica all’Esercito allora è arrivato il momento, per lui, di scegliere  -per il bene del Paese e coerentemente agli ideali della lotta di liberazione che hanno reso l’Uganda un Paese normale- di passare il testimone a leader piú giovani, pieni di energia, e accontentarsi di un onorevole e meritato riposo. Alcuni osservatori affermano che Museveni ha nel cassetto la lista dei candidati alla sua successione: i generali Muhoozi (figlio) e Saleh sono sicuramente in quella lista. Ma per questo, molto probabilmente, occorre aspettare il 2020.

 

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