lunedì, Ottobre 18

Uganda, il Vescovo di Kampala coinvolto in un tentativo di Golpe contro il Presidente Museveni? Il giallo del presunta partecipazione di Lwanga ad un fantomatico golpe rischia, se non risolto, di creare l’ennesimo problema per Papa Francesco

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La 24sima commemorazione si inserisce in un teso clima politico interno e in una precaria sicurezza dei confini, essendo il Rwanda minacciato da un complesso piano di invasione architettato da Parigi che si appoggia sulle milizie genocidarie ruandese FDLR e sul regime razial-nazista burundese di Pierre Nkurunziza. A questi due delicati fattori di sicurezza nazionale si aggiunge il deterioramento delle relazioni con l’Uganda, lo scandalo associato alla deportazione di rifugiati eritrei e sudanesi in Israele, e una latente conflittualità con il Congo, al momento ancora sotto controllo, ma probabilmente legata allo sfruttamento illegale delle risorse naturali nelle province est del Congo.

Il nuovo corso diplomatico nella Regione dei Grandi Laghi rappresenta una scelta coraggiosa presa dal Papaereticoche ha creato imbarazzo e difficoltà d’azione per noti movimenti internazionali di laici cattolici che nel 2014 tentatorono di promuovere la causa politica del gruppo terroristico ruandese Forze Democratiche di Liberazione del Ruanda (FDLR) causando una dura reazione del Governo ruandese, in quanto le FDLR sono formate dalla forze militari direttamente coinvolte nel genocidio del 1994. Questi movimenti cattolici avrebbero appoggiato il regime razial-nazista del ‘Signore della guerra’ Pierre Nkurunziza in Burundi fino al 2016, nonostante le prove di crimini contro l’umanità oggetto ora di una inchiesta ufficiale della Corte Penale Internazionale. Una riflessione su come uscire dal pantano burundese sarebbe ora in corso all’interno di questi movimenti cattolici.

Il nuovo corso della Chiesa Cattolica voluto da Papa Francesco si è concretizzato in un attivo coinvolgimento nella vita politica di alcuni Paesi africani come la Repubblica Democratica del Congo, il Burundi e la Tanzania. Si ha l’impressione che il Vaticano intenda assumere la leadership nella battaglia per la democrazia in questi Paesi. Nel dicembre 2017 il Presidente tanzaniano John Magufuli fu accusato, dalla Chiesa Cattolica e da quella Protestante, di intolleranza politica. Un’accusa che ha portato al deterioramento dei rapporti tra il Governo di Dodoma e le due Chiese cristiane. Questa politica, dove sembrano emergere interessi contrapposti tra il clero africano e la Santa Sede, ha portato in Congo ad uno scontro diretto tra il Governo di Kinshasa e il Vaticano che ha mietuto diverse decine di vittime civili e scatenato una dura repressione della Chiesa cattolica nel martoriato Paese africano.
Questa nuova diplomazia del Vaticano in Africa potrebbe essere la spiegazione delle tensioni createsi in Uganda e del non ancora chiaro giallo che circonda le relazioni tra  l’Arcivescovo di Kampala e il Presidente Museveni.

La storia della Chiesa Cattolica in Uganda è costellata da una serie di crisi con il potere politico che risalgono al regno dei Buganda, verso la fine del diciannovesimo secolo. Il 31 gennaio 1885 e il 27 gennaio 1887 il re Mwanga II ordinò il massacro di 23 anglicani e 22 cattolici per interrompere le attività di conversione al cristianesimo portate avanti dalla Società della Chesa Missionaria e dal Vaticano, strettamente collegate con il processo di colonizzazione dell’Uganda da parte del Impero britannico. La Chiesa cattolica sfruttò l’eccidio a fini propagandistici, presentandolo come un atto crudele compiuto da un re pagano, sorvolando sul ruolo delle chiese protestante e cattolica a servizio del colonialismo, dove un gruppo di missionari cattolici francesi, appartenenti all’ordine dei Padri Bianchi e guidato da padre Simon Lourdel, giocò un ruolo cruciale. Nel 1964 i 22 cattolici furono canonizzati da Papa Paolo VI e ogni hanno si celebra la commemorazione del massacro presso il Santuario dei Martiri di Munyongo.  

Nel 1962, monsignor Jospeh Ssebayigga, nato nel 1923 e deceduto nell’agosto 2006, giocò un ruolo chiave nella prima crisi politica dell’Uganda dopo l’indipendenza, creando profonde divergenze all’interno del regno di Buganda che portarono alla creazione del Partito Democratico direttamente controllato dalla Chiesa cattolica e fondato con l’obiettivo di contrastare il re Edward Muteesa II e il suo partito, KY Kabaka Yekka, appoggiato dalla Chiesa anglicana e professante l’indipendenza del regno Buganda dalla neonata Nazione indipendente dal 9 ottobre 1962.
Monsignor Ssebayigga giocò la carta della promozione delle tradizioni culturali dei Buganda, inserendole all’interno del cattolicesimo, e promuovendo il Partito Democratico nel tentativo di avere un Governo cattolico in Uganda. Per il suo coinvolgimento politico fu arrestato dal re Muteesa II con l’accusa di aver promosso divisioni all’interno della etnia Buganda. La prima Costituzione del Paese liberato dal giogo coloniale decretò la nascita del Regno dei Buganda come una entità semi-autonoma all’interno della Federazione Ugandese. Il re Muteesa II per contrastare l’opera della Chiesa Cattolica si alleò con il Primo Ministro Milton Obote, di etnia Acholi, e leader del UPD (Uganda People’s Congress).

La coalizione politica tra Buganda e Acholi crollò nel 1964, quando Obote depose Muteesa II e decretò la fine del Regno dei Buganda, dando inizio alla dittatura socialista che fu definitivamente interrotta dalla guerra di liberazione di Yoweri Kaguta Museveni, nel 1986. Per il contributo offerto dai Buganda nella guerra di liberazione, Museveni ripristinò il Regno dei Buganda con statuto di regno semi-autonomo.  La crisi tra Muteesa II e Milton Obote inizia nel maggio 1966, quando il re Buganda proclama l’indipendenza del suo regno e ordina al Governo repubblicano di lasciare la capitale Kampala situata nel cuore del regno. Obote rispose attaccando il palazzo reale e spedendo in esilio il re. Muteesa II morì nel 1969 in Gran Bretagna.
La Chiesa cattolica instaurò rapporti conflittuali con il regime di Obote e quello successivo del dittatore Idi Amin Dada, con l’obiettivo di favorire l’ascesa al potere del Partito Democratico da essa controllato. Dopo la presa del potere del National Revolutionary Army di Museveni, la Chiesa cattolica chiese l’estensione del Governo provvisorio controllato dai guerriglieri per organizzare libere elezioni. Un governo che da provvisorio si trasformò nel più lungo e stabile Governo dell’Uganda post-indipendenza che governa il Paese tutt’ora.

Il cardinale Emmanuel Nsubuga ritirò l’appoggio della Chiesa cattolica a Museveni quando divenne chiaro il progetto politico di creare una democrazia controllata dal NRM che non prevedeva una spartizione di potere con il Partito Democratico controllato dalla Chiesa cattolica. L’appoggio del Vaticano al Presidente Museveni fu ripristinato dal Cardinale Emmanuel Wamala.
Dopo la nomina ad Arcivescovo di Kampala, Cyprian Kizito Lwanga inaugurò una politica caratterizzata dall’aperta conflittualità, abilmente controbilanciata dal Presidente Museveni, politica che creà le condizioni per la visita di Papa Francesco nel 2015. Durante la visita ufficiale Papa Francesco evitò di condannare il sistema monolitico del regime ugandese che dal 1986 governa incontrastato il Paese imponendo alla popolazione un patto unilaterale -pace e relativo sviluppo in cambio del potere eterno del Presidente Yoweri Museveni. La mancata presa di posizione fu considerata come un avvallo indiretto al Presidente Museveni.

L’Arcivescovo Lwanga è sospettato di appoggiare la petizione promossa da Male Mabirizi Kiwanuka contro la revisione del limite di età presidenziale appoggiata dall’albo degli avvocati -l’Uganda Law Society. Lunedì 9 aprile i promotori della petizione si sono rivolti al Presidente del Parlamento, Rebecca Kadaga, al Segretario del Tesoro, Keith Muhakianizi, e al Capo delle Forze Armate, il Generale David Muhoozi, chiedendo di rivedere la riforma costituzionale dopo che la Corte Costituzionale ha rigettato la petizione.

Secondo gli analisti locali, sia il Presidente Museveni che l’Arcivescovo Lwanga avrebbero tutto l’interesse a far rientrare la crisi e a non esasperare i rapporti tra Governo e Santa Sede. Il giallo del presunta partecipazione di Lwanga ad un fantomatico golpe rischia, se non risolto, di creare l’ennesimo problema per Papa Francesco alle prese con il ‘peccato del tribalismo’ che vede la Chiesa Cattolica in Africa impregnata di appartenenza etnica e business. Una malattia che non è di oggi e che riguarda molte diocesi africane. Le dimissioni, dopo 6 anni di calvario di monsignorn Peter Ebere Okpaleke, in Nigeria, presentate lo scorso febbraio evidenziano che la ricetta di Papa Francesco per combattere la piaga etnica all’interno della Chiesa Cattolica africana non sta funzionando.

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