domenica, Luglio 25

Ue: verso l’uscita dall’austerità?

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Il 2017 per l’Europa vuole essere l’anno del cambiamento, dall’austerità alla crescita, fino alla flessibilità nelle politiche economiche. E’ la svolta già delineata nel 2016 dalla Commissione Europea, a partire dalla flessibilità supplementare all’Italia e delle sanzioni sospese nei confronti di Spagna e Portogallo per i target mancati sul deficit. Si tratta di un percorso che dovrebbe rafforzarsi nel 2017, rilanciato anche dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker: infatti il suo esecutivo, già da un annuncio dello scorso anno, non avrebbe seguito «stupide politiche di austerità», come da lui stesso affermato. Bruxelles, per il 2017, ha chiesto quindi una politica di bilancio espansiva per l’intera eurozona, scontrandosi con i ‘falchi’ dell’Eurogruppo. Ne abbiamo parlato con il prof. Ramon Marimon, professore di Economia allo European University Institute, coordinatore di numerosi progetti, tra cui quello per la ricerca e l’innovazione Horizon 2020.

Rispetto alle affermazioni del presidente Juncker, dell’uscita dall’austerità, cosa si può prevedere per quest’anno?

In vari Paesi, penso per esempio alla Spagna, le cose stanno andando meglio. È molto importante un corretto funzionamento dei mercati, così come dell’unione bancaria. Ciò ancora non si vede, se si guarda all’Europa pensando da un lato a Stati come la Grecia, dall’altro come la Germania. Ma è molto importante capire dove vanno gli investimenti, perché ogni Paese paga determinati interessi sui debiti contratti e, da questo punto di vista, si sta risalendo la china rispetto a prima della crisi, ma ancora non siamo a livelli pre crisi. Tante risorse si devono ancora sviluppare, soprattutto per il capitale umano, perché la crisi di questi anni ha privato di molte opportunità lavorative e, da questo punto di vista, c’è un grande lavoro da fare.

Le banche oggi sono esposte a dei problemi, come i crediti deteriorati, i titoli derivati. Questi problemi sono un effetto delle politiche di austerità?

Sì, è possibile, ma è altrettanto vero che si sono concessi crediti troppo facilmente, non tanto in Italia, ma un po’ dappertutto è successo che nel mondo del lavoro non è si riusciti a trovare risorse sufficienti per finanziare questi impegni economici. Ciò è successo anche negli Usa. Questo è il risultato degli eccessi imputabili non tanto ai soggetti che hanno ottenuto determinati prestiti, quanto alle banche coinvolte. Ci sarà maggiore attenzione e il problema adesso è la transizione da una situazione ad un’altra. Adesso il problema si sta risolvendo in Italia, mentre alcune banche vi si sono trovate per prime, per esempio in Spagna, e quindi vi hanno fatto fronte prima di altre, con l’aiuto dell’ESM (Meccanismo Europeo di Stabilità), sì, ma l’hanno fatto.

Le modifiche che si pensa di attuare nell’ambito del Fiscal Compact potranno anch’esse stimolare positivamente l’economia europea rispetto a questi problemi?

Il Fiscal Compact va affrontato assieme alla Macroeconomic Imbalance Procedure, grazie a cui teoricamente, si può fare molto per monitorare un Paese. Si potrebbe fare molto, ma la struttura politica dell’Unione europea lascia margini di interventi un po’ deboli. Ma questo non importa, se i Paesi hanno la consapevolezza che si sta facendo una supervisione della situazione generale. Per esempio, ciò è successo in Italia, quando Renzi, ritenendo di avere un po’ più di soldi, voleva subito spenderli, ma l’Europa lo ha frenato. Ad ogni modo, se una sorveglianza è importante, quella del Fiscal Compact è un po’ ingenua: in questo scenario, se da un lato ha il vantaggio di poter dare agli Stati flessibilità, dall’altro deve evitare la perdita di credibilità. È una politica da attuare e, rispetto a ciò, un esempio positivo viene dalla Grecia, dove si è riusciti a ristrutturare il debito in un’ottica di lungo termine. Anche in Germania, l’intervento dell’ESM  è stato proiettato su un arco temporale di quarant’anni, cosa impensabile fino a poco tempo fa.

Quindi quali sono i pro e i contro?

Ciò evita di trovarsi in situazioni instabili da un anno all’altro, perché l’orizzonte temporale è molto più lungo. D’altro canto, non possiamo prevedere cosa succederà fra trenta, quarant’anni. Un problema di moral hazard, in relazione a questa dinamica, ancora è presente, ragion per cui una sorveglianza comune è importante. Evidentemente con l’ESM, la BCE sta prendendo decisioni importanti, con una componente fiscale e politica importante. Ciò ha un punto debole, simile a quello che gli Usa hanno sopportato grazie al supporto del Tesoro americano. Questa è la situazione in cui ci troviamo, il risultato di una crisi rispetto a cui il supporto del mondo politico sembra debole, ma si può migliorare.

Non ritiene che per migliorare bisognerebbe armonizzare maggiormente i diversi livelli in cui si trovano i vari Stati? Prendiamo il caso della Germania, uno dei Paesi tra i maggiori creditori al mondo, che potrebbe quindi fare credito a tutta Europa . In mancanza di un equilibrio, però, sembra che non si trovino i soldi per ovviare alla crisi…

I soldi ci sono, ma devono passare per investimenti produttivi e anche a bilanciare situazioni molto sbilanciate per via delle disuguaglianze. Ma, se è vero che la situazione globale non è spettacolare, di sicuro, ciò non vuol dire che non ci siano soldi, anche per poter confrontare gli investimenti. Poco spesso si sono avuti investimenti davvero produttivi, più spesso si sono mantenute situazioni un po’ perverse che già esistevano.

Se si parla di uscita dall’austerità, si deve sicuramente parlare anche del rilancio del mercato del lavoro…

Sì, questo è cruciale, perché questo negli Usa si è fatto molto meglio che in Europa. Gli Usa hanno fatto più che in crisi passate rispetto a ciò, Obama termina infatti il suo mandato con un bilancio positivo. Per l’Europa il problema è rappresentato, non soltanto per il mercato del lavoro, dalle divisioni interne. La situazione richiede inoltre una trattazione caso per caso. In Spagna, per esempio, nonostante una indubbia ripresa, i contratti nel mercato del lavoro sono molto molto precari.

A suo avviso, la debolezza dell’Europa di oggi dipende anche dalla sua dipendenza in ambito energetico da altri Paesi, per esempio la Russia?

No, non credo che sia così determinante. È anche vero che in Europa i costi dell’energia cambiano da Paese a Paese, quando non ci dovrebbe essere una così forte. Bisogna quindi fare una valutazione sulle diverse fonti di energia, dalle rinnovabili al nucleare, perché si è puntato molto sulle rinnovabili per poi frenare di recente: questa non è una politica molto saggia. Manca una politica comune e di lungo termine tra i diversi Stati, ciò non solo rispetto alla Russia, ma anche all’interno.

Considerato anche questo, su quali spinte dovrebbe poter contare il superamento dell’austerity in Europa?

Durante la crisi si è avuto un cambiamento istituzionale molto importante, ma ancora non siamo arrivati al punto decisivo, cioè che è vero che si deve completare l’unificazione monetaria, l’armonizzazione fiscale, che permette di trovare molte più risorse dalle tasse rispetto ad adesso, si può migliorare la tenuta del debito, si può puntare sul re-sharing, ma su tutto ciò ci vuole anche una volontà politica. Penso che sia l’alternativa al populismo e che gli europei possano ritrovarsi d’accordo su temi non direttamente economici come la sicurezza e la difesa, per fare passi in avanti in campo politico. Ciò fornirà un aiuto diretto a tutto il resto.

Di che cosa si sta occupando attualmente il suo gruppo di ricerca rispetto all’economia europea?

Attualmente, l’interesse prevalente è orientato alla politica fiscale e monetaria delle istituzioni europee. La crisi, infatti, ha mostrato la necessità di rinforzare la conoscenza questi aspetti, penso ad esempio al tema dell’unione bancaria, su cui la ricerca non è ancora completa. Si vuole monitorare lo sviluppo di questi aspetti, perché, se esiste una moneta unica, non vi è però la capacità di assorbire gli shock che attraversano alcune regioni in maniera altrettanto unitaria, come avviene per esempio negli Stati Uniti. Tra i nostri obiettivi c’è lo studio del debito degli Stati membri e della risposta che si sta dando con l’ESM, indubbiamente un passo in avanti. Studiamo i diversi casi di crisi, come la Grecia, o la Spagna, per le banche, alla ricerca di soluzioni più stabili. Ci occupiamo anche degli effetti delle diverse politiche fiscali, tanto da un punto di vista economico, come anche da quello legale, con avvocati che se ne occupano.

Una ricerca integrata, quindi.

Sì, che si avvale del contributo di otto importanti gruppi di ricerca universitari europei: con l’EUI, anche Cambridge, Bonn, Toulouse School of Economics, University College London, Lisbona, Barcelona Graduate School of Economics, Praga.

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