Ue, è lotta a simboli e slogan nazifascisti Oltre il simbolo in sé, bisogna andare al cuore del problema. Ne parliamo con Michele Prospero, Paolo Bellini, Vincenzo Sorrentino

Un altro capitolo aperto in sede di plenaria è anche, specialmente per i Paesi dell’Est europeo, quello relativo ai simboli del comunismo: alcuni eurodeputati, più sensibili alla questione del postcomunismo, ne propongono l’abolizione, mentre altri, per ragioni storiche legate all’apporto della Russia sovietica nella sconfitta del nazismo, ritengono che non si possano mettere i due simboli sullo stesso piano. Quale lettura si può fornire di questo aspetto? Per l’interpretazione del prof. Bellini, si può far riferimento alla risposta data in precedenza. La posizione del prof. Prospero è chiara: “Si tratta di richieste senza senso. Dal punto di vista storico la rinascita democratica nei paesi dell’Europa occidentale è impensabile senza il contributo dell’esercito sovietico con i 27 milioni di morti per fermare il nazifascismo. Quando la bandiera rossa fu innalzata sul palazzo di Berlino persino a New York comparvero le bandiere sovietiche in segno di riconoscimento al sacrificio di un popolo. I valori fondamentali che le democrazie hanno recuperato nel secondo dopoguerra, e posto a fondamento del grande costituzionalismo novecentesco, contengono molti richiami al lavoro, al bisogno, alla solidarietà, all’eguaglianza sostanziale (si pensi all’articolo 3 della costituzione italiana) che erano al centro della Dichiarazione del popolo lavoratore e sfruttato del 1917 e non si richiamano certo alle pratiche dello sterminio etnico-religioso organizzato dal nazismo“.

Di avviso differente il prof. Bellini: “Sia il nazionalsocialismo che il comunismo hanno profondamente negato diritti alla persona, riconosciuti invece dalla cultura liberale. Nelle liberaldemocrazie, la condanna di questi simboli non può che essere totale. È chiaro che è bene vietare qualunque simbolo che richiami regimi totalitari. Negli ambiti pubblici, è importante anche tener conto del contesto in cui quei simboli sono presenti, considerando caso per caso se sia il caso di rimuoverli o meno; se hanno un preciso significato storico, conviene lasciarli, se invece sono meramente decorativi, conviene rimuoverli”.

Riportiamo infine la posizione del prof. Sorrentino, che fornisce ulteriori spunti per l’approfondimento: “Anche in questo caso, vale innanzitutto quanto detto prima in merito al rischio di un’eccessiva enfasi sulla questione dei simboli. Non nutro nessuna simpatia per i regimi comunisti; tuttavia credo che le dottrine e i movimenti comunisti non siano equiparabili a quelli fascisti e nazisti. Non si tratta semplicemente di riconoscere il ruolo che l’URSS ha avuto nella sconfitta del nazismo. Al comunismo si sono richiamati importanti movimenti di emancipazione e non solo il terrore staliniano o l’autoritarismo cinese“.

In conclusione, un’ultimo aspetto del problema: qual è l’apporto positivo che può derivare dal campo dell’istruzione e della formazione rispetto ad un contrasto che sicuramente oggi può prendere spunto dalla lotta ai simboli nazifascisti per estendersi verso tutte le forme di radicalismo, anche quello religioso, per esempio? Sostiene il prof. Prospero che “in generale non sono i simboli a conferire una forza reale, al contrario sono le forze di un movimento ad attribuire richiamo ai simboli. La cultura, la formazione sono indispensabili per la formazione di una coscienza critica dei soggetti. Un soggetto informato, critico non avverte il richiamo di simboli distruttivi. E però non basta la guerra ai simboli se non si affrontano le radici sociali della crisi delle democrazie. Se le democrazie si restringono sempre più a una cornice minima, diventando un puro gioco elettorale cui i cittadini partecipano sempre di meno, è vana la censura dei simboli distruttivi che tornano. La critica dei simboli deve essere supportata da una critica reale dei processi di erosione della cittadinanza sociale“.  La risposta del prof. Bellini pone l’accento sulla stigmatizzazione di tutti i regimi illiberali: “È qui che si gioca la vera partita. Oggi che quei regimi non esistono più, è fondamentale far capire nelle scuole e stigmatizzare cosa hanno rappresentato tutti i regimi totalitari, fascisti e parafascisti, nonché il regime comunista, che per troppo tempo ha goduto di una copertura ideologica nell’ambito della guerra fredda tra Stati Uniti e Unione sovietica. Oggi bisogna chiarire anche quali condizioni di vita comportò per i Paesi del blocco dell’Urss, oltre che avere memoria del genocidio nazista. Oggi bisogna far capire ai nostri ragazzi la pericolosità di tutti i regimi illiberali, stigmatizzandoli e studiandoli caso per caso nella loro specificità, dimodoché ciò non si possa più ripetere nel nostro futuro“.

Afferma infine il prof. Sorrentino: “Oggi attribuiamo spesso un’eccessiva importanza alla comunicazione intesa come mera diffusione di segni e messaggi, e facciamo rientrare la formazione all’interno della comunicazione intesa in questo senso così superficiale. Credo che occorra innanzitutto che l’istruzione e la formazione, nel campo della trasmissione e condivisione dei valori fondativi delle nostre democrazie, facciano leva sulle disposizioni più profonde che orientano il nostro atteggiamento nei confronti dei problemi sociali, e più in generale della realtà. Al contrario, oggi ci si limita molto spesso al mero trasferimento di dati. Il radicalismo è in primo luogo un atteggiamento esistenziale, uno stile di vita, e come tale va combattuto, se vogliamo arrivare alla radice del problema. Quindi, per ritornare alla Sua domanda, direi che senz’altro dal campo dell’istruzione e della formazione può derivare un apporto positivo, direi essenziale, alla lotta contro il radicalismo, a condizione però che esse vengano concepite e praticate in una maniera non superficiale. Vi è poi un altro problema. I valori che vengono veicolati attraverso la comunicazione formativa volta a combattere il radicalismo non devono essere poi smentiti dalla realtà sociale. Ritorniamo alla questione cruciale delle misure economiche adottate in questi anni e delle politiche di chiusura nei confronti delle masse di disperati che bussano alle porte dell’Europa. Il discorso fondativo dell’Europa come comunità basata sull’inclusione sociale e sul rispetto dei diritti umani rischia allora di risultare, soprattutto agli occhi delle nuove generazioni, come meramente retorico. Se la democrazia finisce per apparire un involucro vuoto, saranno sempre di più coloro che arriveranno alla conclusione che non vale la pena conservarla“.