venerdì, Luglio 30

UE, possibile una politica estera comune? field_506ffb1d3dbe2

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European Parliament in Strasbourg

E’ arrivato il momento dell’Italia. Il primo luglio è iniziato il semestre europeo che vedrà fino a gennaio 2015 il nostro Paese a capo della politica comunitaria. Molte le aspettative, parecchi i nodi da sciogliere e le situazioni di crisi da monitorare. C’è una grossa fetta di euroscettici, basta vedere i risultati delle ultime elezioni, che guarda con diffidenza l’azione politica ed economica dell’Europa. La prima mossa indispensabile è dare un segnale forte, soprattutto in ambito di politica estera.

Nonostante i nuovi strumenti istituzionali previsti dal Trattato di Lisbona del 2009, con riferimento alla figura dell’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e il Servizio europeo per l’azione esterna, è rimasta ancorata ai tradizionali limiti. Quali? La scelta di una politica comunitaria di ‘basso profilo’. Tradotto in termini pratici, l’ostacolo principale da superare rimane ancora il riconoscimento effettivo, nella mentalità dei Paesi membri, di un’entità sovranazionale che racchiuda in un’unica azione le volontà degli Stati Europei. Sempre nel testo di Lisbona si legge e si auspica «un’Europa protagonista sulla scena internazionale, il cui ruolo viene potenziato raggruppando gli strumenti comunitari di politica estera, per quanto riguarda sia l’elaborazione che l’approvazione di nuove politiche. Il Trattato permette all’Europa di esprimere una posizione chiara nelle relazioni con i partner a livello mondiale. Mette la potenza economica, umanitaria, politica e diplomatica dell’Europa al servizio dei suoi interessi e valori in tutto il mondo, pur rispettando gli interessi particolari degli Stati membri in politica estera».

L’anno successivo, nel Rapporto Gonzalez -‘Project Europe 2030’-, redatto dal Gruppo di Riflessione sul futuro dell’Europa, si è evidenziata l’assoluta necessità di una politica estera unitaria, «la politica estera europea non può essere considerata solo un’opzione facoltativa, un ‘esercizio di influenza’ messo in atto come componente aggiuntiva delle politiche europee basilari, ma una scelta obbligata proprio per garantire gli obiettivi di prosperità, sviluppo equilibrato e crescita che rappresentano il cuore della missione dell’UE». Ma le dichiarazioni e i trattati devono tramutare le intenzioni in fatti.

Federica Mogherini, Ministro degli Affari Esteri del Governo Renzi, in predicato di assumere il ruolo di prossimo Alto rappresentante per gli Affari esteri,  ha illustrato «le priorità del semestre italiano per la politica estera dell’Ue» che si possono «tracciare con un compasso» ideale. «Puntando su Bruxelles» si può seguire una «linea che passa per UcrainaMedio Oriente e Nord Africa». Sono questi i teatri «di maggiore crisi» su cui si concentreranno gli sforzi, puntando sul «valore aggiunto dell’Italia», quello di «saper dialogare con tutte le parti in causa». Il fallimento porterebbe «il rischio di alimentare una frustrazione» nell’opinione pubblica di quei Paesi, col risultato di mettere in discussione l’operato dei Governi impegnati nel dialogo con l’Europa.

Il nodo della questione rimane sempre lo stesso: possiamo veramente parlare di una politica estera comune? I singoli interessi nazionali possono essere bypassati da un interesse sovrannazionale? 
Per cercare di capire se è possibile dirigersi verso questo orientamento, ci siamo rivolti a Lucio Caracciolo, fondatore e Direttore della rivista di Geopolitica ‘Limes’.

 

Si affaccia nuovamente il problema di una politica estera comune. In questo momento ci troviamo di fronte a situazioni di crisi in Libano, Siria e Ucraina, potremmo trovare un punto d’incontro tra le singole politiche nazionali?

Abbiamo Paesi come il nostro, e in qualche misura anche la Germania, che seguono una linea molto prudente o addirittura filo russa, altri filo Kiev e anti Russa. Ma al di là di chi ha ragione o ha torto non essendoci uno Stato è difficile che ci sia una politica estera, ce ne sono ventotto. Almeno ventotto politiche estere.

Su la ‘Voce di Russia’ è uscito un articolo che vede dietro la non politica europea, la volontà degli Stati Uniti di creare un caos nel continente europeo, mai possibile?

Fa parte delle teorie del complotto che spesso i russi tendono a coltivare. E’ chiaro che gli americani hanno un certo potere e una certa influenza in Europa, ma come ho descritto questo potere e questa influenza hanno dei limiti, visto che gli europei si dividono regolarmente. Tanto più adesso che gli americani sono meno interessati all’ Europa ma più all’Asia e a se stessi, e non vedono di buon occhio un interventismo europeo che li possa coinvolgere. Cercano di cavalcare gli europei su questioni che possono essere di loro interesse. Per esempio in Ucraina è chiaro che gli americani hanno spalleggiato la posizione baltica che serviva a riportare un po’ alle sue dimensioni la Russia, che si era leggermente allargata in Siria ed Egitto. Non vedo una grande strategia americana in Europa, e nel caso ci fosse, non funziona.

L’Europa e la sua politica, quindi, continuano a rimanere in una situazione di stallo. Secondo la teoria precedente sembrerebbe che la ‘Guerra Fredda’ sia sempre in agguato

Abbiamo passato una fase acuta della contrapposizione tra America e Unione Sovietica. Alcune categorie mentali, e soprattutto l’idea che la Russia non debba essere associata al resto dell’Europa, sono ferme, stabili e attive in America e in una parte dell’Unione Europea.

La questione dei Marò rimane ancora insoluta, eppure non dovrebbe essere considerato un problema strettamente italiano, forse adesso potremmo sbloccare la situazione?

No. Io non penso che l’India possa prendere in considerazione le minacce di qualsiasi rappresentante europeo. Nel senso che parla per se stesso o per i suoi burocrati, ma non ha alle spalle una forza militare o una strategia politica. E’ un caso che purtroppo pesa unicamente sulle spalle italiane e che speriamo ora di poter recuperare. Agli altri europei non importa dei Marò italiani.

Si ritorna sempre al problema fondamentale: prima l’Europa deve affermare la sua soggettività e poi può parlare di politica estera?

L’Italia presume di avere una politica estera come hanno altri Stati europei. Il problema è che non c’è una soggettività politica europea che possa produrre una politica europea. Ci sono tante politiche europee, alcune volte andiamo d’accordo e otteniamo dei risultati mentre altre volte no. Non si può lavorare sull’unione della politica estera come se fosse un laboratorio a sé, e questo è un po’ l’errore che noi facciamo sempre in Europa, si fa la moneta, si fa la politica estera, ma se manca un soggetto politico che possa determinare questi eventi e costruire una strategia su di essi, queste cose lasciano il tempo che trovano, almeno dal punto di vista dell’unificazione e dell’integrazione dell’Europa. Se non si parte da un’integrazione politica è difficile che ci si possa arrivare attraverso altri tipi di integrazione, certamente quello diplomatico è proprio l’ultimo.

Si paventava l’idea di Federica Mogherini come Alto Commissario per gli Affari Esteri, una scelta azzardata per l’Italia?

Non credo sarebbe un grande successo per la diplomazia italiana, penso che il nostro Ministro degli Esteri sia più utile al nostro Paese facendo il Ministro degli Esteri Italiano, perché il potere, come abbiamo visto con la Baronessa Ashton, di chi è a capo di questa grande burocrazia è limitato e anche credo molto frustrante perché deve pur sempre esibire una facciata che non corrisponde alla sostanza e quindi molto spesso viene proprio bypassata, se non addirittura oltraggiata dagli Stati Nazionali che sul terreno fanno le loro politiche. E’ una condizione francamente molto scomoda .

 

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