sabato, Maggio 15

UE, quanto contano i parlamenti Intervista al professor Andrea Santini

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In agricoltura, ambiente, trasporti, energia e nelle altre materie per le quali condivide la competenza con gli Stati membri, l’Unione europea può intervenire solo se è in grado di agire in modo più efficace rispetto a questi. È il principio di sussidiarietà, sancito dal Trattato sull’Unione europea e ispirato dalla volontà che le decisioni siano prese al livello più vicino possibile ai cittadini. Sul suo rispetto vigilano anche i parlamenti degli Stati membri, in base al trattato di Lisbona del 2009. Limitati nelle competenze dal trattato di Maastricht del 1993, i parlamenti nazionali partecipano al processo comunitario ed esercitano il controllo democratico grazie agli scambi d’informazioni con le istituzioni europee, all’obbligo per queste di trasmettere certi documenti e all’attività della Conferenza dei comitati parlamentari per gli affari dell’Unione (Cosac).

Alcuni vorrebbero che il ruolo dei parlamenti degli Stati membri fosse rinforzato, e fra costoro ci sono i presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini, che il 7 aprile si sono espressi a favore di un maggior coinvolgimento dei parlamenti nazionali nelle decisioni di quello comunitario. Ne abbiamo parlato con Andrea Santini, professore associato di Diritto internazionale e di Diritto dell’Unione europea all’Università cattolica del Sacro cuore di Milano. Secondo il docente il parlamento italiano è meno efficace di altri nell’intervenire sulle questioni europee, a causa della sua disattenzione, ma ora ci sono tutte le condizioni affinché la situazione cambi.

 

Professor Santini, i presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, auspicano che i parlamenti degli Stati membri dell’Unione europea siano più coinvolti nelle decisioni del Parlamento Ue. Oggi qual è il loro peso?

Il trattato di Lisbona, in vigore dal primo dicembre del 2009, ha molto valorizzato il ruolo dei parlamenti nazionali. Lo ha fatto dando loro una seconda funzione di controllo, per rafforzarne la partecipazione alle attività dell’Ue, soprattutto legislative. La prima funzione, tradizionale e connaturata ai regimi democratici, è a livello nazionale: controllare i governi e le posizioni che questi assumono in sede europea, all’interno del Consiglio. Questo ruolo classico si basa più sulle regole dei singoli Stati membri che sul diritto Ue, trattandosi di un controllo politico sulle scelte dell’esecutivo. Il trattato di Lisbona ha aggiunto una seconda funzione: controllare il rispetto, da parte delle istituzioni europee in fase di produzione legislativa, del principio di sussidiarietà, quello in virtù del quale l’Unione può intervenire solo se la sua azione risulti più efficace di quella dei singoli Stati. È successo di recente, quando un certo numero di parlamenti nazionali ha contestato la proposta della Commissione d’istituire una procura europea.

Che effetti ha la nuova funzione?

I parlamenti nazionali non possono bloccare una proposta della Commissione, ma hanno facoltà di sollevare il problema se ravvisano la violazione del principio di sussidiarietà. Diciamo, con metafora calcistica, che non possono estrarre un cartellino rosso, ma uno giallo. A differenza della funzione tradizionale, quella introdotta dal trattato di Lisbona comporta l’interazione con le istituzioni europee, non solo il Parlamento Ue perché la produzione legislativa coinvolge anche Commissione e Consiglio. Come il ruolo classico, comunque, quello nuovo presuppone che i parlamenti nazionali siano molto attenti ai procedimenti decisionali dell’Unione. Devono anche essere molto tempestivi, perché hanno otto settimane per esprimersi sulle proposte della Commissione. Alcuni parlamenti hanno già dimostrato in passato la capacità di intervenire con efficacia sulle questioni europee, altri – come quello italiano – assai meno.

A che cosa è dovuta questa mancanza di attenzione da parte del parlamento italiano?

Rientra in una logica a lungo prevalsa nel nostro Paese, quella per la quale l’integrazione europea è scontata e positiva e non c’è bisogno di prestarvi particolare attenzione. Le Camere hanno delegato al governo la gestione degli affari europei. La nostra politica è sempre stata più rivolta all’interno che all’esterno, e per accorgersene basta pensare a ciò che avviene durante le campagne elettorali per le elezioni europee: l’attenzione è spesso concentrata più sui temi interni che su quelli europei.

Come si può cambiare questa situazione?

Ci sono tutte le condizioni affinché la situazione cambi, grazie alla valorizzazione intervenuta con il trattato di Lisbona e al fatto che, dopo l’entrata in vigore di questo, sono state introdotte anche sul piano interno delle norme volte a garantire un maggiore coinvolgimento del Parlamento nel processo di elaborazione delle norme europee. Adesso è una questione di capacità e volontà politica. In passato si poteva forse essere frenati dall’idea di poter incidere poco, ma non è più così grazie al cambiamento prodotto dal trattato. Questa valorizzazione è un dato molto positivo in ottica di democratizzazione dell’Ue, aggiungerei. Non nascondo, tuttavia, che essa non è priva di una certa ambiguità: la via principale per rafforzare la democraticità dell’Unione è potenziare il Parlamento europeo, che ha piena legittimità democratica, e nella volontà di far contare di più i parlamenti nazionali forse c’è l’intenzione di mettere sotto tutela il processo legislativo dell’Ue.

Alcuni parlamenti nazionali hanno più peso di altri nell’Unione? Se sì, qual è il peso di quello italiano?

Dal punto di vista formale nessun parlamento nazionale ha più peso di altri sul processo legislativo comunitario. È chiaro, però, che quanto più un Paese membro è popoloso, tanto più le posizioni del suo parlamento possono incidere, se questo è capace di seguire con prontezza gli affari europei.

 

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