lunedì, Ottobre 25

Uganda, le verità dietro la visita di Papa Francesco field_506ffbaa4a8d4

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Kampala – Verso la fine di novembre Papa Francesco intraprenderà una serie di visite ufficiali in tre Paesi africani: Kenya, Repubblica Centrafricana e Uganda. Una visita che non si preannuncia facile visto il contesto politico dei tre Paesi. Seguendo il cammino rinnovatore del Papa Francesco, ci si attende una netta posizione su tematiche che non riguardano solo i tre Paesi africani in specifico, ma due regioni: Africa Centrale e Africa Orientale. Ci si attende una condanna sulle numerose violazioni dei diritti umani e il tribalismo eretto a sistema di gestione politica del governo keniota del Presidente Uhruru Kenyatta. Un abile politico che ha saputo evitare la giustizia giocando sul giusto risentimento dei Paesi africani contro la Corte Penale Internazionale, accusata di attuare una giustizia dei bianchi mirata a fini politici. Così facendo i crimini contro civili inermi da lui ordinati durante le violenze post elettorali del 2007 rimangono impuniti.

Ci si aspetta una viva condanna del sistema monolitico del regime ugandese che dal 1987 governa incontrastato il Paese imponendo alla popolazione un patto unilaterale: pace e relativo sviluppo in cambio del potere eterno del Presidente Yoweri Museveni, destinato a passare per eredità familiare al suo primogenito il Generale Muhoozi. Un patto che ha funzionato ma che sta lentamente compromettendo il concetto di democrazia, sostituito dai concetti dell’uomo giusto e forte e del potere eterno. Concetti che hanno già contaminato il vicino Rwanda. Ci si aspetta una viva condanna al genocidio della comunità musulmana nel Centrafrica. Una condanna che non dovrebbe essere rivolta unicamente contro le milizie cristiane Anti Balaka (che ora obbligano i musulmani a convertirsi al cristianesimo per avere salva la vita) ma contro la potenza coloniale che le supporta e non ha mosso un dito durante la feroce pulizia etnica: la Francia. Ma forse chi si attende queste condanne a favore dei diritti umani potrebbe rimanere molto deluso.

Conoscendo la realtà di Kenya e Uganda, la visita di Papa Francesco ha come reale scopo bloccare l’emorragia di fedeli a favore della Chiesa protestante e di varie sette evangeliche americane. La posizione delle chiese ‘concorrenti è favorita dai rispettivi governi che tendono a privilegiare la Chiesa protestante rispetto a quella cattolica. Una scelta politica lampante in Uganda. La moglie del Presidente, Jannet Museveni, ha favorito le chiese evangeliche americane, diventate delle vere potenze nel Paese. Una scelta politica adottata in reazione  al nefasto ruolo che la Chiesa cattolica ha svolto storicamente nella regione: il supporto dell’ideologia di supremazia razziale dell’Hutu Power, quella che portò al genocidio ruandese. Un supporto interpretato come un crimine da Museveni e come un pericolo al suo gruppo etnico Banyangole, i tutsi ugandesi.

Questo supporto è iniziato nel 1957 con la redazione, da parte della congregazione dei Padri Bianchi, del Manifesto Bahutu.
Il manifesto è una vera e propria amalgama di revisionismo storico e di rivendicazioni pseudo rivoluzionarie che esaltano la figura del povero contadino hutu sottomesso dal brutale sfruttamento economico della élite dominante: i tutsi. Il manifesto teorizza e incoraggia una rivoluzione contadina hutu per imporre la ‘volontà della maggioranza’. Ironia della sorte, durante il colonialismo belga gli stessi Padri Bianchi esaltavano l’intelligenza dei tutsi e deploravano ottusità ed ignoranza degli hutu. Caratteristiche non vere ma create artificialmente dalla Chiesa Cattolica. L’odio razziale tra hutu e tutsi ebbe radici coloniali e scaturisce da un atteggiamento psicopatico dei missionari dell’epoca che crearono la divisione razziale  subito adottata dalla famiglia regale belga per poter meglio controllare le popolazione del Urundi (attuali Burundi e Rwanda).

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