giovedì, Aprile 15

Ue: muri che crollano, stretta sui migranti

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Appena prima di Natale, si è registrata l’adozione di una normativa approvata dal Parlamento europeo, che comporta l’obbligo di visto per i cittadini non comunitari: lo si potrà reintrodurre rapidamente qualora i Paesi dell’UE si trovino ad affrontare un aumento forte di immigrazione irregolare o rischi per la sicurezza. Secondo le nuove norme, il visto di ingresso può essere reintrodotto anche per quei paesi che hanno un accordo di esenzione con l’UE, in uno o più dei seguenti casi: 1. aumento sostanziale del numero di cittadini del Paese terzo interessato cui sia stato rifiutato l’ingresso o che soggiornino irregolarmente nel territorio dell’UE; 2. sostanziale aumento di domande di asilo infondate; 3. diminuzione nella cooperazione per la riammissione (ritorno dei migranti); 4. aumento dei rischi o imminente pericolo per l’ordine pubblico o la sicurezza interna relativi a cittadini del Paese terzo interessato. Quali sono gli effetti, il peso e la valenza politica di tale decisione? Ne abbiamo parlato con la prof.ssa Maria Immacolata Macioti, già docente ordinaria di Sociologia dei processi culturali e coordinatrice del Master per l’integrazione sociale di immigrati e rifugiati alla Sapienza, coordinatrice dell’AIS, Associazione italiana di Sociologia, responsabile per il Dipartimento rifugiati e vittime di guerra dell’ANRP, Associazione nazionale per i reduci dalla prigionia e dall’internamento.

L’immigrazione in Europa: le ultime politiche europee mostrano che si sta tentando di stringere le maglie attorno al fenomeno. Quali sono i possibili effetti di questa scelta?

Morti in più, un forte scontento, una tragedia sempre più importante: gente uccisa, morta durante le traversate in mare, fenomeni quindi che conosciamo bene e che non possono che accentuarsi. È comprensibile la paura del terrorismo rispetto all’immigrazione, ma questo tipo di risposta è insufficiente e non porterà ai risultati ipotizzati.

Cosa insegnano le esperienze passate sugli approcci orientati ad un maggiore controllo? Ciò rappresenta un deterrente?

Rappresenterà certamente un deterrente per i più deboli, ma non per chi abbia comunque motivi così forti per sfuggire, non per gente abbastanza giovane, non per chi deciderà di giocarsi tutto pur di lasciare certi paesi.

Un’emergenza quindi che non si fermerà quindi mettendo dei muri.

Le immigrazioni, si sa ormai da tempo, non si fermano con i muri. Si pensi al muro di Berlino o a quello tra Messico e Stati Uniti, che ora con Trump si rischia di rinforzare; specialmente quest’ultimo, ha prodotti tanti morti, ma non ha arginato il fenomeno, basta andare in California per rendersene conto. Ci sono dei luoghi della California dove si parla quasi esclusivamente la lingua spagnola. I muri possono rallentare l’immigrazione per certi periodi, ma non sono in grado di contenere spinte migratorie così duramente motivate.

Un approccio del genere è adatto ai tempi oppure bisognerebbe ripensarlo alla luce delle nuove sfide per l’Europa (terrorismo internazionale, nuovo scenario globale, rinnovo delle principali presidenze, trend di crescita europei, Brexit)?

Si tratta purtroppo di un’illusione, lo sappiamo purtroppo molto bene. Chiunque abbia studiato queste vicende, sa che non si possono fermare i flussi migratori, perché le ragioni che le generano sono troppo forti. Se si scappa da un paese dove si immagina di morire, stringere le maglie sull’immigrazione può solo contenere il fenomeno. Recentemente, a tal riguardo, Amnesty International ha additato l’Italia come un paese dove i controlli sono esasperati. Infatti, le persone che arrivano, dopo viaggi estenuanti, vengono subito interrogate, anche se si trovano in condizione di forte stress per cui non sono in grado di sostenerli; spesso vengono fatte pressioni pesanti, si parla in alcuni casi di tortura. Irrigidirsi è comprensibile, ma non giustificabile fino in fondo. Molte associazioni sono impegnate in questo senso per un nuovo approccio, in Italia e non solo, anche associazioni cattoliche, che operano in questo senso.

La sfida del terrorismo globale in che rapporto è con l’immigrazione? Dopo il Bataclan, infatti, si è cominciato a parlare di una correlazione esistente tra i due fenomeni.

Sì, è comprensibile, un esempio può essere il caso dell’autore delle stragi di Berlino, che è stato a lungo in carcere prima di compiere gli attentati per poi essere individuato in Italia. Ma l’equazione immigrazione-terrorismo non è quella più produttiva e corretta; ci sarebbe bisogno di un’attenzione diversa, per esempio, bisognerebbe chiedersi perché l’immigrato che vive in Italia anche da anni non voti, né alle amministrative né alle politiche. Ciò vuol dire tenere persone, contribuenti effettivi, ai margini, in una situazione di non integrazione reale.

Si tratta di un legame diretto oppure c’è da considerare quale passaggio intermedio la cornice rappresentata dal quadro politico dai paesi di provenienza? E se sì, cosa possono fare le democrazie occidentali per cooperare con questi paesi piuttosto che creare un semplice approccio securitario?

Bisogna fare valutazioni caso per caso. Per esempio, l’Italia oggi ha accordi bilaterali con Paesi nei quali effettua dei respingimenti, anche se non si tratta di Paesi sicuri per le persone che da lì fuggono. Un Paese civile non dovrebbe farlo! L’Europa è in un momento di grande debolezza, stallo e difficoltà, in cui sempre più si avverte la mancanza di un approccio coeso e unitario negli intendimenti. Le altre grandi potenze sono in grande cambiamento, si pensi agli Stati Uniti con il passaggio da Obama a Trump. La Russia è in un momento delicato per via delle sanzioni e delle tensioni del dopo elezioni, ma anche in questo caso vi sarà un cambiamento. Alcuni di noi hanno atteggiamenti anti russi attualmente, ma vi sarà un rimescolamento delle carte. Ci sono state aree sottoposte al dominio russo, come la Moldova, l’Ucraina, di cui si deve tenere conto per via delle loro debolezza economica. L’effetto dell’embargo posto dalla Russia al commercio con l’Europa ha posto serie difficoltà, ma il momento attuale è di sicuro interesse per via dei mutamenti di scenario piuttosto profondi in atto. Si spera da questo punto di vista in un atteggiamento unitario dell’Europa.

Il Medio Oriente è sempre più in fermento e la situazione come sempre esplosiva, ma il quadro politico si sta ridefinendo: cosa c’è da aspettarsi per il 2017 da questo asse, che passa poi per i Balcani la Turchia?

La situazione rimarrà per lungo tempo pesante e destabilizzata. Si pensi alle politiche applicate da Erdogan: la sua repressione, le “purghe” messe in atto dimostrano la forte difficoltà della Turchia di oggi. I tentativi di cooperazione dello scorso anno con l’Europa sugli immigrati non ha dato gli effetti sperati ed è stata deleteria. Le previsioni non possono essere promettenti a breve, ma bisogna vedere come si ridefiniranno gli accordi internazionali, rispetto ad una situazione esplosiva. Un approccio che permetta di comprendere la situazione dev’essere integrato e considerare le varie parti in causa. E l’Europa, in tutto ciò, non ha capito le difficoltà che c’erano e che ci sono in quei territori oggi.

Bisogna rilanciare il modello dell’interculturalità?

Esistono moltissimi movimenti che operano in questo senso, ma bisognerà vedere che forza riescono a mettere in campo. Tra Israele e Palestina ci sono moltissimi movimenti per il dialogo interreligioso, ma i risultati sono per ora tragici. Israele sta continuando a portare avanti i suoi insediamenti in luogo “altro”, senza tener conto delle istanze di pace. È sempre stato così; nonostante gli sforzi di questo genere, i risultati delle politiche dominanti portano a risposte forti, rispetto ai quali gli sforzi per il dialogo non sempre sono sufficienti.

Cosa le porta a dire la sua esperienza di docente sul tema dell’immigrazione e della risposta che la cultura e il dialogo possono dare? Ci sono esempi positivi al riguardo che vuole citare?

Regolarmente, circolano notizie positive in questo senso. Ma sono purtroppo spesso fatti circoscritti e locali, vengono spazzati via da fatti come quelli avvenuti in Turchia qualche tempo fa. I tanti sforzi vengono ridotti a silenzio da atti eclatanti come quelli che hanno coinvolto la Turchia adesso, ma l’Europa già prima. Le piccole speranze da questo punto di vista riguardano esperienze locali di integrazione degli immigrati, avvenuta con successo, sicuramente limitati, ma senza i quali la situazione sarebbe molto più disgraziata di quella che viviamo.

Quali sono a suo avviso i probabili esiti dell’approccio messo in atto rispetto all’Africa: 30 miliardi di euro stanziati per “portare aiuti a casa loro”? Come può funzionare un approccio del genere?

Non è nuovo questo tipo di approccio e aveva generato il tentativo di attraversare i mari…Prima c’era un atteggiamento più attivo, per esempio da parte della Marina italiana nei confronti del salvataggio di queste persone, poi si è avuto un contenimento della politica di assistenza ai profughi, anzi, un periodo in cui si è pensato che interventi del genere fossero da biasimare. Aiutare le persone “a casa loro” può essere comprensibile, ma il corrispettivo troppo spesso è la difficoltà ulteriore rispetto alle fughe, che sono inevitabili, che esistono. Investire su questi luoghi è senz’altro positivo, ma ci sono luoghi invivibili per questa gente: un impegno del genere non deve quindi penalizzare chi comunque è costretto a lasciare questi luoghi. Recentemente, alcuni corridoi umanitari hanno interessato la Siria, ma anche l’Africa centrale, tuttora in grande difficoltà. Bisognerebbe bilanciare queste due modalità: gli aiuti in loco vanno benissimo, se non portano a respingimenti cruenti.

Fin dove si spinge a suo avviso la responsabilità dei grandi produttori e commercianti di armi su scala globale rispetto ai conflitti di quest’epoca, che generano poi l’immigrazione?

Si tratta di una responsabilità evidente. Ci sono stati tentativi di regolamentazione del settore, alcuni sono andati in porto e altri no, ma c’è ancora moltissimo da fare, perché non tutti gli Stati li hanno ratificati. Fra l’altro, il contributo degli Stati Uniti e della stessa Italia a questo tipo di politiche non è da sottovalutare: si tratta in entrambi i casi di paesi produttori ed esportatori di armi.

 

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