lunedì, Ottobre 18

UE, Londra frena sull’allargamento field_506ffb1d3dbe2

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La Gran Bretagna, il membro più insofferente e controverso dell’Unione Europea, ha cambiato atteggiamento anche sulle politiche di allargamento. E’ uno dei Paesi che nelle istituzioni ha fatto della sua indipendenza la sua politica principale rispetto a Bruxelles. E’ un membro ma se può utilizza l’opt out per determinate politiche come quella dell’immigrazione e della moneta unica. Londra non fa parte dell’area euro e ha alzato le barricate sia sulle politiche migratorie che sull’allargamento. La politica dell’opt out, cioè quella di poter porre una riserva su una determinata politica e sulla sua gestione descritta dai Trattati, ha fatto sempre parte della controversa relazione tra Unione Europea e Gran Bretagna e dal gennaio 2014 entrerà in vigore il discusso provvedimento proposto dal Governo di  David Cameron sulla restrizione all’ingresso sul territorio della Corona a cittadini  rumeni e bulgari, con la possibilità di allargarla ad altre nazionalità. Questa è la materializzazione della famosa paura dell’Idraulico polacco’ sulla quale l’ex Presidente della Repubblica francese, Nicolas Sarkozy, costruì una campagna elettorale.

Balcani fanno paura, anche quelli occidentali. Perché da gennaio si aprono le trattative con la Repubblica Serba, con Macedonia, Bosnia Erzegovina e Montenegro. E’ tempo, per i Balcani occidentali, di avanzare nelle trattative con le istituzioni europee, mentre la Turchia, che in questi giorni sconta gravi problemi politici, sta a guardare alla finestra un ingresso che ha ancora molti ostacoli. Quindi la Gran Bretagna, oltre a limitare la circolazione di rumeni e bulgari, ha annunciato che frenerà anche sull’allargamento, sconfessando una politica energica e proattiva dei governi di Tony Blair che hanno dato una spinta molto importante al periodo dell’allargamento fino all’ingresso della Croazia. Dal prossimo gennaio, per volere della presidenza greca, si apriranno i colloqui con la prima conferenza Unione Europea-Serbia. Il cambiamento di Cameron prevede un tipo di contrattazione non più multilaterale ma bilaterale. La Gran Bretagna vuole ulteriori rassicurazioni dai Paesi candidati, in particolare dalla Serbia, sulle politiche di movimento dei lavoratori e vuole farlo aggiungendo colloqui bilaterali a quelli con le istituzioni a Bruxelles. Tutto questo è dato dal netto cambio di direzione che il Governo britannico ha dato alle relazioni con l’Unione Europea. Una settimana fa, parlando con la stampa alla chiusura della riunione del Consiglio, David Cameron ha espresso i suoi dubbi non sull’allargamento ma sulle sue conseguenze: «Far aderire Paesi come la Serbia e l’Albania all’UE significa per il Regno Unito, trovare un modo per rallentare l’accesso ai rispettivi mercati del lavoro fino a quando possiamo essere sicuri che questo non causerà grandi migrazioni. Il nostro scopo è continuare con l’allargamento, ma in un modo che riacquista la fiducia e il sostegno dei nostri popoli». 

Il problema della Gran Bretagna è l’immigrazione. Secondo Cameron, gli inglesi hanno paura di queste nuove ondate migratorie. «Quando un nuovo Paese entra a far parte dell’Unione, dobbiamo guardare al PIL, ai livelli di salario, non voglio rivedere quello che è successo in passato». Quindi le regole sono cambiate. Per evitare gli errori del passato, secondo il Primo Ministro inglese, le valutazioni delle istituzioni europee devono essere più attente e guardare anche ai dati economici. Ma le istituzioni europee non ci stanno e non hanno amato questa netta presa di posizione così lontana dallo spirito dei Trattati. Come affermano a Bruxelles: «Se volesse sul serio cambiare le regole, il Regno Unito avrebbe sollevato la questione presso il precedente Consiglio Affari generali, le cui conclusioni su Cameron ampliamento approvato. Nessun altro Stato membro sta sollevando la questione in un modo così isterico. La politica di allargamento si sta attuando così com’è, senza modifiche». Inoltre, altre fonti provenienti dal Consiglio, affermano che la Gran Bretagna è isolata sulla questione e che lo stop inglese, previsto anche per la Repubblica di Macedonia e per il Montenegro è una trovata elettorale che non piace a Bruxelles che si considerata usata per fini nazionali (come anche per la questione della circolazione dei cittadini bulgari e rumeni). Inoltre, sempre secondo le istituzioni, Cameron proietta il problema per un periodo molto più lungo del suo mandato elettorale e in cinque anni possono cambiare tante cose.

Andando con ordine vediamo come sono le trattative con i vari Paesi candidati. La Serbia è la prima candidata ad entrare e inizierà i colloqui con le istituzioni il 21 gennaio. Il suo percorso di adesione però appare non facile. Il problema più evidente è dato dal non riconoscimento ufficiale dello Stato indipendente del Kosovo (anche se lo scorso aprile è stato firmato uno storico accordo con la mediazione fondamentale dell’UE circa la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi) che ha iniziato un percorso europeo e che, secondo le istituzioni, non deve essere intralciato dalla Serbia. L’altra questione che Belgrado deve risolvere è quella con i suoi vicini, ad esempio la Croazia. Come ha riportato ‘Euractiv’Zoran Milanovic, Primo Ministro croato, ha affermato: «Mi aspetto che le autorità di Belgrado si comportino meglio su questioni come l’eredità della guerra, lo status delle minoranze, non abbiamo messo le barriere finora  ed è nel nostro interesse che la Serbia diventi membro dell’Unione europea. Ma visto che i criteri europei sono molto rigidi, la Serbia deve essere chiara sulle questioni di vicinato».

Difficilissimo, invece, il percorso intrapreso dall’Albania che si è vista rispondere dai Paesi Bassi, dal Regno Unito, Francia, Danimarca e Germania che lo status di candidato a membro dell’UE è ancora prematuro. Anche qui Cameron ha detto la sua parlando di un Paese che affronta ancora troppi problemi derivanti dalla corruzione e dalla criminalità organizzata. Per la Commissione Europea, Tirana ha i documenti in regola, ma senza il consenso degli Stati membri, l’Albania dovrà ancora aspettare e andare avanti con le sue riforme, rafforzando lo stato di diritto.

Altri Paesi candidati sono il Montenegro, la Macedonia e la Bosnia -ErzegovinaIl Montenegro ha fatto enormi passi avanti ma deve ancora lavorare affinchè si imponga lo stato di diritto, mentre gli altri due Paesi hanno ancora seri problemi interni. Spetterà alla Grecia iniziare i colloqui con Belgrado e riportare nello spirito dei Trattati il Regno Unito, sempre più insofferente verso le decisioni prese a Bruxelles.

 

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