domenica, Maggio 9

Ue: più cooperazione, più sicurezza Intervista alla Dott.ssa Nathalie Tocci (Direttrice IAI) e al Prof. Luigi Moccia (Roma Tre)

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Un’ulteriore questione è quella relativa ad un insieme di aspetti che riguardano l’implementazione della Pesco, cioè efficacia, obiettivi e risorse stanziate. In merito a ciò, secondo la Dott.ssa Tocci “Quando si parla di terrorismo, bisogna anzitutto distinguere gli aspetti interni da quelli esterni e chiarire che il contrasto ad esso è soprattutto una questione di sicurezza più che di difesa. In quest’ultimo ambito, si fa riferimento soprattutto allo scambio di informazioni e di intelligence, per esempio in merito alla circolazione dei soggetti sospetti o radicalizzati nel’Unione europea. Qui, anzitutto si può individuare una lacuna, quella cioè della non sufficiente cooperazione tra le forze di sicurezza dei vari Stati membri: un problema che ad oggi tutto questo discorso non risolve, ma che può avere dei risvolti positivi anche sulla lotta al terrorismo, pur essendo più ampio, perché riguarda la difesa in senso stretto. Ci sono però degli aspetti della difesa che si collegano al terrorismo, per esempio si pensi all’intervento in Mali avviato dalla Francia: l’Unione europea non avrebbe le capacità per portare avanti un discorso simile, ma portando avanti la cooperazione strutturata permanente, quanto è stato fatto dalla Francia – cioè un intervento di sicurezza sul terrorismo e anche di difesa – potrà essere riproposto all’interno dell’Unione europea. Tra l’altro – con ciò torniamo a quanto su detto – un tipo di intervento simile risolve un problema di sicurezza esterno, ma non interno, perché la politica di difesa è una parte della politica estera e quindi non rientra nei dossier dei vari ministeri degli Interni ci si occupano di sicurezza interna”.

Più in particolare, sull’efficacia dello strumento della Pesco, la Dott.ssa Tocci ritiene che “Attraverso una Pesco non si può ovviamente risolvere tutti i problemi di sicurezza, ma di certo si fa fronte ad una questione macro, cioè: per quanto spendono gli Stati membri per la difesa, cioè il 60% del loro bilancio, cioè 250 miliardi l’anno – nel suo insieme l’Europa è tra le prime al mondo in termini di spesa – tuttavia non siamo tra i primi in termini di efficacia. Frammentazione, duplicazioni, sprechi, carenze di comunicazione impediscono ciò. Con la Pesco si fa fronte a questo problema, con un meccanismo di integrazione in tale ambito. È inutile che tutti facciano un po’ di tutto, ma serve una maggiore integrazione delle nostre capacità. Ovviamente la Pesco non può risolvere tutti i problemi esistenti, ma si tratta di un significativo avanzamento: direi che si tratta di un passo in avanti storico rispetto al passato”. E poi: come incrementare la cooperazione tra Stati membri, velocizzarla? Interviene qui il Prof. Moccia: “Dal punto di vista del raggiungimento di determinati risultati, come un più efficiente sistema di condivisione di informazioni, può bastare una buona regia al livello europeo, per il tramite di agenzie europee già esistenti, opportunamente riformate e potenziate in competenze, risorse e strumenti, insieme con una volontà più collaborativa da parte delle autorità nazionali. Senza bisogno di pensare, in tempi brevi almeno, a una intelligence europea che, come per il preteso servizio diplomatico europeo, richiede ben altri tempi e mezzi. Qui il riferimento è alle resistenze e gelosie, per così dire, tra opposte burocrazie e/o mentalità, locali, nazionali ed europee. Del resto, ancor oggi negli USA si danno casi di inefficienza dovuti a mancanza di comunicazione tra polizia federale e polizie statali e locali. Ed esempi del genere si registrano anche nel caso di paesi europei federali o con regimi sviluppati di autonomia locale”.

La Pesco può contribuire ad ottimizzare l’utilizzo delle risorse stanziate dagli Stati membri al fine di tutelare la sicurezza in Europa? Secondo il Prof. Moccia “Il salto di qualità rappresentato dall’accordo in seno al Consiglio europeo del giugno scorso sul via libera a una cooperazione strutturata permanente (Pesco) in materia di difesa e sicurezza esterna può essere considerato di certo una buona notizia sulla strada di una “unione sempre più stretta”, anche se solo tra gli stati membri intenzionati a cooperare. Se non altro al fine di creare economie di scala nel campo della spesa militare attualmente sostenuta dai singoli stati. Tenderei però a smorzare i toni enfatici della prim’ora; peraltro dovuti al contesto del momento. All’indomani del fallimentare vertice di Taormina, con la presa di distanza della Merkel nei confronti del presidente Trump,  espressa attraverso un monito all’Europa e agli europei “a pensare al proprio destino”; e con l’entrata in scena del neo-eletto presidente Macron, in veste di campione di una rinascita europea, proprio a partire, sembrerebbe, dal settore della difesa (quello in cui il progetto di unità europea degli inizi degli anni 1950 subì il suo primo colpo d’arresto, nel 1954, con il voto dell’assemblea nazionale francese che affossava il trattato istitutivo della Comunità europea di difesa). A parte la questione delle risorse necessarie (secondo il piano lanciato dalla Commissione europea di un “fondo comune” di investimenti per la ricerca e lo sviluppo dell’industria militare, che a regime dovrebbe comportare un impegno di oltre 5 miliardi l’anno), e di un improbabile quanto impari e, forse, impopolare sforzo competitivo dell’Unione sul piano della spesa militare, al pari di altre potenze, restano non poche questioni aperte, come i rapporti di cooperazione Ue-Nato (nonostante alcuni significativi progressi), e più in generale quella di fare della Pesc un vero caposaldo di “sovranità europea”, all’altezza dell’ambizione di dare all’Unione un’effettiva autonomia strategica per promuovere gli interessi  dei cittadini europei (come si legge nel documento di Strategia globale per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, redatto nel 2016 su impulso dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini).

Un punto conclusivo su cui si esprime il Prof. Moccia è quello relativo alla possibilità di contrastare l’euroscetticismo ottenendo risultati positivo nell’ambito della cooperazione in materia di sicurezza. Il docente afferma in merito a ciò: ”Partendo dalla premessa che l’euroscetticismo è fenomeno più articolato di quanto a volte si ritiene e che, d’altro lato, la grande questione dell’unità europea, data la sua complessità, non si riduce, banalizzandola, a una alternativa secca “sì/no” all’Unione, come in uno scontro tra tifoserie, si può osservare che il processo di integrazione ha vissuto momenti di successo accompagnati da errori e fallimenti; ma nonostante tutto è andato avanti,  sebbene a fatica, e continua a “fare storia”. La Brexit insegna che dire “no” all’Unione non vale a risolvere i problemi, come quello della sicurezza, che riguardano l’intera Europa. Se è vero, infatti, che l’Europa e la sua storia non si esauriscono con e nella l’Unione, pur essendone per tanti aspetti la risorsa fondamentale, è però vero anche che l’Unione ha tanto da dire e da fare affinché l’Europa abbia ancora una storia o, meglio, un futuro legato soprattutto al suo ruolo nel mondo, come attore globale di pace e sicurezza. Per svolgere questo ruolo c’è bisogno di una unità europea. In particolare nel campo della politica estera e di difesa. Come ha riconosciuto la stessa premier britannica Teresa May, sfruttando l’argomento di un impegno comune europeo per “la difesa e, anzi, l’avanzamento dei nostri valori condivisi”. A riprova di come, pur da posizioni “scettiche”, si può continuare a professare un credo europeo, declinato nei termini di una unione delle forze (armate e non solo)”.

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