venerdì, Agosto 19

Ue, è lotta a simboli e slogan nazifascisti Oltre il simbolo in sé, bisogna andare al cuore del problema. Ne parliamo con Michele Prospero, Paolo Bellini, Vincenzo Sorrentino

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Anche il prof. Bellini invita ad andare oltre la dimensione apparente del fenomeno: “Limitarsi solo ai simboli non è sufficiente, perché ci si ferma al piano dell’immagine, non va ad intaccare la sostanza della questione. Morto un simbolo, ne può nascere un altro! C’è per esempio il caso della quenelle, un saluto che somiglia a quello fascista, il simbolo lanciato dal comico francese Dieudonné, dichiaratamente antisemita. Se c’è una cultura autenticamente liberaldemocratica, si possono proibire dei simboli, ma ne nasceranno degli altri. Anche Alba Dorata ha usato quale simbolo una svastica mascherata“.

Il prof. Sorrentino condivide l’idea di non perdere di vista l’essenziale rispetto ai simboli: “I simboli sono importanti, non va mai banalizzato il loro uso e la loro diffusione. Per quello che riguarda i simboli fascisti e nazisti, bisogna sempre denunciare quello che significano, le terribili realtà che richiamano. Tuttavia non dobbiamo perdere di vista l’essenziale, ossia quello che le persone pensano, quello a cui credono, magari senza manifestarlo. Nella società della comunicazione rischiamo di farci abbagliare dai segni esteriori, trascurando i pensieri, le passioni e le motivazioni interiori, che possono crescere nell’ombra ed esplodere all’improvviso. Porre un’enfasi eccessiva sui simboli rischia di farci rimanere alla superficie o entrare in un vicolo cieco. Bisogna essere seri. Non ci sono scorciatoie giudiziarie o legislative. Naturalmente vanno punite con fermezza tutte le intimidazioni e le violenze. Tuttavia la lotta alla cultura fascista, antidemocratica, autoritaria, deve investire gli strati profondi della società, deve essere capillare e continua, deve cercare di sradicare le condizioni di tipo economico, psicologico, politico, culturale, che creano un terreno fertile alla sua diffusione. Insomma, deve fare proprio quello che oggi la sinistra che si accanisce sui simboli generalmente non fa“.

Dalla discussione in plenaria emerge una chiara consapevolezza: i meccanismi di austerità portano a forme di esclusione e marginalizzazione, rispetto alle quali alcune categorie di cittadini possono optare, per un bisogno di sicurezza, verso figure autoritarie o comunque forti. L’Europa dovrebbe cambiare rotta rispetto all’austerità e se sì, come? Il prof. Prospero pone anche qui l’attenzione sull’importanza di analizzare il nostro tempo con strumenti idonei a coglierne il senso autentico: “L’austerità, la precarizzazione, la distruzione dello Stato sociale, la commercializzazione dei diritti di cittadinanza, la rottura del diritto del lavoro novecentesco sono i fattori che producono il distacco dei ceti popolari dai regimi democratici. Il vecchio fascismo era una reazione alle conquiste del lavoro che allarmavano gli agrari, gli industriali, e invocavano ordine dinanzi alle minacce alla sacra proprietà privata. Le nuove destre sorgono non per contenere le spinte radicali di una classe operaia che dalla fabbrica si proietta verso lo Stato, ma per raccogliere il malessere che il divorzio tra democrazia e capitalismo produce in maniera organica. Le destre più radicali mobilitano la paura, aizzano l’odio e il risentimento, ma questa politicizzazione della rabbia è uno degli strumenti più collaudati per evitare la politicizzazione del conflitto sociale. Le destre sono una deviazione semantica che impediscono ai ceti subalterni, alle periferie di organizzarsi per combattere le diseguaglianze, le povertà, le precarietà. Alla mancanza di diritti, di risposte pubbliche ai disagi individuali e collettivi, la destra offre risposte fittizie con l’invenzione di figure pseudocarismatiche e con i miti della velocità, della decisione risolutiva. Ruspe, grida contro le invasioni etniche sono la carta per spoliticizzare la grande questione sociale e sviare la contesa verso territori illusori che non cambiano le reali condizioni di disagio“.

Il prof. Bellini fornisce una risposta che interpreta il rapporto tra austerità e tendenza all’estremismo:  “Ci sono molte pubblicazioni, anche da parte di storici, che hanno messo in relazione i periodi di crisi economica con l’emergere di ideologie con un carattere sostanzialmente antiliberale. Questo è abbastanza facile da capire, perché quando si costituiscono sacche di emarginazione socio-economica, i cittadini emarginati possono trovare una risposta elle proprie esigenze attraverso il riconoscimento in un’ideologia che propone soluzioni semplicistiche a problemi complessi, come per l’Italia con il fascismo: un Paese distrutto dal punto di vista economico e sociale, con un prezzo altissimo da pagare per quella vittoria, vede l’affermazione del fascismo. È chiaro che la povertà e l‘emarginazione producono risposte antiliberali. Compito di un sano sistema liberale è quello di evitare che si formino sacche di povertà ed emarginazione, che producono spesso risposte di tipo autoritario. Da questo punto di vista, l‘Europa non si sta muovendo bene: aumentano i partiti estremisti perché si sono create situazioni rischiose sotto l’aspetto socio economico, in molti Paesi. La Grecia ne fu il principale esempio: quando si rifiutò di aiutarla, per una serie di regole del sistema europeo, si diede un colpo gravissimo, si cominciò a trattare i greci come cittadini di serie B; non è stato bel segnale. E sicuramente l’estremismo non si sconfigge con l’austerity“.

Il prof. Sorrentino si esprime in merito alla necessità che l’Europa superi le politiche di austerità di questi ultimi anni: “Bisogna essere ciechi, o in cattiva fede, per non vedere che le politiche economiche promosse in questi anni hanno di fatto favorito la crescita dell’estrema destra in Europa. Quindi la risposta è senz’altro sì: l’Europa deve cambiare rotta. Occorre innanzitutto criticare l’assunto, che ha un’evidente connotazione ideologica, secondo il quale la crisi ha reso necessarie le politiche di austerità messe in atto. Inoltre, una politica seria e non ideologica dell’austerità avrebbe richiesto più giustizia e riduzione delle diseguaglianze, ossia sacrifici per tutti, gravando meno su chi ha di meno. Invece, abbiamo assistito al vertiginoso aumento delle diseguaglianze. Chi mette al centro della propria piattaforma politica la questione della giustizia sociale? Il Cavallo di Troia dell’estrema destra è proprio la questione sociale: non di rado essa non impugna posizioni apertamente razziste e autoritarie, ma si schiera dalla parte delle vittime delle politiche economiche egemoni e conquista consensi su questo piano“.

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