domenica, Settembre 19

Uganda: gay inascoltati da Papa Francesco

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La visita in Africa di Papa Francesco è stata caratterizzata da ‘spettacolarità’ quasi scontate per quanto riguarda il Kenya. Visita alla baraccopoli di Nairobi, appelli alla pace e contro il terrorismo. Evidente, secondo gli osservatori locali dell’opposizione, la volontà politica di non toccare i reali problemi quali, ad esempio, la sistematica violazione dei diritti umani e le esecuzioni extra-giudiziarie attuate dal Governo keniano contro le comunità somala e mussulmana sulla costa accusate di favorire il terrorismo o gli intrecci e connivenze tra il Governo keniano e la mafia italiana ben istallata sempre sulla costa.

La visita in Uganda nasconde aluni retroscena poco noti. Primo tra tutti l’intreccio di interessi tra il partito al potere (National Revolutionary Mouvement – NRM) e la Chiesa Cattolica in sostegno alla vittoria elettorale del Presidente Yoweri Museveni. Proprio in Uganda, il Papa degli ‘ultimi’ ha ricevuto un appello alla giustizia dalla comunità gay, da anni sotto pressione.  Un appello lanciato dal attivista Frank Mugisha leader carismatico di Sexual Minorities Uganda  che raggruppa varie associazioni ugandesi in difesa dei diritti delle minoranze sessuali. Mugisha chiede a Papa Francesco di lanciare un messaggio di tolleranza e amore invertendo così la politica omofobica adottata dalla Chiesa cattolica ugandese. L’appello del attivista e intellettuale africano ha trovato ampio spazio sui media africani (tra i quali ‘Allafrica’) e su quelli internazionali, quali ‘Aljazeera’, scontrandosi con un muro di silenzio da parte del Vaticano.

Mugisha ha sempre avuto il pregio di parlare chiaro. Anche in questo caso dimostra fedeltà e coerenza ai suoi principi, rivelando, senza fanatismo, intolleranza o condanne di parte, il vero volto della Chiesa Cattolica in Uganda riguardo le minoranze sessuali. Un volto che contrasta con le affermazioni riconciliatorie di Papa Francesco verso l’universo gay racchiuse nella sua famosa farse: «Chi sono io per giudicare?»

In Occidente la Chiesa si è schierata contro la legge ugandese anti gay denominata ‘Kill the gay bill’ che prevedeva prima la pena di morte e successivamente l’ergastolo per i gay recidivi. La realtà in Uganda è esattamente l’opposto. La Chiesa cattolica ha allacciato una indissolubile alleanza con gli elementi più radicali della Chiesa protestante e dell’Islam impegnati nella condanna e nel rafforzamento delle discriminazioni e repressioni della comunità LGBTI nel Paese africano. La Chiesa cattolica, qui in Uganda, si è trasformata, dal dicembre 2013, in una gran cassa per la caccia alle streghe rivolta contro gay, lesbiche e transessuali, promuovendo tra i fedeli atteggiamenti violenti contro le minoranze sessuali. Attività delle quali non si parla in Occidente.

Il vescovo di Kampala, Cyprian K. Lwanga, artefice della visita di Papa Francesco in Uganda, nel 2012 spostò la posizione della Chiesa cattolica in Uganda dal campo contrario alla legge repressiva contro gli omosessuali al campo anti-gay capitanato dalla Chiesa Anglicana e da varie sette evangeliche americane. Questo nuovo orientamento determinò una alleanza di istituzioni religiose ampliata alle frange più radicali del Islam, dando vita a una vera e propria crociata contro gli omosessuali.

Nel luglio 2012 il Vescovo Lwanga firmò, insime con altri leader protestanti e musulmani, una lettera indirizzata al Presidente Museveni, dopo la decisione del Presidente di ostacolare l’approvazione della legge per timore di ricadute negative a livello internazionale. Una seconda lettera, pure questa firmata dal Vescovo Lwanga, fu indirizzata il 17 gennaio 2014 al Presidente Museveni per chiedere di approvare la legge votata in tutta fretta nel dicembre 2012 dal Parlamento grazie ad una procedura anticostituzionale (mancanza di quorum) ideata dal Presidente del Parlamento Rebecca Kadaga.
La legge fu approvata nel febbraio 2014 per convenienze politiche del Presidente Museveni e successivamente abrogata dalla Corte Costituzionale, dietro richiesta dello stesso Museveni. L’iter nebuloso e contraddittorio di questa legge di breve durata rientra nella classica gestione politica del Grande Vecchio. Da una parte ha accontentato l’opinione pubblica e i potentati religiosi approvando la legge contro i diritti umani degli omosessuali, dall’altra ha evitato frizioni con la Comunità Internazionale impartendo discreto e confidenziale ordine alla Corte Costituzionale di abrogarla.  Attualmente rimane in vigore la legge contro gli atti ‘immorali’, del periodo coloniale che considera l’omosessualità un atto criminale ma si dimostra mite nei provvedimenti legali.

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