mercoledì, novembre 21

UE – Mercosur: e se vincesse Bolsonaro in Brasile? Il voto dei brasiliani il prossimo 28 ottobre risulterà cruciale anche nel decidere le sorti di un'importante partnership commerciale

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Fra le priorità dell’agenda di politica estera e commerciale per il prossimo governo del Brasile, l’esito del ballottaggio fra Jair Bolsonaro e Fernando Haddad per le elezioni generali previsto il prossimo 28 ottobre sarà decisivo anche per il futuro dell’accordo fra Mercosur e Unione europea. Una partnership strategica per entrambe le organizzazioni regionali e i relativi Stati membri, i cui complessi negoziati si protraggono ormai da venti anni e che l’uscente governo Temer ha cercato di finalizzare prima delle elezioni, senza successo. Se la finalizzazione del trattato commerciale non viene messa in dubbio da nessuno dei due candidati alla presidenza, i termini e la sostanza dello stesso dipenderanno dal governo che uscirà dalle urne. In ogni caso, i nodi dell’accordo finora irrisolti rischiano di diventare ancora più difficili da districare, allontanando la prospettiva di un esito positivo nel breve periodo. Quali le questioni irrisolte sul tavolo? In che modo la vittoria di Bolsonaro o di Haddad potrebbe influire sulla prosecuzione dei negoziati? E quali le conseguenze per l’Unione europea?

L’accordo interregionale fra Unione europea e i quattro Paesi membri del Mercosur (il ‘mercato comune del Sud’ comprendente Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, con la sospensione del Venezuela nel 2016) rappresenterebbe la maggiore partnership economica tra Europa e America Latina. L’Unione europea è il principale partner commerciale del Mercosur (con il 21,8% degli scambi), il maggiore investitore estero nella regione (per un valore di 387 miliardi di euro nel 2014) e fra i principali esportatori di macchinari (28%) e prodotti chimici e farmaceutici (24%). I Paesi del Mercosur, al contrario, esportano in Europa prodotti agricoli (intorno al 42% delle esportazioni), in particolare soia e caffè. Laccordo prevede l’abolizione delle barriere tariffarie e non-tariffarie (con la creazione di regolamentazioni e standard comuni) in tutti i settori chiave sopra ricordati (per l’UE, in particolare, sui dazi per macchinari, prodotti chimici e farmaceutici), insieme all’apertura del mercato dei servizi e degli appalti pubblici nel Mercosur per le imprese europee. La rilevanza strategica di un simile asse commerciale interregionale è allo stesso tempo economica e geopolitica. Le grandi imprese esportatrici dalle due sponde dell’Atlantico sarebbero le prime a beneficiarne direttamente  – essendo fra le principali artefici dello stesso attraverso il ‘Mercosur-European Business Forum’ – e l’accordo UE-Mercosur va inquadrato allo stesso tempo nell’ambito di una più complessiva strategia di politica estera e commerciale volta ad accrescere l’influenza europea nel continente sud-americano in competizione con il ruolo dominante tradizionalmente esercitato dagli Stati Uniti. Un aspetto, questo, divenuto ancor più pressante all’indomani della svolta protezionistica dell’amministrazione Trump, nel quadro di una guerra commerciale con la Cina che ha aperto nuove finestre di opportunità sia per l’Unione europea che per i Paesi del Mercosur.

Le questioni ancora irrisolte sul piatto dei negoziati dello scorso settembre toccano in particolare il Brasile – che da solo detiene circa il 70% del PIL dell’intero mercato comune latino-americano – in primo luogo sulle tariffe dei prodotti agricoli e di origine animale: capitolo su cui agricoltori e allevatori europei continuano a esprimere le maggiori resistenze, potenzialmente minacciati dai mercati sudamericani. I negoziatori dell’Unione insistono quindi per porre delle quote e delle tariffe selettive per le importazioni di prodotti dal Mercosur su cui i produttori europei rischierebbero svantaggi competitivi politicamente insostenibili: come è chiaro, tali misure sono allo stesso tempo non accettabili dal Brasile e dai membri del Mercosur. In particolare in un contesto come quello della guerra commerciale di Trump, in cui il Brasile potrebbe orientare le proprie esportazioni di prodotti agricoli alla Cina, dopo le tariffe introdotte da quest’ultima a danno degli Stati Uniti.

In che modo l’esito delle elezioni potrebbe condizionare gli sviluppi dell’accordo? Se nessuno dei due candidati al ballottaggio ha fatto della partnership commerciale fra Mercosur e UE un punto centrale della campagna elettorale, come prevedibile, le posizioni assunte da Jair Bolsonaro – il candidato delle destre uscito al primo turno con oltre il 46% dei consensi – potrebbero generalmente portare, se confermate in un eventuale ruolo da Presidente, a rapporti più tesi con il partner europeo.

I programmi di Bolsonaro sul fronte economico e commerciale appaiono tutt’altro che lineari, configurandosi in una commistione contraddittoria fra elementi protezionistici e altri più decisamente liberisti. Se da una parte il candidato del partito social-liberale ha infatti impostato la sua campagna elettorale sulle parole d’ordine del protezionismo e della difesa degli interessi dei settori produttivi locali – in particolare sull’agricoltura, contro i competitor sud-americani e cinesi (da cui le possibilità che l’accordo sul fronte delle quote e tariffe selettive volute dall’Europa torni decisamente ad essere in salita) – dall’altra sul fronte delle privatizzazioni delle compagnie nazionali di estrazione petrolifera (Petrobras) e di produzione dell’energia elettrica (Eletrobras), della deregolamentazione del mercato del lavoro e dello smantellamento del welfare di Lula, così come del contenimento della spesa pubblica, Bolsonaro sposa la linea tracciata dal suo consigliere economico e designato ministro Paulo Guedes, allievo di Friedman alla scuola di Chicago, luogo di nascita del monetarismo e neo-liberismo. Nel corso della campagna elettorale il consigliere di Bolsonaro sulle politiche commerciali, Luiz Philippe de Orleans e Braganca, si è spinto fino a prospettare una messa in discussione radicale dello stesso Mercosur, giudicato troppo rigido e penalizzante in un’ottica di promozione delle relazioni bilaterali del Brasile: una prospettiva questa che potrebbe complicare ulteriormente i futuri negoziati con l’Europa.

Come hanno notato alcuni analisti, qualora si consideri comunque la variegata composizione del Congresso – con 35 partiti registrati all’attuale competizione elettorale – e lo scarso ricambio al loro interno, unitamente alla dipendenza dei governi dalla costruzione di larghe e spesso instabili coalizioni, è improbabile che i programmi massimalisti – da entrambe le parti – possano essere nei fatti realizzati, così come l’affossamento eventuale dell’accordo con l’Unione europea. I molteplici punti di veto interni al sistema partitico brasiliano, uniti alle priorità programmatiche di una presidenza Bolsonaro, potrebbero però se non altro amplificare le resistenze e i nodi critici ai tavoli dei negoziati, così da ridefinire e  riscadenzare anche in maniera significativa l’esito finale dell’accordo. Il voto dei brasiliani il prossimo 28 ottobre risulterà quindi cruciale anche nel decidere le sorti di una partnership commerciale strategica su cui l’Europa potrebbe subire una sconfitta con ripercussioni anche notevoli per la sua posizione nello scacchiere geopolitico internazionale.

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