martedì, Novembre 30

Uganda, aumenta il debito pubblico 7,27 miliardi di dollari: 6,2 miliardi di debito estero e 874 milioni di debito interno

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YoweriMuseveni

Kampala – L’obiettivo di rendere l’Uganda un Paese industrializzato entro il 2030 si basa sulla futura produzione petrolifera, per la maggior parte destinata al consumo del mercato interno e quello regionale. I profitti generati dalla vendita di carburanti e derivati serviranno per avviare la rivoluzione industriale e rafforzare le potenzialità agricole del Paese. L’Uganda è uno dei Paesi della regione con il più alto tasso di produzione agricola. L’enorme surplus alimentare si riversa sui mercati dei Paesi confinanti, primo tra tutti il Sud Sudan. Un altro pilastro per raggiungere l’obiettivo si basa sull’accelerazione dell’integrazione regionale e l’unione politica finanziaria della East African Community, cercando di aumentare l’influenza politica di Kampala per ottenere il controllo della promettente comunità economica. La produzione petrolifera e l’integrazione regionale necessitano di infrastrutture adeguate. Piani di sviluppo nazionale e  grandi opere inter regionali quali la costruzione della raffineria petrolifera a Hoima, l’oleodotto Juba – Lamu (Kenya) e la ferrovia dal Kenya al Sud Sudan, necessitano di ingenti finanziamenti. Sul bilancio pesano le enormi spese militari causate dalla politica imperialistica di Kampala, la corruzione e le basse performance registrate nella raccolta tasse.

Il debito pubblico registrato nel 2013 ammonta a 7,27 miliardi di dollari: 6,2 miliardi di debito estero e 874 milioni di debito interno. Pur rappresentano il 42% del PIL la percentuale è ancora accettabile se paragonata con quella detenuta da alcuni Paesi europei come Italia, Spagna, Portogallo e Grecia o dagli Stati Uniti. Il debito è destinato a crescere, come dimostra il trend registrato nell’anno finanziario 2013/2014 dove il tetto massimo di indebitamento deciso (382 milioni di dollari) è stato superato arrivando a 679,7 milioni. La scorsa settimana la Banca Mondiale ha erogato un prestito di 500 milioni: 275 destinati alle infrastrutture petrolifere, 225 milioni per le infrastrutture urbane tra le quali il mega progetto per risolvere inquinamento e traffico nella capitale attraverso la realizzazione di un ferrovia urbana che renderà Kampala la prima capitale africana ad adottare questo mezzo di trasporto pubblico. In questo periodo il governo è intento a formulare il budget per l’anno finanziario 2014/2015. L’Uganda segue il sistema anglosassone dove l’anno commerciale termina a giugno.

La principale difficoltà nella formulazione del budget risiede nel reperire i fondi necessari per finanziare gli investimenti nazionali e inter regionali. Il Governo sembra indirizzarsi verso il debito interno che detiene ancora cifre ragionevoli piuttosto che aumentare il debito estero per evitare in un futuro di esser costretti a ripagarlo con i profitti del petrolio, mettendo così a rischio il piano di sviluppo industriale e agricolo. I piani di aumento del debito si rivolgono ai privati tramite l’emissione di BOT e devono raggiungere l’obiettivo di raccogliere 794,7 milioni di dollari. La necessità di ottenere fonti di finanziamento immediate riportando il più possibile il momento di ripagarle ha portato il governo a privilegiare i BOT rivolti al mercato finanziario interno rispetto a quelli rivolti ai mercati internazionali. Una scelta dettata dai tempi di pagamento previsti. I BOT internazionali devono essere onorati entro tre anni mentre quelli nazionali possono variare dai 5 ai 10 anni. La scelta allontana considerevolmente la data di pagamento che avverrà quando la produzione petrolifera sarà già in fase avviata. Il suo inizio è previsto per il 2018. Purtroppo questa scelta ha l’effetto collaterale di duplicare il debito.

Gli interessi offerti sui BOT internazionale varia dal 4 al 6%, mentre quello riconosciuto dai BOT nazionali dal 13 al 14%. Questo potrebbe portare ad un aumento del tasso di prestito, attualmente al 21,5% che avrebbe un impatto negativo sulla possibilità di sviluppare le piccole e medie imprese ugandesi. Il responsabile per l’Uganda del Fondo Monetario Internazionale Ana Lucia Coronel ha avvertito il governo sui rischi di aumentare il debito interno che potrebbe indebolire commercio, agricoltura e industria. Un avvertimento non privo di interesse. Maggiore debito estero si tramuta in maggior dipendenza dai creditori internazionali che normalmente sono Europa, Stati Uniti e Cina.

Gli attuali calcoli eseguiti per individuare i fondi necessari per coprire gli investimenti sulle infrastrutture ha forti probabilità di produrre cifre che andranno riviste causa le mancate entrate del Uganda Revenue Authority URA, il fisco ugandese. Il governo ha promesso agli imprenditori una diminuzione della pressione fiscale tramite l’abolizione di alcune tasse come il 10% sulle importazioni di cosmetici e profumi, il 13% sulle bibite analcoliche e il 20% sulle tariffe di telecomunicazioni nazionali ed internazionali. Le mancate entrare provocate dall’abolizione di queste tasse (circa 800 milioni di dollari) dovrebbero essere compensate dall’introduzione di nuove tasse sulle rette scolastiche delle suole private, sulla revisione annuale degli autoveicoli, sul consumo di tabacco, sulle scommesse calcistiche e sui depositi del mobile money, il sistema di pagamento e risparmio elettronico inventato quindi anni fa dalle compagni di telecomunicazione.

Rispondendo ad una logica strettamente capitalistica, il piano di recupero fiscale ideato da URA favorisce gli importatori della grande distribuzione, Coca Cola, e le multinazionali delle telecomunicazioni ma penalizza i consumatori e il mercato interno in quanto le nuove tasse previste andranno ad intaccare direttamente i bilanci familiari dei normali cittadini. Altre soluzioni più eque ed efficaci potrebbero essere attuate come una seria lotta per ridurre sensibilmente l’evasione fiscale e la fuga dei capitali che creano un deficit fiscale di 2,43 miliardi di dollari corrispondenti al 7,1% del PIL. Purtroppo manca la volontà politica di lottare contro questi crimini economici in quanto spesso vi è un connubio tra gli imprenditori ugandesi, le multinazionali, i dirigenti del URA e il partito al potere.

Anche la lotta contro la corruzione, intrapresa sotto iniziativa del governo nel 2012 – 2013 dando la vita alla Tangentopoli ugandese, dal 2014 sembra aver perso la sua spinta iniziale rafforzando il dubbio di vari analisti che l’intenzione del presidente Yoweri Museveni fosse quella di rendere difficile la vita ad alcuni esponenti di partito piuttosto che lottare seriamente contro un fenomeno che penalizza il paese per circa 1,2 miliardi di dollari annui. L’aumento del debito pubblico viene aggravato da altri due fattori: il continuo rialzo del budget destinato alla difesa e la precaria situazione del sistema bancario ugandese, considerato uno tra i più deboli e a rischio della regione. Le guerre costano ma rientrano nei principi cardini della politica estera ugandese tesa ad una espansione imperialistica sui paesi confinanti ricchi di petrolio e materie prime come Sud Sudan, Congo e Repubblica Centroafricana.

L’obiettivo di questi conflitti è quello di assicurarsi una posizione predominante nella regione e il controllo dei idrocarburi e minerali di queste tre paesi per rafforzare l’economia interna. Una facile scorciatoia già sperimentata con successo durante la seconda guerra pan africana in Congo (1998 – 2004) quando l’esercito ugandese saccheggiò il vicino paese invaso per un valore di 10 miliardi di dollari secondo le stime delle Nazioni Unite che ha imposto a Kampala di risarcire il danno inferto a Kinshasa. La valutazione dell’ONU è evidentemente una sotto stima del valore totale di risorse prime rubate durante il periodo bellico che corrisponde al periodo del primo boom economico ugandese che ha reso possibile lo sviluppo della capitale e di altre città del Paese.

Il saccheggio delle risorse naturali in Congo continua tutt’ora, anche se in proporzioni minori, tramite mediatori congolesi all’est della RDC, in special modo le potenti camere di commercio del distretto di Lubero (Nord Kivu) sotto il controllo dell’etnia Nande di origine ugandese. La città di Butembo, capitale dei Nande, si è trasformata nel principale centro regionale del traffico illegale dei minerali. Questi mercati paralleli vengono normalmente gestiti da alti ufficiali dell’esercito UPDF che “arrotondano” durante le loro campagne militari. Se da una parte questa rapina beneficia l’economia ugandese (la maggior parte dei profitti ottenuti viene rinvestita in attività produttive) dall’altra priva il fisco congolese e ugandese di ingenti entrate. Le attività parallele del UPDF non si limitano ai soli minerali. In Sud Sudan dal 2004 generali ugandesi, in collaborazione con i loro omologhi sud sudanesi, sono implicati nel traffico di avorio non solo in Sud Sudan ma anche nel  Parco Nazionale di Garamba in Congo.

Spesso gli elicotteri militari ugandesi vengono utilizzati per individuare ed abbattere gli elefanti. Secondo una indagine del settimanale ‘The East African’ nel solo 2012 il UPDF sarebbe responsabile della morte di 22 elefanti. Debito pubblico, evasione fiscale, debole sistema bancario e fuga di capitali sono effetti collaterali che gravano pesantemente sul bilancio familiare degli ugandesi e deprimono il mercato interno. Dal gennaio 2014 si registra una diminuzione del 22% degli scambi commerciali nazionali e una stagnazione del mercato interno che ha portato alla chiusura di decine di piccoli e medi negozi. In Uganda ora non circola sufficente denaro tra la popolazione. Ad aggravare la situazione è la ridicola politica salariale (in Uganda il salario minimo mensile è fermo dal 1976:  30.000 scellini – 9 euro) e la diffusione di agenzie di scommesse calcistiche denominate Betting che attraggono le scarse risorse finanziarie dei capo famiglia a scapito dei pilastri del budget familiare quali le spese per educazione e sanità. Spesso politici e militari hanno consistenti partecipazioni azionarie all’interno di queste agenzie di scommesse sospettate anche di riciclaggio di denaro.

Il sistema bancario è estremamente fragile e non permette di essere uno stimolo per rafforzare le piccole e medie aziende tramite prestiti a tassi agevolati. Con capitali societari irrisori (mediamente 30 milioni di dollari) gli istituti bancari ugandesi periodicamente rimangono a corto di liquidità causa i “prestiti obbligatori” a tasso zero che devono essere elargiti al presidente Museveni per finanziare le proprie campagne elettorali. Diversi miliardi di scellini restituiti in un arco di tempo ad esclusiva discrezione del governo che riducono al minimo la liquidità delle banche, non compensata dai depositi causa la stagnazione del mercato interno. Gli istituti bancari, appena ripresi dai prestiti obbligatori delle elezioni 2011 ora sono soggetto di interesse del governo per altri prestiti tesi a finanziare la campagna elettorale del 2016. A data odierna risulta che il governo è stato in grado di rimborsare i prestiti (senza interessi) presi per la campagna elettorale del 2006.

Almeno 8 sui 24 istituti finanziari operanti nel Paese sono a rischio di fallimento, primo tra tutti la Cairo Bank, sia per la situazione interna dell’Egitto sia per il continuo coinvolgimento di questa banca egiziana in scandali nazionali che ha spinto la popolazione a rinominarla “thief bank”, la banca dei ladri. La politica del debito pubblico è sicuramente un passaggio forzato per gestire i prossimi quattro anni preparatori alla produzione petrolifera. Il ricorso al debito interno è nettamente preferibile a quello estero per ovvie ragioni di sovranità nazionale. Nonostante questi constati il governo ugandese deve rivedere le sue politiche gestionali iniziando a recuperare i miliardi di dollari derivanti dalle mancate entrate finanziarie, ridurre le spese per la difesa che spesso sono canalizzate in avventure militari imperialistiche e soccorrere lo stato sociale che versa in condizioni da quarto mondo. All’interno del paese mancano adeguate infrastrutture sanitarie e perfino medicinali a causa del mercato nero attuato da infermieri e medici mal pagati. Il principale ospedale pubblico Mulago Hospital a Kampala, vanto regionale, è stato abbandonato e privato di fondi riducendolo in uno dei peggiori ospedali del paese.

La gratuità delle scuole elementari è seriamente compromessa dalla incompetenza degli insegnanti spesso non diplomati. Questa incompetenza è dovuta dai bassi salari e ritardi di pagamento che allontanano i professionisti obbligati a cercare impiego presso le scuole private. La scuola pubblica è stata ribattezzata dalla popolazione “stupid industry” la fabbrica degli ignoranti. Penalizzare i settori sanità ed educazione, oltre ad essere un crimine diretto verso la popolazione, compromette le basi economiche future in quanto la difficoltà di gestire le malattie influenza direttamente la presenza lavorativa e il basso livello di educazione compromette la creazione di quadri professionali autoctoni destinati a gestire l’economia pubblica e privata. Nonostante le continue critiche di colonialismo, per gli investitori stranieri è estremamente difficile sostituire i quadri occidentali con quelli nazionali come per esempio avviene in Rwanda in quanto la percentuale di professionisti ugandesi è ridottissima. L’educazione in Rwanda è considerata priorità nazionale. Le difficoltà di assicurare mensilmente i salari alla polizia è il primo campagnello d’allarme di una degenerazione in atto che deve essere immediatamente bloccata.

Il giovane marxista e rivoluzionario Yoweri Museveni ha cambiato il volto del Paese offrendo in questi 27 anni uno sviluppo senza precedenti e un lungo periodo di pace e sicurezza interna. Il rischio attuale è che le spinte ideologiche del National Revolutionary Movement siano ormai esaurite e che i progetti per garantire all’Uganda di entrare nel club dei Paesi industrializzati rimangano di esclusiva responsabilità di un presidente brillante e lungimirante ma appesantito dalla avanzata età. I prossimi 4 anni saranno cruciali per il futuro del paese attualmente ad un bivio. Due sono i scenari. Una nazione economicamente sana in cui il proletariato possa usufruire dei frutti del boom economico migliorare il loro tenore di vita e aumentare il mercato interno come  sucesse negli anni sessanta in Italia o un paese come la Nigeria, dove la ricchezza è in mano ad una spaurita minoranza continuamente preoccupata ad aumentare il budget della difesa per contenere ribellioni e proteste popolari. Gli ottimi risultati della macro economia: 5% di crescita annuale e la progressiva trasformazione dell’Uganda nel epicentro commerciale dell’Africa Orientale offrono serie possibilitá di realizzare il primo scenario. Il fattore X è determinato dalla volontà politica.  

 

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