lunedì, Agosto 2

Ue, un semestre greco di tante speranze true

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Antonis Samaras

Atene operativamente al timone dell’Europa. La prima presidenza low cost della storia europea entra in scena nei giorni stessi in cui la Troika internazionale si appresta a tornare a bussare alle porte del Ministero delle Finanze ellenico, per verificare lo stato di avanzamento della cura di austerità. 50 milioni di budget e staff ridotto all’osso, per i 14 vertici ministeriali e i 120 eventi legati al semestre. La speranza, confidano al Ministero degli Esteri di Atene, è riuscire persino a risparmiare qualcosa, rispetto al budget.

Per cominciare, agli ospiti stranieri niente cravatte e foulards omaggio: si dovranno accontentare di penne e bloc-notes ufficiali. Sul piano operativo, nei prossimi mesi il premier Antonis Samaras conta progressi significativi sulla questione immigrazione – obiettivo condiviso con l’Italia – con l’approvazione a giugno della nuova strategia comunitaria. Parallelamente, la Grecia punta anche all’approvazione di un piano marittimo europeo. L’occupazione e la crescita, considerata la situazione sociale emergenziale che si vive ad Atene, saranno altrettanto importanti, così come l’accordo definitivo sull’unione bancaria, raggiunto con fatica all’ultimo Ecofin, e destinato ora a un percorso tutto in salita nei negoziati con il Parlamento Europeo.

Ragionamenti – questi – al netto della stabilità politica greca: il Governo di grande coalizione in carica vive sul filo del rasoio dei voti. Ancora una crisi e si va alle elezioni, con l’atteso boom della sinistra radicale Syriza. Secondo quanto riporta l’Ansa, Alexis Tsipras, leader di Syriza, il partito della sinistra radicale e maggiore forza politica di opposizione in Grecia, non ha partecipato alla cerimonia ufficiale per l’assunzione della presidenza di turno dell’Ue da parte della Grecia che si è svolta al Megaro Mousikis (Palazzo della Musica). La decisione è stata presa martedi durante la riunione del gruppo parlamentare del partito. Tsipras intende così esprimere il proprio dissenso dalle modalità con cui egli ritiene che il premier conservatore Antonis Samaras utilizzerà il semestre di presidenza greca. Modalità che, secondo Tsipras, non mettono in evidenza come dovrebbero la «situazione catastrofica» del Paese. Inoltre il leader di Syriza, che accusa il governo di aver sempre rifiutato un dibattito su questo tema, considera il premier responsabile per il rinvio della visita ad Atene della cosiddetta Commissione Europea d’Indagine per l’opera svolta dalla troika (Fmi, Ue e Bce) nei Paesi dell’Europa del Sud. Il rinvio, ha assicurato il portavoce di Martin Schulz, era stato deciso dallo stesso presidente del Parlamento europeo senza nessuna interferenza da parte del governo di Atene.

Ancora combattimenti su Ramadi e Falluja dove, da giorni, l’esercito regolare sta tentando di liberare le due grandi città irachene dall’occupazione di al-Qaeda. Gli estremisti islamici, con un colpo di coda, provano da tempo a rimpossessarsi della capitale Baghdad, con una manovra d’accerchiamento che parte dalla conquista di città bastione della regione. il governo sciita di Nuri al-Maliki ha lanciato una dura controffensiva. La guerriglia sta lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue, violenza e paura.  Sono più di 13.000 le famiglie che hanno già abbandonato Falluja. A renderlo noto la Mezzaluna Rossa irachena, che ha spiegato come i civili abbiano raggiunto altri villaggi e città della provincia di Anbar, a ovest di Baghdad, trovando riparo in scuole, edifici pubblici o presso parenti. Sempre secondo l’organizzazione umanitaria, a Falluja si sono tornati a vedere i vigili urbani per strada ma la città è ancora controllata da miliziani qaedisti che vanno in giro con il volto coperto da passamontagna.

Nonostante la minaccia di un ulteriore assalto da parte delle forze governative, schierate poco lontano, la popolazione tenta di tornare alla normalità e alcuni negozi hanno riaperto. Finora i militari non sono intervenuti per evitare ulteriori vittime civili. Anche perché a Fallujah sono attivi non solo i soldati dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isil), gruppo legato ad al-Qaeda, ma anche uomini armati appartenenti ai gruppi tribali sunniti, ostili al governo sciita. Se ciò non bastasse, la situazione è resa ancora più incerta dal fatto che anche le forze di sicurezza regolari hanno ingaggiato miliziani delle tribù locali per combattere nella provincia, dove in una settimana di scontri si sono verificati almeno 250 morti.

E la battaglia non cessa: ancora nelle prime ore della giornata in due quartieri ci sono stati sporadici bombardamenti e sparatorie, proseguite per ora. E il fronte degli scontri sembra allargarsi. Vicino alla capitale provinciale Ramadi i soldati hanno attaccato con l’aiuto degli elicotteri la zona di al-Khalidiya, dopo che ieri era stato diffuso via radio un appello del protavoce dell’Isil, Abu Mohammed al-Adnani, che invitava i sunniti a continuare la loro battaglia contro il governo sciita. Il primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, ha chiesto a coloro che si sono uniti ad al-Qaeda di abbandonare la loro lotta, di «tornare alla ragione», suggerendo la possibilità di un perdono. Ma il premier ha anche promesso che la guerra contro gli estremismi continuerà e che porterà a termine l’offensiva per riconquistare le città invase. A due anni dal ritiro delle truppe statunitensi, che in queste ore hanno promesso al governo l’invio di armamenti per tamponare l’emergenza, in Iraq stanno dunque riguadagnando peso i militanti sunniti, ostili al governo filo occidentale di al-Maliki. Facendo di Ramadi e Falluja le proprie roccaforti, proprio come nel 2003, quando le truppe Usa sferrarono l’attacco al regime di Saddam Hussein.

Il governo turco del premier Recep Tayyip Erdogan, nella bufera per i continui scandali di corruzione, ha deciso durante la notte la rimozione dall’incarico dei capi della polizia di 16 città del Paese, fra cui Ankara e Smirne. Il capo della polizia di Istanbul era già stato destituito il mese scorso dopo il primo blitz anti-corruzione del 17 dicembre.

Ancora un episodio di censura in Cina nei confronti di media stranieri, accusati di aver scritto cose che non piacciono al governo dio Pechino. Da ieri il sito internet del quotidiano britannico ‘The Guardian’ è inaccessibile nel Paese. I tentativi di accedervi sono risultati vani da qualsiasi parte della Cina anche utilizzando browsers diversi. Solo l’uso di vpn (virtual private network, un software che permette di collegarsi tramite ip stranieri bypassando quindi la censura) consente di leggere on line gli articoli del quotidiano britannico nel Paese del dragone. Non è la prima volta che Pechino decide di oscurare siti di giornali stranieri.

Era già accaduto con Bloomberg e con il ‘New York Times’ nel 2012 dopo che pubblicarono articoli che rivelavano le enormi ricchezze accumulate dai leader politici cinesi e dalle loro famiglie. Il motivo che ha ora condotto alla censura contro il Guardian non è però ancora chiaro. Qualcuno ipotizza che la cosa possa essere legata a un articolo dello scorso 6 gennaio in cui si parla delle tensioni etniche nella regione dello Xinjiang anche se il quotidiano sostiene di aver coperto l’argomento in modo da non provocare conseguenze. Ancora non si sa se quello contro il “Guardian” è da considerarsi un blocco temporaneo o meno. A novembre scorso, la versione in lingua cinese dei siti di Reuters e del Wall Street Journal era stata bloccata per pochi giorni.

Un giornalista svedese rapito in Siria a novembre è stato liberato e consegnato al personale del Comitato internazionale della Croce Rossa. Lo ha annunciato al quotidiano libanese ‘The Daily StarAhmad Fliti, vice sindaco della cittadina di Arsal, nel nord-est del Libano. Ad Arsal, il reporter, di cui non vengono fornite le generalità, è stato affidato dal personale della Croce Rossa a quello della Mezzaluna Rossa libanese e ora e’ in viaggio verso l’ambasciata svedese a Beirut.

Il processo al presidente egiziano destituito Mohammed Morsi è stato aggiornato al primo febbraio. Lo riferiscono media ufficiali. Il processo per incitazione all’omicidio dei dimostranti è stato rinviato a causa delle condizioni meteorologiche che hanno impedito a Morsi di essere in aula. Il presidente deposto e’ in carcere ad Alessandria ed oggi una fitta nebbia gravava sul Cairo impedendo l’atterraggio degli elicotteri.

 

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