mercoledì, Maggio 25

UE, NATO e G7 obiettivo: lo sgretolamento reputazionale di Putin L’agenda di Bruxelles non ferma ancora Putin, ma lo isola forse in modo cruciale. Il potenziale euroatlantico dà prova di forza e unità e consolida misure politiche, finanziarie e militari volte allo sgretolamento reputazionale di Putin

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La costipata agenda di Bruxelles di questo annunciatissimo 24 marzo non era dovuta al bisogno di risparmiare sugli alberghi o ad impegni a cena di qualche partecipante. Queste sono le cose che succedono ai comuni mortali. Mentre a Bruxelles era nientemeno l’Occidente a mettere in campo il massimo dello sfoderabile internazionale.
Con un ‘palinsesto’ complicatissimo che si deve all’invisibile regia degli sherpa che avevano la missione difficile di allineare una risposta esemplare alla Russia di Vladimir Putin inanellando la matinée della NATO a partire dalle 10.00 (Biden e Erdogan, Johnson e Sholz con palesi reciproche buone maniere); l’intermedio alle 14.15 del G7 (l’organismo già G8 che nel 2014 cacciò la Russia, dopo l’impadronimento da parte di Putin della Crimea) e il pomeriggio alle 18.30 -ma dopo una geometria di incontri separati di Biden- al Justus Lispsius, sede del Consiglio UE, per lo schieramento dei 27 membri della UE (senza fare qui il garbo a Boris Johnson di un invito come ex-parente, perché in materia di Brexit Bruxelles non scherza).

 

La NAT0, essendo scontata l’impossibilità di aderire all’appello ucraino per la ‘no fly zone’, consolida però le posizioni ai bordi dell’Ucraina, mobilitando 40.000 nuovi soldati lungo tutta la frontiera orientale della propria legittima organizzazione in Europa. Il G7 mette in campo il quinto pacchetto di sanzioni contro la Russia che vengono stimate ‘pesanti’. Il Consiglio europeo ascolta l’accorato Volodymyr Zelensky senza una sbavatura interna, senza le solite variazioni europee quando si discute di ‘politica estera’, accentua il progetto di solidarietà per i profughi (non ancora entrando in un vero piano di distribuzione che costituirebbe un precedente serio per una nuova politica di gestione delle migrazioni) e soprattutto apre il dossier della riduzione europea della dipendenza energetica (argomento che fa dire al premier italiano Mario Draghi che la decisione russa di non volere più essere pagata in dollari ma in rubli per le fornitura va considerata come ‘una violazione contrattuale’).
Nell’articolazione di molti tavoli bilaterali intermedi, per l’Italia si segnala anche -ai margini dell’incontro NATO- un bilaterale Draghi-Erdogan che ha avuto lo scopo di saldare la posizione antirussa, ma anche quello di riprendere il dialogo sulla Libia.
Nel vedere poi le carte degli incontri sarà possibile argomentare molti più dettagli sui contenuti di questa giornata.
Giornata finita per il Presidente Joe Biden con un ulteriore viaggio Bruxelles-Varsavia, per un incontro con il governo polacco guidato da Andrzej Duda. Nel Paese confinante con l’Ucraina e nel quadro di un immenso flusso di profughi (2 milioni nella sola Polonia) gli Stati Uniti intendono impegnarsi per ricevere fino a 300 mila profughi stanziando nell’immediato 50 milioni di dollari per lo sforzo che la Polonia assume nel quadro di questa guerra.

 

Come ha detto nelle sue dichiarazioni Mario Draghi, la regia unitaria di queste tre dimensioni internazionali che cementano il sistema politico militare euro-atlantico sul caso dell’invasione dell’Ucraina, ha avuto anche lo scopo di esercitare una pressione sulla Cina, ricordando al governo di Pechino (che, votando l’astensione all’ONU sulla risoluzione di condanna dell’invasione, si è tenuto finora le mani libere) che la posizione dei Paesi che costituiscono la base della sua crescita economico-commerciale è in attesa di segnali.
«Non c’è stata nessuna condanna della Cina», ha detto Draghi, «anzi, c’è stata la condivisa speranza che anche la Cina contribuisca al successo della pace».
In sostanza il filo rosso del sistema euro-atlantico ha oggi incoraggiato gli ucraini a tener duro, per consentire che il negoziato internazionale con carattere deterrente agli occhi di Putin prenda forma. Questo -ma era scontato- pur non accogliendo proposte di un più netto schieramento militare che Zelensky ha sollecitato quotidianamente. Ma lavorando intensamente e con un potenziale internazionale unitario, che Putin non aveva previsto, per lo sgretolamento reputazionale di Putin e della stessa Russia nella percezione planetaria. Una delle leve che possono creare all’interno della Russia fattori di crisi di pari peso all’impantanamento dei carri armati russi che stanno avendo ragione del drammatico contesto di Mariupol, ma che stanno anche perdendo terreno a fronte di un’eroica difesa ucraina della capitale, non cedendo al Cremlino il simbolo di ciò che per Putin sarebbe una vera ‘vittoria’, cioè la città di Kiev.

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Sull'autore

Stefano Rolando, 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è stato dal 2001 al 2018 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università IULM di Milano, dove continua gli insegnamenti in materia di comunicazione pubblica e politica e l'attività di ricerca applicata Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell'ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente (Melfi-Roma) della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Dal 2021 è anche presidente (Milano) della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura” (www.fondazionepaolograssimilano.org/). Attività e pubblicazioni www.stefanorolando.it

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