giovedì, Settembre 16

UE: Pechino addio La svolta a U di Bruxelles: da Pechino a Washington in tre mesi. L'autonomia strategica sembra archiviata, lasciando il posto all'approccio multiforme, e in forse ora anche la rettifica dell'accordo globale sugli investimenti con la Cina

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A dicembre l’abbraccio, lo storico Accordo di investimento. Meno di quattro mesi dopo, lo schiaffo. E subito sono volati gli stracci. C’è da chiedersi a quando il divorzio?

La crisi della relazione Cina – Unione Europea che si è disinnamorata della Cina, e ne prende le distanze, facendo blocco con gli Stati Uniti, è quanto si legge in un documento interno di ‘rapporto sui progressi’ dell’UE sulla Cina.

Il Presidente cinese Xi Jinping sta imprimendo una «svolta autoritaria», le promesse in campo economico fatte dalla Cina hanno fatto «ben pochi progressi», l’Ue e la Cina hanno «divergenze fondamentali» che «non devono essere spazzate sotto il tappeto». Detto tutto ciò, la conclusione è che Bruxelles deve «accettare la mano tesa» di Joe Biden. Parola della Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e del capo della diplomazia europea, Josep Borrell in questo rapporto interno sulla Cina inviato al Consiglio Ue.

Un documento, questo anticipato da ‘Politico‘, che arriva poche settimane prima della missione a Bruxelles del Presidente Usa; una visita nel contesto della quale Joe Biden metterà al centro dei colloqui proprio i rapporti con la Cina.

Il rapporto, afferma ‘Politico‘, «denuncia gli ‘scarsi progressidi Pechino sulle promesse economiche fatte dalla leadership comunista, in particolare per quanto riguarda l’apertura dei mercati digitali e agricoli, la questione della sovraccapacità dell’acciaio e il contenimento dei sussidi industriali. Chiede misureulteriori e robusteper affrontare le nuove sfide poste dalla Cina, la cui economia si sta riprendendo dalla pandemia di coronavirus a un ritmo vertiginoso».
La realtà, si legge nel rapporto, «è che l’Ue e la Cina hanno divergenze fondamentali, che si tratti dei loro sistemi economici e della gestione della globalizzazione, della democrazia e dei diritti umani, o di come trattare con i Paesi terzi. Queste differenze sono destinate a rimanere per il prossimo futuro e non devono essere spazzate sotto il tappeto». Insomma: divergenze a 360° sulle quali ben poche sono le speranze di superamento. Per tanto, per «essere pienamente efficace l’Ue dovrà anche lavorare a stretto contatto con altri partner. La nuova Amministrazione statunitense ha confermato la sua intenzione di impegnarsi nuovamente con le istituzioni multilaterali e di lavorare a stretto contatto con alleati e partner, anche per quanto riguarda la Cina. Dobbiamo accettare quella mano tesa e lavorare insieme, affermando la nostra posizione e i nostri interessi sulla scena mondiale».

Il rapporto von der Leyen-Borrell analizza «le dinamiche in evoluzione da quando la prospettiva strategica UE-Cina è stata pubblicata nel 2019. Il riconoscimento da parte del blocco che l’ambiente è ora ‘più impegnativo’ riflette un inaspettatamente rapido inasprimento delle relazioni diplomatiche da dicembre. Da allora, c’è stata un’accresciuta preoccupazione internazionale per il rischio militare della Cina su Taiwan, la sua repressione contro gli uiguri musulmani nella regione dello Xinjiang e contro gli attivisti per la democrazia a Hong Kong».La UE prende atto che il quadro è cambiato e richiede una modifica della postura dell’Unione.

La ricostruzione di questo matrimonio di soli quattro mesi ‘Politico‘ la compone come segue. A dicembre la Commissione europea, ignorando i desiderata di Washington, sia quelli di Donald Trump ancora in carica, sia quelli di Biden entrante,ha concluso l’accordo globale sugli investimenti con la Cina, (Comprehensive Agreement on Investment -CAI) «che avrebbe dovuto dare un grande impulso alle case automobilistiche europee con fabbriche in Cina», anche gli Stati più piccoli avrebbero potuto probabilmente avere un trattamento migliore per le loro aziende essendo Bruxelles che in loro nome si rapporta e tratta con la Cina. Bruxelles, in prima linea Parigi e Berlino, in quelle settimane respingevano ancoral’idea di Biden «secondo cui l’Europa dovrebbe collaborare con Washington per creare un fronte democratico unito contro la Cina».
Nell’arco di poche settimane tutto cambia. «Il tentativo dell’Europa di mantenere gli interessi economici e le preoccupazioni sui diritti umani su binari separati è imploso a marzo». Il 22 marzo, in apparente low-key, l’UE ha imposto sanzioni per le violazioni dei diritti umani contro funzionari cinesi al centro di un giro di vite contro uiguri musulmani nella regione di Xinjiang. Si è trattato delle prime sanzioni dal massacro di piazza Tienanmen del 1989. Nello stesso giorno, Pechino ha risposto alzando il livello dello scontro con le sanzioni di ritorsione sui diplomatici, membri del Parlamento Europeo e accademici che lavorano a livello europeo in diversi think-tank, accusandoli di «diffondere maliziosamente menzogne e disinformazione».
A quel punto un pernicioso conflitto diplomatico era innescato. E subito molti eurodeputati hanno dichiarato che «non ratificheranno mai l’accordo sugli investimenti UE-Cina mentre i loro colleghi sono sanzionati».
A chiusura della svolta a U di Bruxelles, il rapporto von der Leyen-Borrell, che, come sottolinea il quotidiano che lo ha svelato, parla unalinguanuova, particolarmente dura, conflittuale,molto simile, se non sovrapponibile, a quella di Washington. Le conclusioni, infatti, recepisconoesattamente la linea Biden là dove l’UE insiste «sul fatto che ‘rimane pienamente pertinente’ non solo trattare la Cina come un concorrente strategico e un rivale sistemico, ma anche unpartner negoziale per la cooperazione‘» su svariati temi, a partire dal cambiamento climatico. Le conclusioni sembrano scritte da Biden: «L’approccio multiforme … dovrebbe rimanere il modo preferito dall’UE per trattare con la Cina. Allo stesso tempo, sono necessari ulteriori sforzi robusti sull’attuazione delle azioni esistenti e per affrontare una serie di nuove sfide».


Per quanto Biden avesse dichiarato di non avere problemi con l’Europa se questa avesse voluto proseguire nella sua ‘autonomia strategica’,
è evidente il lavoro condotto dietro le quinte, in questi tre mesi, dal suo team diplomatico perriportare l’Europa nell’ovileamericano, strumentalizzando le violazioni dei diritti umani della Cina nello Xinjiang. Un aiuto inatteso a gli uomini di Biden è arrivato, per altro, dal Covid-19che ha modificato in peggio l’immagine della Cina in molti Paesi europei, l’opinione pubblica europea è diventata in maniera significativa anti-cinese nell’ultimo anno, annotano gli osservatori, e le forze politiche europee non hanno potuto ignorarlo, facilitando il lavoro dei diplomatici USA sui vertici di Bruxelles.
Per quanto dal punto di vista strettamente economico le ragioni per l’alleanza firmata a dicembre tra la UE e la Cina non siano cambiate-anzi, se si considera la ripresa che sta interessando la Cina-, e per quanto ci siano potenti gruppi di interesse in Europa che vogliono mantenere un buon rapporto con la Cina, come sottolinea, dall’Università di Oxford, un grande esperto di Cina, Eyck Freymann, e per quanto «Cina e Europa rimangano profondamente integrate nel commercio, e questa relazione non si scioglierà dall’oggi al domani, se mai si scioglierà», Bruxelles ha svoltato in direzione di Washington, della ‘competizione strategica’ con la Cina come tratteggiata nell’Interim National Security Strategic Guidance (INSSG) dell’Amministrazione Biden. Una concorrenza strategica che non preclude la collaborazione con la Cina quando è nell’interesse di Washington (e poi forse di Bruxelles). Ma certo il matrimonio pare lontano.
La ratifica dell’Accordo di dicembre, a questo punto, è decisamente in forse. Considerato che il CAI ha ampliato l’accesso al mercato cinese per le aziende europee in diversi settori e fornito alcune protezioni contro flagranti violazioni delle norme aziendali, come i trasferimenti forzati di tecnologia, probabilmente in sede di Consiglio europeo continuerà ad essere sostenuto, visto che è interesse della gran parte dei governi, i quali potranno al limite impugnare l”approccio multiforme’ offerto loro dal duo von der Leyen-Borrell. Ma difficilmente l’Europarlamento tornerà indietro sulla dura presa di posizione nei confronti di Pechino -«Le sanzioni cinesi sono inaccettabili e avranno conseguenze», avevatwittato a marzo il Presidente dell’Europarlamento David Sassoli- per quanto, come sottolinea Freymann «secondo Rhodium Group, le società olandesi, tedesche e francesi insieme hanno rappresentato circa il 90% dei flussi di investimenti diretti esteri (IDE) in Cina nel quarto trimestre del 2020. E i leader dei pesi massimi dell’UE -primo fra tutti Macron- rimangono ossessionati dal principio di ‘autonomia strategica’».

Il rapporto von der Leyen-Borrell è stato gradito e condiviso dal partito più grande dell’Europarlamento, il Partito Popolare Europeo. Il suo capogruppo, Manfred Weber, a ‘Politico‘, ha dichiarato «è urgente e cruciale che l’Europa lavori attivamente per unire la nostra posizione con gli Stati Uniti, per difendere i nostri interessi comuni e respingere fermamente l’aggressione proveniente da Pechino contro i nostri alleati in tutto il mondo». L’UE, sottolinea il quotidiano, «ha già definito un’agenda congiunta con l’Amministrazione Biden per affrontare i problemi con la Cina, soprattutto nei settori del commercio e della tecnologia. Questi due argomenti sono stati messi in primo piano nel rapporto interno, che fa luce sulle tattiche di ritardo di Pechino quando si tratta di mantenere le promesse di riforma». Sovvenzioni alle industrie cinesi e sovraccapacità in particolare in riferimento alla produzione di accaio, sono al centro della volontà di Bruxelles di muoversi rapidamente per porre barriere alle aziende cinesi, forte della ritrovata sintonia con l’alleato americano. La Commissione avrebbe in obiettivo di raggiungere una posizione comune in Consiglio prima della fine della Presidenza portoghese nella prima metà del 2021.

Il rapporto von der Leyen-Borrell, in sostanza,certifica la fine dell’autonomia strategica‘ con la quale l’Unione Europea aveva preso le distanze dagli USA di Donald Trump e aveva provato ritagliarsi un ruolo nel panorama internazionale, e contestualmente il ritorno allovileamericano.Che razza di atlantismo sarà è però troppo presto per dirlo. Eyck Freymann ne traccia il profilo ancora annebbiato: «Le aziende cinesi sono nelle fasi finali dell’installazione del cavo PEACE (Pakistan and East Africa Connecting Europe), un cavo di 7.500 miglia sistema in fibra ottica terrestre e sottomarino che collegherà la Cina all’Europa attraverso l’Asia meridionale e l’Africa. Il capolinea del cavo dovrebbe emergere al largo delle coste della Francia meridionale nell’autunno del 2021. Macron ha fortemente limitato l’accesso di Huawei alla rete 5G francese, ma sembra determinato a lasciare che l’azienda svolga un altro ruolo importante nell’infrastruttura digitale francese. Huawei Marine Networks (HMN), una joint venture tra Huawei Technologies e la società britannica Global Marine Systems (GMS), ha avviato la costruzione del cavo. Nel novembre 2019, Huawei e GMS hanno venduto HMN a Hengtong Optic-Electric (HKT), un’altra azienda cinese. Tuttavia, secondo Bloomberg, Huawei è ancora il terzo azionista di HKT. Huawei sta anche realizzando le apparecchiature per gli ingranaggi di trasmissione del cavo e per le stazioni di atterraggio. L’establishment della difesa francese ha protestato perché dati sensibili potrebbero finire per transitare sul cavo. Per Macron, però, il principio sembra essere la cosa che conta; in una conferenza stampa di febbraio, ha affermato che per quanto riguarda la tecnologia, la Francia e l’UE non dovrebbero ‘dipendere’ né da una «decisione statunitense al 100%, nè da una soluzione cinese».
L’Europa sta imparando che l’autonomia strategica ha i suoi lati negativi.
Più Bruxelles cercherà di tracciare la propria rotta, più Washington e Pechino aumenteranno la pressione politica. Con il cablogramma PEACE in fase di completamento, la prossima battaglia diplomatica si profila già all’orizzonte».

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