sabato, Dicembre 4

UE-USA, asse democratico anti-Cina? L' Amministrazione Biden spera di riunire le democrazie in una nuova alleanza contro i poteri autocratici guidati da Pechino. Ma perché l'Europa dovrebbe compiere un serio sforzo militare per difendere o promuovere la democrazia dall'altra parte del mondo?

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Il 9 e 10 dicembre si terrà il Vertice virtuale per la Democrazia del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden -che dovrebbe essere poi seguito da un vertice di persona il prossimo anno.

Difesa dall’autoritarismo, lotta alla corruzione e promozione del rispetto dei diritti umani saranno al centro dei lavori. Otre 100 leader dovrebbero essere invitati al vertice, tra questi anche i leader di Paesi con discutibili pedigree democratici come Polonia, Ungheria, Turchia, ecc.. Il vertice, affermano dalla Casa Bianca, intende avere un ‘approccio davvero inclusivo’ puntando ad affermare la democrazia come valore imprescindibile. Questa sarà sopratutto l’occasione per Biden per rinsaldare i legami con gli alleati all’interno dell’Unione Europea e della NATO, e richiamare la loro adesione all’asse democratico anti-cineseL’Amministrazione Biden spera di riunire le democrazie in una nuova alleanza contro i poteri autocratici guidati da Pechino. Biden in primis sembra credere che valori democratici condivisi possano legare insieme Europa e Stati Uniti in una grande coalizione anti-cinese. Ma perché l’Europa dovrebbe compiere un serio sforzo militare per difendere o promuovere la democrazia dall’altra parte del mondo? quando l’UE non riesce nemmeno a capire come rispondere all’erosione della democrazia in Ungheria e Polonia.
Nei giorni scorsi il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, in una intervista al ‘Financial Times’, ha descritto la Cina come la priorità della NATO, tanto che l’ascesa della Cina occuperà una parte importante della prossima Dottrina strategica che la Nato varerà nell’estate del 2022.

«Quello che possiamo prevedere è che la crescita della Cina avrà un impatto sulla nostra sicurezzaE già lo fa», ha affermato Stoltenberg. «La Cina si sta avvicinando a noi. Li vediamo nell’Artico. Li vediamo nel cyberspazio. Li vediamo investire pesantemente in infrastrutture strategiche nei nostri Paesi», «Ovviamente hanno sempre più armi ad alto raggio che possono raggiungere tutti i Paesi della Nato. Stanno costruendo molti, molti silos per missili intercontinentali a lungo raggio». La NATO è preoccupata e pronta a muoversi verso il Pacifico, l’Europa, intesa come Unione Europea, decisamente meno.

Fin dai suoi primi passi, l‘Amministrazione di Joe Biden ha lavorato per coalizzare gli alleati degli USA nellacompetizione strategica contro la Cina. Operazione ben comprensibile sul fronte asiatico, dove gran parte dei Paesi sono effettivamente preoccupati per le tendenze egemoniche cinesi, e la cooperazione di Giappone, Australia, Corea del Sud, India e altri minori è essenziale e inevitabile anche per gli stessi Paesi chiamati a coinvolgersi sotto l’ombrello americano.
Altro, ben altro è il fronte europeo. Joe Biden vorrebbe che anche i partner europei facessero parte di questa coalizione anti-Cina, il che, come si è visto in questi mesi, è tutt’altro che scontato.
Stephen M. Walt, docente di relazioni internazionali all’Università di Harvard, ricorre alla ‘balance of threat’ (BoT), la
teoria dell’equilibrio della minaccia.
Secondo BoT,
il comportamento dell’alleanza degli Stati è determinato dalla minaccia che percepiscono da altri Stati. «Il livello di minaccia, è una combinazione di quattro componenti della minaccia: potere aggregato, prossimità geografica, capacità offensive e intenzioni percepite», spiega Walt. «A parità di altre condizioni, gli Stati vicini con molto potere economico e militare sono più minacciosi di quelli che sono lontani e quindi hanno maggiori probabilità di spingere gli stati nelle loro vicinanze ad allearsi contro di loro. E ancora, a parità di condizioni, gli Stati con grandi eserciti orientati all’offensiva sono più minacciosi degli Stati che hanno modeste capacità militari o forze armate progettate più per la difesa territoriale che per la proiezione o la conquista del potere. Uno Stato più debole giudicato con intenzioni maligne potrebbe essere visto come più minaccioso di uno Stato potente che è attivamente amichevole o almeno ampiamente soddisfatto dell’attuale status quo; se è così, il primo attiverà un comportamento più equilibrante rispetto al secondo. La percezione della minaccia può cambiare rapidamente se uno stato con un grande potenziale di potere sta crescendo rapidamente, acquisendo capacità militari adatte ad attaccare gli altri e cercando apertamente di rivedere gli accordi territoriali o politici esistenti per trarne vantaggio a spese degli altri. Poiché le intenzioni possono cambiare rapidamente e il futuro è sempre incerto, gli stati in genere proteggono le loro scommesse, alleandosi con gli altri contro il pericolo di oggi, ma mantenendo aperte altre opzioni se l’ambiente della minaccia cambia».

Agli occhi della BoT la spinta alla coalizione invocata da Biden è francamente molto debolegli europei non hanno motivazioni impellenti per coalizzarsi contro la Cina, anzi, piuttosto hanno ancora validi motivi per collaborare con la Cina, o, al massimo, per restare neutrali, chiamarsi fuori da questa ‘nuova guerra fredda’.
Se è vero che
la crescente potenza della Cina ha modificato in negativo il sentiment degli europei nei confronti della Cina, è altrettanto vero che «l’Europa è molto lontana dalla Cina», come afferma Walt. «Pechino non rappresenta una minaccia per l’integrità territoriale di alcuno Stato europeo o per altri elementi fondamentali della loro sicurezza nazionale. La Cina non invaderà l’Europa, la attaccherà con armi nucleari o sponsorizzerà attacchi terroristici su larga scala. Anche una marina cinese molto più potente non navigherà dall’altra parte del mondo e cercherà di imporre un blocco. Né la Cina sta per inviare milioni di profughi ai confini dell’Europa».

Nell’arco di due decenni, ma soprattutto negli ultimi anni, l’atteggiamento europeo nei confronti del gigante asiatico è molto cambiato. I limiti del soft power della Cina sono molto visibili nella UE. La Palacký University di Olomouc, in collaborazione con l’Istituto centrale europeo di studi asiatici (CEIAS), ha condotto un’indagine su vasta scala dell’opinione pubblica sulla Cina in 13 Paesi europei. Nel complesso, le opinioni sulla Cina nei Paesi esaminati sono prevalentemente negative, con intervistati in 10 paesi su 13 che riportano opinioni significativamente più negative che positive. I problemi percepiti più negativamente sono l’impatto della Cina sull’ambiente globale e l’effetto della Cina sulla democrazia in altri Paesi. Solo il commercio con la Cina è percepito prevalentemente come positivo nella maggior parte dei Paesi.
Una radiografia esauriente è stata fatta in svariate indagini dall’European Council on Foreign Relations, che afferma come
con la crisi Covid-19 «il 62% degli intervistati ha ora una visione più negativa di Pechino». Altresì, secondo l’opinione pubblica europea, le «relazioni economiche sino-europee mancano di reciprocità e vi sono crescenti preoccupazioni all’interno dell’UE per l’approccio assertivo della Cina all’estero, nonché per le sue violazioni degli impegni legali internazionali e le massicce violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang. Nel complesso, c’è un crescente scetticismo sulla traiettoria futura della relazione, che offre l’opportunità per una politica dell’UE più solida e coerente nei confronti della Cina».

«Lo stile diplomatico conflittuale della Cina e i suoi sforzi per imporre l’uniformità culturale ‘rieducando’ milioni di uiguri hanno giocato male anche in Europa. Queste dimensioni della minaccia -l’aumento del potere aggregato e la crescente percezione che la Cina sia una potenza revisionista che non si comporta bene- hanno portato molti governi europei ad assumere una visione più cauta del ruolo crescente della Cina sulla scena mondiale. Guardando al futuro, è probabile che il desiderio condiviso di impedire a una Cina irrequieta,intollerante e pronta all’ira di esercitare la massima influenza sui principi fondamentali dell’ordine mondiale incoraggi la maggior parte dell’Europa (e in particolare i più stretti alleati dell’America) a schierarsi con Washington, almeno su questioni come il commercio o i diritti umani fondamentali», afferma Stephen M. Walt. Il quale ritorna alla domanda di fondo: perché sarebbe nell’interesse dell’Europa schierarsi in una contesa militare con la Cina? «Consideriamo ciò che il Ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha detto: “Gli Stati Uniti vogliono confrontarsi con la Cina. L’Unione europea vuole coinvolgere la Cina“. Ha aggiunto che la questione chiave per l’Europa è diventareindipendente dagli Stati Uniti, in grado di difendere i propri interessi, siano essi economici o strategici“. La maggior parte dei Paesi europei è comprensibilmente riluttante a mettere a repentaglio i propri legami economici con la Cina, la cui quota delle esportazioni tedesche è aumentata da solo l’1,6% nel 2000 a oltre il 7% nel 2018, mentre la quota americana è scesa dal 10,3% all’8,7% nello stesso periodo, creando un ulteriore disincentivo per bilanciare militarmente la Cina. Nonostante questi ostacoli, alcune Nazioni europee potrebbero essere ancora disposte a bilanciare la Cina per altri motivi. Potrebbero farlo perché hanno i propri interessi in Asia: per esempio, la Francia ha vasti possedimenti marittimi e più di un milione di cittadini nel Pacifico, anche se dubito che la Francia metropolitana possa difendere i suoi vasti possedimenti contro un determinato aggressore. Oppure, l’Europa potrebbe unirsi a una coalizione di bilanciamento guidata dagli Stati Uniti perché ha capito che gli americani non continueranno a proteggerli se opteranno per la neutralità nei confronti della Cina. Ma in questo scenario l’Europa farebbe solo il minimo necessario per placare l’opinione americana, e la mia ipotesi è che non sarà molto».

L’ipotesi che avanza Walt «è che gli Stati Uniti e l’Europa continueranno a schierarsi su molte questioni di soft power: diritti umani, salute pubblica, non proliferazione, alcuni (ma non tutti) sforzi per riformare l’ordine economico globale e simili. Potremmo assistere a occasionali operazioni di libertà di navigazione congiunta attraverso il Mar Cinese Meridionale e discussioni sostenute su cosa (alcuni) Stati europei potrebbero fare se dovesse verificarsi una vera crisi che coinvolga la Cina. Entrambe le sponde dell’Atlantico saranno disposte a imporre di tanto in tanto sanzioni simboliche ai percepiti piantagrane. E sono sicuro che gli Stati Uniti continueranno a insistere affinché l’Europa lavori duramente per tenere la tecnologia sensibile con le applicazioni militari fuori dalle mani di Pechino. Ma non vedo molto di più oltre a questo. Secondo la teoria dell’equilibrio della minaccia, gli europei si concentreranno principalmente sui pericoli che sorgono più vicino a casa e la maggior parte dei Paesi europei sarà profondamente riluttante a mettere a rischio vite o prosperità per aiutare a mantenere l’equilibrio di potere regionale in Asia».

Ciò che è veramente è in azione qui, afferma Stephen M. Walt, «è un cambiamento strutturale nella distribuzione del potere (e delle minacce), che si è sviluppato gradualmente da quando l’Unione Sovietica è implosa. Ci sono voluti decenni per manifestarsi, in parte perché l’era unipolare (1993-2009) ha oscurato ciò che stava accadendo sotto la superficie. Il mondo di oggi è caratterizzato da una multipolarità sbilenca, il che significa un ambiente di minaccia più ambiguo per molti Stati e una gamma di scelte diverse per grandi e medie potenze. La solidarietà transatlantica è stata in definitiva il prodotto della guerra fredda bipolare».

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