mercoledì, Dicembre 1

Uganda: doppio gioco petrolifero field_506ffbaa4a8d4

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L’entrata in scena della Tanzania mette in forse il progetto con il Kenya. Il Governo ugandese sta adottando un atteggiamento ambiguo che fa sorgere forti sospetti di doppio gioco. Nella disputa, il Kenya è il Paese che potrebbe subire i maggiori danni. La sua produzione (stimata a 600 milioni di barili) non è sufficiente per costruire un oleodotto nazionale, secondo i pareri di vari esperti tra i quali l’economista sudafricano Jacques Nel. «Un oleodotto nazionale non è orientabile per il Kenya che ha investito molto nel progetto regionale assieme all’Uganda. Sono sicuro che piuttosto che perdere l’affare il governo keniota offrirà all’Uganda una attraente riduzione delle tariffe legate ai diritti di passaggio del greggio in territorio keniota. Nel peggiore dei scenari si unirà al progetto dell’oleodotto Uganda-Tanzania», afferma l’economista Nel.  L’analisi sulla impossibilità di costruire un oleodotto nazionale economicamente orientabile ridicolizzano le affermazioni (alquanto propagandistiche) del Segretario keniota dell’Energia, Jospeh Njoroge. Dinnanzi alla possibilità di un fallimento sull’oleodotto in comune, Nioronge, una settimana fa, ha dichiarato ai media nazionali che il Kenya continuerà nel progetto con o senza l’Uganda.
Più prudenti sono le azioni del Governo keniota, che ha inviato in Uganda degli esperti economisti, geologi ed ingegneri per valutare la fattibilità tecnica ed economica di tutte le due opzioni assieme ai loro omologhi ugandesi e tanzaniani. Gli studi degli esperti saranno presentati ad un meeting congiunto Kenya Tanzania e Uganda che si terrà giovedì 7 aprile 2016 a Kampala.  Il cauto approccio deciso da Nairobi si inserisce nel nuovo indirizzo politico all’interno della East African Community dettato dal nuovo corso del Presidente Magufili. Dopo aver ottenuto un discutibile vittoria elettorale  Magufuli ha letteralmente tradito il suo partito, il CCM, al potere dall’indipendenza, per imporre al Paese un piano sociale, culturale, economico capace di portare la Tanzania nel Ventunesimo secolo. Magufili ha sostituito la storica politica di nazionalismo bantu, che nel passato ha portato i vari governi a supportare dittatori quali il ruandese Juvenal Habyrimana, gruppi terroristici quali le FDLR, il genocidio ruandese nel 1994, il partito razziale nazista burundese del ex presidente Pierre Nkurunziza.
Il nuovo corso del ‘Gorbaciov africano’ è giunto inaspettato sorprendendo tutti gli analisti, giornalisti e politici regionali. Dagli atti concreti compiuti immediatamente dopo il mandato presidenziale   –riconciliazione con il nemico storico: Rwanda, annullamento degli accordi militari con le forze genocidarie regionali,  fine dell’alleanza con il regime burundese, spietata lotta alla corruzione creata dal suo stesso partito-   si comprende che Magufuli è supportato da una importante rappresentanza del mondo imprenditoriale tanzaniano e da una fazione interna al CCM. Il nuovo corso ha sorpreso il mondo, ma è evidentemente frutto di un piano politico ben strutturato e tenuto in segreto per mesi se non anni. Un piano che ruota attorno alla nuova alleanza con l’etnia tutsi, concretizzata con l’asse Dodoma-Kigali-Kampala.

L’alleanza bantu-tutsi è considerata dagli esperti regionali la cura necessaria per spezzare un secolo di odi, violenze e contrapposizioni etniche che hanno sconvolto l’intera regione, con drammatiche conseguenze in Rwanda, Burundi e Congo. Circa 4 milioni di morti registrati nei tre Paesi durante i vari conflitti che si sono susseguiti dal 1993 ai giorni nostri. La celebrazione regionale del Memorial Day (Olocausto ruandese) in Tanzania, decisa dai presidenti Magufuli e Kagame, sigilla questa inaspettata alleanza bantu-tutsi tesa al superamento del concetto etnico regionale. Ironia della sorte, il candidato dell’opposizione tanzaniana, Exward Lowassa (vittima delle frodi elettorali del CCM) era stato accusato dal partito di Magufuli, durante la campagna elettorale, di essere un agente di Kigali e di avere l’obiettivo di creare una alleanza bantu con i tutsi …

Dinnanzi a questo nuovo orientamento politico, di cui il Kenya potrà trarre solo benefici, grazie al rafforzamento della pace e dell’integrazione regionale, la questione dell’oleodotto diventa secondaria. Non vi è da escludere che Nairobi abbandoni il progetto di oleodotto per unirsi a quello promosso dalla Tanzania, facendo confluire il greggio del Turkana nell’oleodotto ugandese tanzaniano. I governi dell’Africa Orientale sono concentrati nell’avviare l’era petrolifera che permetterà l’avvio della rivoluzione industriale nella regione. Confidano che entro il 2018-2020 (quando la produzione petrolifera sarà avviata in tutti i Paesi) il prezzo del greggio ritorni a livelli accettabili: dagli 80 ai 100 dollari al barile.

Gli osservatori hanno la sensazione che i governi siano poco attenti ai rischi ampientali  legati all’estrazione petrolifera. Recenti studi dimostrano che le operazioni di estrazione del greggio sono all’origine dei terremoti. Il Dipartimento dell’Energia e dell’Ambiente dello Stato dell’Oklahoma ha aperto un sito web in cui si illustrano le connessioni tra l’attività estrattiva petrolifera e la sismicità.  Uganda, Kenya, Sud Sudan, Tanzania, Congo dell’est, Somalia (produttori o futuri produttori di petrolio) tra qualche anno saranno soggetti ad una intensa attività estrattiva petrolifera in almeno 14 punti, tutti allineati o collegati con la East African Rift Valley. Sviluppatasi nel periodo Miocene (25 milioni di anni fa) la East African Rift Valley (EAR) parte dall’Asia Minore giungendo in Etiopia e termina in Kenya, coinvolgendo, tutti i futuri Paesi petroliferi. Cynthia Ebinger, ricercatrice geologica presso la Università di Rochester, New York, dopo lunghi anni di studi ha affermato, in una conferenza presso l’Associazione Geogifisica Americana, che l’intera East African Rift Valley potrebbe sprofondare nell’Oceano Indiano e nel Mar Rosso tra un secolo se le attività sismiche attualmente registrate aumenteranno.

La EAC include molti vulcani attivi tra i quali: Mount KilimanjaroMount KenyaMount LongonotMenengai (Kenya), Nabro (Eritrea) Mount Karisimbi (al confine tra Rwanda e Congo), Mount Nyiragongo (Congo),  Mount Elgon (al confine tra Uganda e Kenya), Mount Meru,  e il Crater Highlands in Tanzania. Secondo alcuni ricercatori geologici (inascoltati dai rispettivi governi) le intense attività petrolifere che inizieranno nei vari Paesi tra il 2018 e il 2020, senza un adeguato monitoraggio, provocheranno, tra vent’anni, una serie catastrofica di terremoti nella regione accorciando i tempi del Grande Terremoto da cento a cinquanta anni.

I primi segnali di questo processo geologico si sono verificati in Eritrea nel giugno 2011 (terromoto di 5,7 magnitudine della scala Richter) e a Bukavu (Sud Kivu, Congo) nel maggio 2015 (terremoto di 4,4 gradi di magnitudine). La parte debole della Rift Valley sembra proprio essere ubicata all’est del Congo. Secondo un sito di monitoraggio delle attività sismiche a cui partecipano vulcanologi italiani, negli ultimi cinque mesi si sono verificati tre terremoti. I primi due ad Uvira (Sud Kivu) e l’ultimo, il 04 febbraio 2016 a Sake, nella provincia del Nord Kivu: 5,1 gradi di magnitudine. Tra i 5 e i 5,9 gradi della scala Richter il terremoto crea il crollo parziale o totale degli edifici più vecchi ed è considerato pericoloso per la popolazione.

 

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