martedì, Settembre 28

UE – USA: questione di feeling La riuscita del vertice UE-USA dipende dalla capacità dei due attori di accogliere e governare la percezione pubblica del valore dell'alleanza transatlantica che sta cambiando

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I piatti forti della visita di Joe Biden in Europa sono stati certamente il vertice G7 e il summit NATO. Così come la temperatura mediatica è altissima sull’incontro di domani con il Presidente russo Vladimir Putin. Tanto che il vertice di oggi UE-USA sta passando in secondo piano. Eppure quello il vertice di oggi potrebbe essere il momento di sintesi della nuova relazione che Biden punta a costruire con gli europei e sul quale si è impegnato in queste giornate europee.

Le divergenze tra i due blocchi sono molte. Gli Stati Uniti e l’Europa rimangono divisi su molte questioni politiche chiave, sottolineaPolitico‘, e non c’è da credere che la giornata di oggi sciolga i nodi. I dazi sull’acciaio e sull’alluminio sono forse il capitolo più bruciante, se è vero che la UE è particolarmente sensibile se provi mettergli le mani in tasca. E sempre per quanto riguarda l’economia, il fatto che sia in sede G7 sia in sede NATO gli europei abbiano trovato una linea comune sulla Cina, non significa che Bruxelles sia disponibile a rivedere i suoi accordi economici, di fatto non ancora definitivi -devono ancora ottenere l’approvazione finale del Parlamento europeo-, con Pechino. E anche sulla Russia la linea di Washington non è esattamente quella di Bruxelles, che per altro deve mediare tra capitali che nei confronti di Mosca hanno atteggiamenti diversi. Da discutere ci sarà anche sull’ambiente -dal prezzi del carbonio alla sostenibilità dell’agricoltura.
Più agevole la discussione sui cambiamenti climatici, in vista della COP26 di Glasgow; la questione pandemia e vaccini e altri temi connessi.

Sostanza a parte, sarà il clima a farla da padrone. E ci vorrà un po’ di mesi per capire se questo vertice avrà saputo lavorare sul clima, partendo dal sentiment dei cittadini europei.

«La maggior parte dei leader europei è stata sollevata quando Biden ha battuto Donald Trump alle elezioni dello scorso anno: il mantra di Trump di ‘America first’ e la sua viscerale ostilità alle alleanze internazionali degli Stati Uniti e al multilateralismo erano una minaccia esistenziale per l’unità occidentale e le istituzioni che avevano servito bene l’Europa da allora la seconda guerra mondiale. Certamente l’atteggiamento positivo di Biden nei confronti dell’UE è un enorme sollievo», annota Ian Bond del Centre for European Reform (ECFR). Biden è il Presidente più atlantista d’America dai tempi di Bill Clinton, dunque Europa e Stati Uniti non si potranno permettere di sprecare questa occasione per rafforzare la loro partnership. Poi verrà il tempo per il confronto, anche duro, sui temi in concreto, per il momento si deve lavorare sul feeling.

Nella politica estera di Biden, l’Europa è strategica, centrale, sia nel suo rapporto con la Cina, sia in quello con la Russia, senza dimenticare l’Africa e parte del Medioriente.

L’Europa da parte sua ha il problema di costruirsi una solida idea di sovranità strategica. «Fondamentalmente, l’UE deve imparare a pensare come una potenza geopolitica», come afferma un report di Centre for European Reform.
La sicurezza è la componente principale della sovranità strategica. Dalla fine della seconda guerra mondiale, gli europei non si sono mai davvero sentiti in pericolo. Non si sentono in pericolo neanche ora, e però l’orizzonte è cambiato, e mentre vede una «Cina assertiva, una Russia risorgente, un’America più focalizzata sull’Indo-Pacifico che sull’Europa e una serie di minacce asimmetriche da altre potenze e attori non statali» l’Europa prende atto che nuove forme di vulnerabilità potrebbero intaccare la sua sicurezza.
Vi è poi la «complessa interdipendenza economica emersa nell’era della globalizzazione che ha creato molteplici dipendenze asimmetriche». «Lo sforzo fondamentale in un’agenda di sovranità economica deve essere quello di ridurre le dipendenze asimmetriche dai poteri esterni senza ricorrere al protezionismo».
Quasi due anni di pandemia hanno fatto esplodere ben chiaro il concetto della sovranità sanitaria. Un sistema sanitario efficace è una questione di sicurezza. E l’UE e i suoi Stati membri «non sono ancora in grado di mantenere l’autonomia europea in questo ambito».
L’urgenza che la UE abbia una solida sovranità tecnologica è un problema che è esploso all’attenzione non soltanto degli addetti ai lavori di Bruxelles ma dell’opinione pubblica europea di mano in mano che è cresciuta la temperatura della guerra tecnologica tra gli USA dell’Amministrazione Trump e la Cina. Le tecnologie del futuro, ovvero «chi le produce e chi stabilisce gli standard e ne regola l’uso sono diventate centrali per la competizione geopolitica. Le Nazioni di tutto il mondo stanno cercando di plasmare gli sviluppi delle nuove tecnologie e di cogliere i benefici -sia economici che geopolitici- che emergono da questa era di rapidi cambiamenti tecnologici».
Altro fronte sul quale gli europei sono in tensione è la sovranità ambientale. Nel mondo globalizzato nessun blocco di Paesi può raggiungere la sovranità ambientale se non insieme al resto del mondo. «L’UE è estremamente vulnerabile all’impatto della crisi climatica», avverte ECFR. «Gli europei non solo subiranno conseguenze dirette sotto forma di eventi meteorologici estremi, scarsità d’acqua e perdita di biodiversità, ma anche conseguenze indirette dell’aumento dei conflitti e delle migrazioni».

In tutto ciò la UE deve tenere ben presente la sua opinione pubblica. Nei decenni scorsi, a partire dalla guerra fredda, l’opinione pubblica ha svolto un ruolo secondario nelle relazioni transatlantiche, considerate una ragion di Stato dalle élite politiche. Negli ultimi anni, e ancor di più dal 2020, «gli stati d’animo pubblici hanno conseguenze politiche», afferma ECFR, più che condizionare sempre più determinano i fatti politici. E tra questi stati d‘animo c’è quello che fa ritenere le relazioni transatlantiche molto meno esistenziali di quanto lo siano state nel passato.
ECFR ha sondato ‘come gli europei vedono l’America di Biden’. Un’indagine paneuropea su oltre 15.000 persone in 11 Paesi, commissionata dal Centre for European Reform e condotta a novembre e dicembre 2020 da Datapraxis e YouGov. Gli esiti di questa ricerca saranno sicuramente ben chiari nella mente di Biden e dei suoi uomini e nel teamdi Bruxelles. A conclusione degli anni di Trump, afferma ECFR, «l’atteggiamento degli europei nei confronti degli Stati Uniti ha subito un enorme cambiamento».

Sebbene la maggior parte degli europei si sia rallegrata per la vittoria di Joe Biden nelle elezioni presidenziali statunitensi di novembre 2020, non solo non si fidano dell’America e ritengono che un Trump possa essere eletto in una prossima tornata elettorale, ma anche non pensano che l’America possa tornare leader mondiale. Gli europei sono dell’opinione «che il sistema politico degli Stati Uniti sia rotto, che la Cina sarà più potente degli Stati Uniti entro un decennio, e che gli europei non possono fare affidamento sugli Stati Uniti per difenderli». Gli europei pensano che l’Unione dovrebbe «investire nella propria difesa, vogliono essere più duri con gli Stati Uniti sulle questioni economiche, non vogliono allinearsi con Washington, vogliono che i loro Paesi rimangano neutrali in un conflitto tra Stati Uniti e Russia o Cina.


«Alla vigilia della guerra in Iraq, nel 2003, i Paesi europei erano divisi sull’allineamento con l’America di George Bush sui valori, ma pochi dubitavano del suo potere di plasmare il mondo.È vero il contrario con Biden. Molti europei credono nella sua promessa di impegnarsi nuovamente a livello internazionale ma, dopo aver assistito alla risposta americana al covid-19 e alla polarizzazione interna, la maggior parte dubita della capacità di Washington di plasmare il mondo».
ECFR individua quattro nuove tribù basate sulla loro visione del potere nel ventunesimo secolo.
La tribù ‘In America We Trust‘ «è la tribù più piccola, che comprende il 9% di tutti gli intervistati. I suoi membri credono che l’America sia forte e funzionante, mentre l’UE è rotta e in declino. È più probabile che si incontri membri di questa tribù in Italia, Polonia e Francia, dove rispettivamente il 22%, 12% e 12% degli intervistati hanno questa opinione. I membri di questa tribù sono probabilmente consapevoli dei problemi che l’America sta vivendo, ma sanno che, storicamente, gli Stati Uniti si sono sempre ripresi dopo una crisi. Credono che l’America sia in una posizione migliore dell’Europa per preservare la sua influenza nel mondo».
La seconda tribù è «’In the West We Trust‘, che comprende il 20% degli intervistati. Questa tribù è composta da persone che affermano che sia gli Stati Uniti che l’UE stanno prosperando. È più probabile che siano convinti della superiorità del sistema politico ed economico occidentale, e un po’ meno di altre tribù temono che la Cina sarà in futuro il posto di guida geopolitico (sebbene, anche tra questo gruppo, il 53 per cento ritiene che è probabile che la Cina supererà gli Stati Uniti nei prossimi dieci anni). Se si vuole incontrare queste persone, il posto migliore dove andare è l’Europa centrale: costituiscono quasi la metà di tutti gli elettori in Polonia e Ungheria».
Terza tribù è «’In Decline We Trust‘ comprende il 29% degli intervistati, il che li rende il secondo gruppo più grande. I membri di questa tribù credono che sia l’Europa che l’America siano spezzate e in declino. È più probabile che credano che la Cina supererà l’Occidente come modellatore della politica internazionale (il 68 per cento crede che la Cina sarà probabilmente più potente degli Stati Uniti entro dieci anni e il 32 per cento dice lo stesso della Russia). Questi fatalisti geopolitici costituiscono la tribù più numerosa in quattro paesi: Francia (43 per cento degli intervistati), Gran Bretagna (42 per cento), Spagna (38 per cento) e Italia (36 per cento). Tendono ad essere più anziani, con il 53% di loro di età superiore ai 50 anni».
La tribù più numerosa è la quarta: «’In Europe We Trust‘, che comprende il 35% di tutti gli intervistati. È composta da persone che pensano che, politicamente, l’Europa sia sana mentre gli Stati Uniti sono a pezzi. I suoi membri provengono per lo più da Paesi più prosperi ed è la più grande tribù in Danimarca (dove costituisce il 60% degli intervistati), Germania (53 percento), Svezia (51 percento), Paesi Bassi (50 percento) e Portogallo (37 per cento). Questa tribù tende ad essere più istruita della media».

«Mentre, al momento dell’invasione dell’Iraq, la maggior parte degli europei pensava che il loro continente fosse debole e l’America fosse forte, ora gli europei sono più ottimisti su se stessi e più scettici sul potere e sul sistema politico americano». Il sondaggio dell’ECFR mostra che gli europei, «contrariamente alle aspettative, negli ultimi due anni sono diventati leggermente più positivi sull’UE» «Ma mentre gli europei sono più positivi sull’UE, sono molto pessimisti sugli Stati Uniti. Più di sei intervistati su dieci negli 11 Paesi intervistati ritengono che il sistema politico statunitense sia completamente o in qualche modo rotto». «La percezione di molti europei del sistema politico statunitense come rotto sembra farli dubitare che l’America sarà in grado di tornare alla leadership globale nel modo promesso da Biden quando ha detto che ‘l’America è tornata’. Negli 11 Paesi intervistati, il 51% degli intervistati non condivide l’opinione secondo cui, sotto Biden, gli Stati Uniti potrebbero riparare le proprie divisioni interne e investire nella risoluzione di questioni internazionali come il cambiamento climatico, la pace in Medio Oriente, le relazioni con Cina e sicurezza europea». Non bastasse, «sei intervistati su dieci pensano che la Cina diventerà più potente degli Stati Uniti entro i prossimi dieci anni».

E veniamo alle conseguenze politiche di questo sentiment europeo, quelle che Joe Biden, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, avranno avuto ben presenti in mente oggi nell’incontro al Palazzo del Consiglio europeo, a Bruxelles. Il «mondo è cambiato radicalmente,l’Europa è cambiata, ma vogliamo riaffermare la vostra amicizia e alleanza e non vediamo l’ora di lavorare insieme», ha detto von der Leyen nell’accogliere Biden.

«La visione della maggior parte degli europei dell’America come politicamente rotta e probabilmente presto superata dalla Cina come potenza globale sembra influenzare la percezione pubblica del valore dell’alleanza transatlantica in modi che potrebbero avere un impatto significativo sul team di Biden», afferma ECFR. In primo luogo, il passaggio dell’Europa a una maggiore autosufficienza. Uno dei risultati più sorprendenti del sondaggio ECFR è che almeno il 60% degli intervistati in ogni Paese, crede di non poter sempre contare sugli Stati Uniti per la difesa e, quindi, necessità di investire nella difesa europea».
In secondo luogo, ma tutt’altro che secondo, c’è la questione dell’allineamento geopolitico. «Biden ha invitato gli Stati Uniti e l’Europa a formare un fronte unito contro la Cina e quindi modellare la sua ascesa. Ma il sondaggio dell’ECFR mostra che, nell’Europa di oggi, non c’è il sogno di un ritorno a un mondo bipolare in cui l’Occidente dovrebbe affrontare la Cina ei suoi alleati come una volta fece contro l’Unione Sovietica. Preoccupati dai dubbi sull’America e influenzati dall’attenzione di Trump su interessi nazionali ben definiti, gli elettori europei hanno iniziato a pensare in modo diverso alla natura dell’alleanza transatlantica. Almeno la metà dell’elettorato in ogni Paese intervistato vorrebbe che il proprio governo rimanesse neutrale in un conflitto tra Stati Uniti e Cina». E la riluttanza dell’Europa a schierarsi con gli Stati Uniti «emerge anche dalle opinioni degli intervistati su un conflitto tra Stati Uniti e Russia: in nessun Paese intervistato la maggioranza vorrebbe schierarsi dalla parte di Washington».C’è, di fatto, un timore strisciante in molti Paesi europei: che la guerra fredda 2.0 possa avere un esito diverso dalla prima.
Dunque, «la crescente sfiducia nell’affidabilità e nel potere di Washington sta cambiando la natura dell’alleanza transatlantica. Le coalizioni americane della guerra fredda presero la forma di un matrimonio cattolico. Dovevano essere monogami, senza possibilità di divorzio. Dopo quattro anni di Trump, l’alleanza sembra un accordo più casuale: un matrimonio aperto in cui coinvolgere altri giocatori è la chiave per non essere sfruttati».
La terza conseguenza del cambiamento della percezione del potere è il desiderio di essere meno sentimentali nei rapporti con gli Stati Uniti. «Un effetto perverso del mandato di Trump al potere è che, concentrandosi spietatamente sull’interesse nazionale, ha incoraggiato gli altri attori, inclusi gli europei, a concentrarsi maggiormente sulla protezione dei propri interessi a scapito dei più ampi interessi comuni dell’Occidente democratico. Ciò si riflette nel desiderio di molti europei di investire nella difesa. C’è stato anche un netto cambiamento nel modo in cui le persone considerano le relazioni economiche transatlantiche».

C’è un diffuso ottimismo tra gli europei sul fatto che il partenariato transatlantico abbia un futuro, ma «gli europei sono scettici sugli sforzi dell’America per riconquistare la sua influenza e contenere l’ascesa della Cina. «La prospettiva di una nuova guerra fredda con la Cina è profondamente poco attraente per gli europei che abbiamo intervistato. Non è che gli europei siano pro-Cina», anzi, secondo un precedente sondaggio ECFR «gli europei non sono attratti dal modello cinese e la pandemia ha chiarito le ambizioni egemoniche della Cina. Ma gli europei sembrano desiderosi di forgiare il proprio percorso piuttosto che allinearsi alla politica americana della Cina. Il maggior numero di intervistati in questo e nei precedenti sondaggi sembra sostenere l’idea di un’Europa più sovrana e autonoma». Ma attenzione a capire bene cosa gli europei intendono per Europa ‘sovrana’. «Mentre i leader europei tendono a considerare la sovranità europea come il riflesso del desiderio di svolgere un ruolo più importante nella politica globale, indipendentemente dal fatto che sostengano l’idea, non è così per un gran numero di cittadini europei. C’è un gruppo consistente per il quale la ‘sovranità europeaè il codice per una spinta verso la neutralità nella crescente competizione tra Stati Uniti e Cina. Per questi cittadini la sovranità europea non è un grande ingresso nella politica internazionale, ma un’uscita di emergenza dal mondo bipolare di domani».

Una nuova indagine ECFR di queste settimane su ‘come vedono gli europei il loro posto nel mondo’ in qualche modo conferma esattamente questo, e va oltre. Infatti emerge chiaramente che i cittadini europei «credono nella necessità di una maggiore cooperazione, in particolare nel rafforzamento dell’UE come attore globale; vedono il mondo come fatto di partnership strategiche, senza alleanze automatiche; vogliono la costruzione del potere europeo e del ruolo globale dell’UE. E a circa sei mesi dall’insediamento di Biden, in questa ricerca la fiducia negli Stati Uniti torna a risalire. Le «percezioni del sistema politico americano sono generalmente migliorate dall’autunno 2020», ma «gli europei hanno modeste aspettative sulla nuova leadership di Washington».
«I
l senso istintivo che gli europei hanno dell’Occidente non si adatta più alla realtà geopolitica in cui ora vivono. Il sogno dell’Occidente dell’era della guerra fredda appartiene al passato. Ciò fa sì che gli elettori europei sentano che l’UE non ha più alleanze naturali che trascendono le diverse questioni politiche, un sentimento che indica la necessità di costruire un senso più forte di sovranità europea e perseguire partnership transazionali. In un mondo di grandi potenze in competizione, gli europei vedono la necessità di coltivare partenariati strategici con vari Paesi. La nostra indagine mostra che gli europei stanno già percorrendo questa strada e adottando un approccio cooperativo piuttosto che conflittuale nei confronti del mutevole ambiente internazionale. Sembrano desiderosi di forgiare il proprio percorso non in opposizione fondamentale, ma piuttosto in cooperazione pragmatica con gli altri».
È qui che l’opinione pubblica avrà un impatto sulla politica delle élite.

«Mentre tutti i governi europei cercheranno di costruire uno stretto rapporto con l’Amministrazione Biden, non sentiranno di avere il sostegno pubblico per fare grandi concessioni su questioni di alto profilo di importanza nazionale.

La lezione principale del sondaggio ECFR è per il team Biden. La nuova amministrazione americana ha un’idea chiara di come i quattro anni di Trump hanno cambiato l’America, ma deve essere consapevoli dell’effetto Trump sulla geopolitica delle emozioni dell’Europa». L’eredità di Trump avrà una coda lunga.
«C’è ora un’opportunità unica per rilanciare e trasformare l’alleanza transatlantica, ma non si può coglierla con promesse poco convincenti di restaurazione e bipolarismo. È necessario un nuovo transatlanticismo, basato sulla comprensione comune che l’alleanza USA-Europa non è sufficiente per rimodellare il mondo», conclude ECFR. 

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