lunedì, Ottobre 18

UE-NATO: nuovi equilibri per l’Italia, con o senza il 2% del PIL La Difesa comune europea e il contestuale rafforzamento di una dimensione autonoma. L’Italia come attore chiave, tra vincoli di bilancio e capacità strategica

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Rispetto alla regione mediterranea, con auspicio favorevole (ma siamo prima della Primavera araba, della guerra in Siria e dei nuovi flussi migratori), l’Unione Europea è individuata come attore fondamentale «per attuare nel Mediterraneo, e nei confronti del Medio Oriente, una politica di vicinato e cooperazione a vasto spettro, laddove l’Alleanza Atlantica, attraverso l’iniziativa del Dialogo Mediterraneo, promuove la cooperazione nell’area solo in alcuni ambiti circoscritti». In questo senso, maggiore compattezza e pragmatismo rispetto non solo alla NATO, ma alla stessa UE, si riscontrano nell’Iniziativa ‘5+5’ per la stabilizzazione dei paesi del Maghreb, di cui l’Italia è parte e assumerà la Presidenza nel 2018.

Nel Rapporto IAI sono evidenziate alcune criticità strutturali che determinano, nei tempi e nelle modalità, la partecipazione dell’Italia alla cooperazione internazionale (nei vari contesti di relazione) per la sicurezza e la difesa: scarsi investimenti destinati a modernizzare l’apparato militare; un’industria bellica (attiva sul mercato europeo e statunitense) sovradimensionata rispetto a tali investimenti; una saturazione – per impiego di risorse umane ed uffici – delle polizie nazionali, civili e militari, con relativa sovrapposizione di competenze. In termini di policy, sussiste anche un più generale orientamento a favore di missioni di pace e umanitarie (con l’eccezione della forza aerea impegnata a favore del Kuwait e del Kosovo).

A distanza di 7 anni, secondo i dati contenuti nel Rapporto 2017 dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), sono ulteriormente aumentati sia la nostra spesa militare (nel 2016, il 10% in più rispetto all’anno precedente) che l’export di armi (nello stesso intervallo, l’85%) e il gruppo Finmeccanica-Leonardo, dopo la fornitura dei caccia ‘Typhoon’ al Kuwait (7 miliardi di euro), continua a ottenere ingenti commesse da Arabia Saudita (al primo posto, con 427,5 milioni di euro), Qatar, Turchia e Pakistan. Il nostro Libro Bianco qualifica l’industria militare come «pilastro del Sistema-Paese, perché contribuisce al riequilibrio della bilancia commerciale», un indirizzo economico in linea con la politica  dell’OCSE che, al termine del 2016, raccomandava una più forte attenzione agli aspetti politico-militari della Sicurezza europea. Nel Rapporto del SIPRI, si legge che «Il graduale distacco tra la Russia e i vari Stati membri dell’UE e della NATO ha portato a un cambio di politiche in ambito diplomatico e militare, all’ammodernamento militare e all’adeguamento delle posizioni di forza che potrebbero aumentare il rischio di scontri, anche armati, tra le maggiori potenze militari».

Sul piano degli investimenti per la Difesa, un Rapporto pubblicato quest’anno dalla NATO ha rilevato, per l’Italia del 2016, un’inversione di tendenza: un aumento, a distanza di un decennio, del 10,63% rispetto all’anno precedente (in termini assoluti, circa 20,7 miliardi di euro). Il calcolo riceve, tuttavia, un temperamento, come fa notare Giovanni Martinelli di ‘Analisi Difesa’, tenendo conto del cumulo delle spese assegnate alla Funzione Difesa (oltre ai fondi stanziati per le missioni oltremare e a quelli del MISE destinati ai programmi di armamento) con il bilancio dei Carabinieri, le Funzioni Esterne e le Pensioni provvisorie del personale in Ausiliaria. Mentre l’amministrazione Trump ha chiesto a gran voce a 18 Paesi membri dell’UE (tra cui Germania, Olanda, Danimarca e Italia) che si rispetti la soglia minima dei spesa militare del 2% del PIL (che nel nostro caso, nel 2016, si attesta all’1,11%, ma che, con le ricordate detrazioni, diventerebbe l’1%), il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ha definito il DDL n. 2728 sulla riorganizzazione dei vertici la riforma dello strumento militare un «nuovo capitolo del processo di riforma della nostra Difesa», nel quale la ridefinizione dei poteri ministeriali non si pone come un loro ampliamento, ma è coerente con il fatto che «la politica industriale della Difesa e il tema dello sviluppo evolutivo dello strumento militare sono argomenti squisitamente politici, cioè parte ineludibile (…) del confronto democratico». Gli aspetti finanziari relativi all’ammodernamento dello strumento militare, oggetto di una specifica proposta di legge sessennale, si coniugano con un’ottimizzazione delle capacità operative delle Forze armate e della catena di comando tra il Capo di Stato Maggiore e il Vice Comandante per le Operazioni (nel solco della riforma del 1997). Intanto, la Commissione europea ha lanciato la proposta di un Fondo europeo per la Difesa, attivo a partire dal 2021 e destinato al co-finanziamento di capacità operative (circa un miliardo di euro l’anno) e progetti di ricerca comuni (500 milioni).

Per tornare all’evoluzione del rapporto euro-atlantico, l’affacciarsi per l’UE di una prospettiva di pianificazione della propria Difesa comune in autonomia dalla NATO, dato l’attuale svincolo dalla Gran Bretagna, «è probabile», afferma ancora Giancarlo Aragona in chiusura di analisi, «che vi sia uno spazio maggiore per creare un Centro di comando e pianificazione europeo che sia credibile e che possa svilupparsi senza suscitare eccessivi sospetti in ambito atlantico». Ciò produrrebbe una maggiore responsabilizzazione politica e uno spostamento dell’iniziativa securitaria al centro dell’Unione.  Secondo l’esperto, in questo processo «Germania e Italia saranno in prima linea» ma «occorrerà svolgere una assidua azione di rassicurazione sugli alleati più problematici e vigilare affinché la Francia non sia tentata di ‘ideologizzare’ nel solco gollista un meccanismo che inizialmente non potrà che avere contorni operativi e concreti».

A tal fine, occorrerebbe prima superare un sentimento di vulnerabilità diffuso tra i cittadini europei: qualcosa di molto complesso, che commisura la percezione della minaccia alla sicurezza comune a una fonte mai certa e difficilmente identificabile.

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