giovedì, Settembre 16

Macron e il pericolo ‘guerra civile europea’ L' intervista a Matteo Villa, ricercatore ISPI ed esperto di Europa e governance globale, geoeconomia e migrazioni

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«Non possiamo far finta di essere in un tempo normale, c’è un dubbio sull’Europa che attraversa i nostri Paesi, sta emergendo una sorta di guerra civile europea, ma non dobbiamo cedere al fascino dei sistemi illiberali e degli egoismi nazionali» ha dichiarato Emmanuel Macron durante il suo intervento al Parlamento europeo, dopo essere stato accolto dal Presidente Antonio Tajani. «La risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia» ha aggiunto il Presidente francese, ribadendo la necessità di «combattere per difendere la sovranità europea dalle pulsioni autoritarie di chi ha dimenticato il passato, ci siamo battuti per averla e non dobbiamo cedere» ha precisato Macron. Dunque il pericolo di derive illiberali è un vento che soffia in Europa, soprattutto dopo aver constatato il recente rafforzamento di particolarismi e nazionalismi: dalla Brexit fino al trionfo di Orban in Ungheria passando per le elezioni in Austria, Germania e Italia dove grande successo hanno avuto le forze euroscettiche.

Per impedirne il dilagare, occorre partire da alcune riforme necessarie per rinverdire il progetto europeo «che non è datato, ma certamente fragile», ha spiegato il capo dell’ Eliseo: dalla sicurezza e difesa, alla sfida climatica fino alla tassazione dei giganti del web e alla dimensione sociale, con una grande attenzione alla mofidfica del Trattato di Dublino e alla questione ‘immigrazione’. A questo proposito, «dobbiamo lanciare un programma europeo per finanziare le comunità locali che accolgono i rifugiati in modo da superare il dibatti avvelenato sulle quote di ripartizione dei migranti in Europa». Non sono mancate le reazioni alle frasi pronunciate dal Presidente francese, di cui è stato messo in dubbio l’ europeismo nelle azioni, non quello nelle parole, in particolare dopo l’ intervento congiunto in Siria di Washington- Parigi-Londra.

C’è davvero il pericolo di una ‘guerra civile europea’? E la strada per scongiurarla è quella tracciata dal Presidente Macron? Ha risposto Matteo Villa, ricercatore ISPI (Istituto Studi di Politica Internazionale) ed esperto di Europa e governance globale, geoeconomia e migrazioni.

«Non possiamo far finta di essere in un tempo normale, c’è un dubbio che attraversa molti dei nostri paesi sull’Europa, una sorta di guerra civile europea sta emergendo: stanno venendo a galla i nostri egoismi nazionali e il fascino illiberale». Quale rischio corre, dunque, l’ Europa secondo Macron?

Le dichiarazioni del Presidente francese giungono in questo momento di grandi discorsi e poca sostanza in cui occorre alzare l’asticella: ormai è un anno che Macron è stato eletto e ha dovuto aspettare le elezioni tedesche, evento, purtroppo per lui, quasi sconfortante perché si è formata nuovamente una Grossa Coalizione, con una Merkel molto più debole, non permettendogli di portare a casa molto più circa le proposte.  Inoltre, lui è forse l’ unico leader che è stato eletto su una piattaforma europeista e, sostanzialmente, pro-Europa. Questi due fattori sono lo sfondo su cui Macron può permettersi di alzare il livello dello scontro rispetto ad un’ analisi che potrebbe essere più pacata. Sulla base di queste due premesse, è vero che la tendenza, non tanto all’ illiberalismo che si riscontra in pochi Paesi europei, forse solo in Ungheria da diversi anni e in Polonia negli ultimi due, quanto piuttosto al nazionalismo, al sentimento anti-europeo. In questo quadro, è normale che Macron alzi il livello dello scontro ed è stato interessante anche notare come, invece di presentare un elenco di riforme in cui lui spera o sperava, abbia cercato di dare un tono più politico in una sede che è spesso molto tecnica come il Parlamento europeo, quando a parlare è un leader di così alto livello, raccontando le proposte legislative. Nella scelta di parlare al Parlamento europeo, è possibile cogliere la volontà di trattare quella sede come un vero Parlamento, facendo un vero e proprio discorso alla – verrebbe da dire – ‘nazione europea’.

Interessante notare anche come il Presidente francese abbia scelto, al termine del suo intervento, di sedere nei banchi del Parlamento europeo ad ascoltare attentamente le repliche dei parlamentari, dando vita ad una sorta di ‘dibattito’ e abbandonando lo schema del discorso ‘solenne’.

E in questo Macron è altamente simbolico: prima faceva campagna elettorale con le bandiere francese ed europea; quando poi è stato eletto, il suo trionfo è stato accompagnato dall’ ‘Inno alla gioia’.

La necessità di Macron di ascoltare è emersa anche a Épinal, dove ha inaugurato la consultazione dei cittadini sull’ Europa “Quelle est votre Europe?” e dove è tornato a ribadire che «il nostro progetto deve essere coniugare la sovranità e l’ identità nazionale con quelle europee».

Su questo, il neogollismo francese non ha che da ispirarci nel senso che anche un europeista non può non guardare all’ identità nazionale come bene primario. Quindi, Macron, da questo punto di vista, è molto rassicurante per chi teme un’ Europa troppo europea e non nazionale. Lui ha parlato ad un Parlamento europeo che ha, difatto, rifiutato le sue due proposte: la prima, quella più importante, era quella sull’ utilizzo dei seggi parlamentari usciti da Brexit, creando una lista transnazionale, quanto più lontana dall’ interpretazione nazionalistica dell’ Europa e quasi utopistica e d’ altro canto, il Parlamento europeo, è come se l’avesse riportato alla realtà, decidendo che 27 su 73 seggi verranno ridistribuiti e gli altri verranno posti in riserva, in vista di futuri allargamenti; la seconda proposta, invece, riguardava la procedura di selezione del Presidente della Commissione: in quest’ ottica, il capo dell’ Eliseo aveva iniziato a guardare con favore anche a delle ‘primarie’, scontrandosi, però, con il Parlamento, sentitosi minacciato nelle sue prerogative.

Certamente le parole di Macron fotografano quanto accaduto negli ultimi mesi: dalla Brexit e dall’ elezione di Donald Trump negli Stati Uniti fino alla recente vittoria in Ungheria di Orbàn, passando per il successo di forze euroscettiche e populiste, in Germania come in Italia, il fil rouge sembra essere il rinvigorimento dei nazionalismi. Nazionalismi che, come la storia insegna, sebbene venga spesso ignorato, sono stati tra i fattori scatenanti di ben due guerre mondiali.

Quello che è problematico è, spesso, inevitabile in un discorso politico, allorché devi per forza far passare un messaggio. In questo senso, l’ illiberalismo è molto più forte del resto. Da analista, però, vorrei sottolineare tre aspetti che vengono, talvolta, confusi: lo Stato di diritto di una democrazia, il nazionalismo e il multiculturalismo. Sono complementari se non addirittura presenti tutti contemporaneamente come nel caso di Orban. Questi ha ricondotto l’ Ungheria su un territorio del tutto illiberale, dal punto di vista dello Stato di diritto e della comunicazione con i media, oltre ad essere molto nazionalista, anti-multiculturalista ed anti-migranti. Ma i tre elementi non sono necessariamente tutti collegati: si pensi, ad esempio, alla Polonia in cui si sono fatti passi indietro dal punto di vista dello Stato di diritto, si sono fatti passi nazionalisti, ma in senso, per esempio, ‘ruffosobo’, molto diverso da quelli dell’ Ungheria e, sicuramente, c’è stata una sorta di patina ‘anti-migranti’ che, di fatto, però, è rimasta soffusa se si considera che gli oltre duecentomila ucraini presenti lavorano tranquillamente. Ma tornando all’ Europa occidentale, guardando all’ Austria, con una destra quasi filo-nazista al governo, o ai Paesi Bassi, dove è stato scongiurato la vittoria di Wilders con una coalizione instabile di centro: in questi casi, è possibile rintracciare il nazionalismo, in parte anche il sentimento anti-migranti, ma non hai, almeno non ancora, lesioni dello Stato di diritto. Quindi, per adesso, la tenuta democratica di questi Stati si dimostra molto più forte di quello che Macron intravede. E’ come dire che il sistema delle istituzioni liberali sta ancora funzionando: si pensi all’ Italia, dove sono arrivati primo in assoluto e primo nella coalizione di centro-destra, due partiti, inizialmente, anti-Europa e molto rinazionalisti. E la differenza tra nazionalisti e illiberali a volte è sottile, ma a volte è profonda: chi preferirebbe non avere le istituzioni, poi è costretto a farci i conti. Se da una parte la Corte Costituzionale italiana difende la Costituzione, Orban l’ ha completamente riscritta.

E, abbiamo visto, per esserne l’ utilizzatore finale.  «Di fronte all’autoritarismo che ci circonda» – ha aggiunto poi Macron – «la risposta non è la democrazia autoritaria, ma l’autorità della democrazia». Una frase, efficace dal punto di vista comunicativo, che, ha fatto tornare alla mente la posizione espressa lo scorso anno dal Ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, il quale ammise di aver temuto, in riferimento alla complessa gestione del dossier dei migranti, «ci fosse un rischio per la tenuta democratica del Paese». Ecco, dunque, Macron vede nella questione dell’ immigrazione, che è stata decisiva nell’ ultima campagna elettorale italiana, ma anche nell’ Europa centro-orientale, un possibile terreno fertile per derive poco democratiche?

Che lo veda è poco, ma sicuro nel senso che sia durante la campagna elettorale sia in base a ciò che sta accadendo in Francia, la gestione del fenomeno migratorio, in due casi, soprattutto Calais e i confini con l’ Italia, è centrale. Poi la questione del terrorismo e di come le persone di seconda, terza o quarta generazione, con un background migratorio, si possano integrare. Queste questioni Le Pen le ha sfruttate molto e Macron ha dovuto rispondere. E’ anche vero che il Presidente francese ha tentato di tappare il problema in modo molto più aggressivo anche rispetto all’ Italia, se pensiamo alle proposte di riforma sia delle richieste d’ asilo interno che del Trattato di Dublino che sono molto perentorie, ovvero, all’ interno, si restringono le garanzie costituzionali per affrontare le procedure per i richiedenti asilo mentre, all’ esterno, per Dublino, si propone un aiuto, forse solo finanziario e i migranti che non venissero protetti ricadrebbero sempre nella competenza dei Paesi di primo ingresso, come Italia e Grecia. Dal punto di vista di come le migrazioni possano essere interpretate, è una questione di ‘crisi’: cioè prima i populisti facevano subito perno sulla crisi economica; nel momento in cui questa sembra esser passata, ma in realtà resta, almeno sullo sfondo, poi c’è un altro tema che desta le preoccupazioni dei cittadini. E’ più la percezione enfatizzata di non riuscire a gestire il fenomeno e questo ha effetto sia sull’ opinione pubblica che sull’ amministrazione pubblica che viene ad esser screditata. Per quelli che dovranno andare al governo, questo sarà il nodo fondamentale dei nazionalismi attuali: alcuni partiti politici, infatti, in Italia come in molte altre parti d’ Europa, quando fanno le campagne nazionaliste, screditano molto spesso le istituzioni statali che sarebbero quelle che andrebbero invece rafforzate nel momento in cui si pensa a rinazionalizzare delle competenze rispetto all’ Europa. Questa è una grande contraddizione contro cui tutti i nazionalisti si sono prima o poi scontrati.

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