sabato, ottobre 20

Ue: posizione miope sul Venezuela

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112 sono ad oggi le vittime di cui si è purtroppo avuto notizia, a partire dallo scoppio delle contestazioni in Venezuela, nello scorso aprile. Di queste, ben 10 sono state le morti avvenute contestualmente allo svolgimento delle consultazioni elettorali di domenica 31 luglio, per l’elezione nel Paese di una nuova Assemblea Costituente.

Rispetto a questa tragica situazione, l’Europa sta cercando di portare avanti la via diplomatica. In particolare, il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, ha definito ‘ingiustificati e arbitrari’ gli arresti avvenuti alcuni giorni fa dei due leader dell’opposizione. Secondo Tajani si tratterebbe di «un altro passo verso la dittatura in Venezuela. L’Ue deve sostenere i suoi valori di democrazia e di libertà di espressione anche al di fuori dei suoi confini e far sentire la propria voce. Dobbiamo dimostrare di essere vicini al sofferente popolo di Venezuela ed agire contro il governo del Presidente Nicolas Maduro». In merito, anche il premier Paolo Gentiloni si è espresso, affermando che la crisi in Venezuela impone una risposta unitaria dell’Unione europea, per impedire la deriva autoritaria. Ma cosa può fare davvero la Ue in Venezuela? Con quali mezzi e quale supporto? Per affrontare tali quesiti e comprendere meglio la situazione di questo Paese, abbiamo parlato con il dott. Fabio Marcelli, giurista internazionale, dirigente di ricerca dell’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR.

Partiamo da come si percepisce la questione: si è denunciata una certa difficoltà di far passare le notizie in Venezuela e forse anche disinteresse, è così?

Sì. Il cliché del Venezuela quale Paese autoritario non esaurisce in modo adeguato le esigenze di informazione che si pongono rispetto a quella situazione. In tal modo, non si arriva ad una comprensione esatta di quanto si sta verificando.

La via delle riforme che si è tentato di imboccare, prima con Chavez ed ora con Maduro, deve fare i conti con i problemi del Paese. Brevemente, qual è il quadro?

Parliamo di un Paese ricchissimo di risorse naturali, non solo petrolifere, anche se queste attirano maggiore interesse da parte degli attori dell’economia internazionale. Il fatto che più colpisce e di cui meno si parla è il ruolo degli Stati Uniti, che sono sempre intervenuti negli affari interni dell’America Latina, dai tempi di Monroe in poi. Un elemento attuale rilevante è il fatto che l’attuale capo del Dipartimento di Stato statunitense, Rex Tillerson, che proviene dai ranghi dell”Exxon Mobil, ha una forma mentis molto mirata al controllo delle risorse petrolifere. Ne era il direttore generale e va ricordato che la Exxon Mobil è in lizza con Chavez già dal 1998: da allora, vi è aperta una disputa che riguarda il controllo delle risorse petrolifere in una zona di confine tra il Venezuela e la Repubblica di Guyana. Ciò è da tenere sicuramente presente.

L’Europa, in questo contesto, sembra voler portare un ruolo autonomo nei rapporti diplomatici con il Venezuela.

In realtà, vi è un parallelismo abbastanza inquietante tra quanto afferma in merito Trump e quanto sostiene l’Europa, rispetto ad altri temi su cui vi sono maggiori divergenze. C’è qui una convergenza, volta a delegittimare l’attuale governo Maduro.

Anche il Papa si è espresso, a sfavore dell’Assemblea Costituente eletta con le votazioni di domenica 31 luglio.

Sì, tale posizione rappresenta una virata rispetto al tradizionale atteggiamento del Vaticano, che ha sempre cercato una mediazione tra le parti in causa. La mossa del chavismo venezuelano, di andare alle elezioni per l’Assemblea Costituente, senz’altro ha posto la Santa Sede di fronte ad una situazione nuova. Ad ogni modo, le posizioni dell’Episcopato venezuelano sono più vicine alle istanze dell’opposizione rispetto a quelle di Papa Francesco.

Qual è il significato politico di tale consultazione?

Ritengo che con tale consultazione Maduro abbia chiesto e ottenuto una riconferma del sostegno popolare, affievolitosi negli ultimi tempi, con un picco negativo alle elezioni parlamentari del dicembre 2015. Dopo tale data, si è venuta a configurare una situazione di blocco, di contrapposizione tra Parlamento, dove la destra venezuelana aveva la maggioranza, e il Presidente venezuelano, eletto dal voto popolare, su posizioni completamente diverse. In questa contrapposizione, si è avuto l’intervento sia del Vaticano che di altri soggetti internazionali per una mediazione e un dialogo possibile. Questo tentativo è fallito per motivi vari; non c’è stata probabilmente, da parte dell’opposizione, una reale volontà di dialogo con il Governo Maduro. In tale contesto, la Costituzione venezuelana prevede la possibilità di andare all’elezione di un’Assemblea Costituente. Tale consultazione è stata boicottata dall’opposizione, quindi solamente una parte del Paese ha votato per questa Assemblea Costituente; si tratta di una parte importante, del 41% degli iscritti alle liste elettorali, secondo dati ufficiali. Sono dati rilevanti, se confrontati per esempio al consenso elettorale per esempio di Trump negli Stati Uniti o di Macron in Francia. C’è il problema dell’insediamento di tale Assemblea Costituente perché, nonostante sia legittima, bisogna recuperare la partecipazione di tutta quella parte di elettorato rimasta fuori da questo progetto, in parte perché fedele alla linea dell’opposizione, in parte perché disinteressata o spaventata.

Quale prospettiva potrebbe configurarsi?

Ci si augura che in questo contesto il governo abbia anche la capacità di riprendere un processo inclusivo nei confronti degli elettori che sono rimasti fuori, nella misura in cui questi ultimi siano disponibili a dialogare. Nella congiuntura attuale, di contrapposizione frontale dell’opposizione con il governo, se tutto ciò dovesse continuare, potrebbe anche configurarsi l’ipotesi di un intervento anche militare straniero. Ne ha parlato il capo della Cia, Pompeo: sta lavorando con alcuni governi amici della regione, in particolare quello messicano e quello colombiano. Nella prospettiva di questo intervento, è grave a mio avviso che l’Europa si sia accodata alla posizione degli Stati Uniti; sembra la strada della delegittimazione totale di questa Assemblea Costituente, una via che non porta alla soluzione politica della crisi venezuelana e che invece apre la strada all’intervento militare; cosa che può implicare anche lo scoppio di una guerra civile.

Uno scenario, quindi, che va oltre lo spazio di azione di questo governo.

Sì, perché l’obiettivo di questa Costituente era quello di trovare basi ampie di consenso per una rifondazione del Venezuela, anche per il superamento del modello basato prevalentemente sull’esportazione del petrolio, che tra l’altro rappresenta uno dei principali fattori di debolezza del Paese. Assumere un atteggiamento di opposizione a priori nei confronti di questo nuovo organismo creato mi sembra un grave errore anche da parte dell’Unione europea. Tra l’altro, il Venezuela ha in questi ultimi tempi ricevuto appoggi molto importanti da Paesi come la Russia, l’Iran, la Cina e molti altri. Quella europea è una posizione miope, che non rende giustizia ad un intento politico che dovrebbe essere mosso dai principi ispiratori dell’Unione europea, orientati alla cooperazione ed anche ad una più equa ripartizione delle risorse.

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