sabato, Settembre 18

Ue: le sfide per il nuovo Parlamento Le indicazioni di Gianni Bonvicini, vicepresidente dell'Istituto Affari Internazionali

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Forse non lo sanno. Forse non lo sanno, gli oltre 800 candidati in corsa, domenica prossima 25 maggio, per i 73 seggi spettanti all’Italia nel Parlamento europeo, che questa VIII Legislatura sarà caratterizzata dal gravoso compito di cambiare il ruolo di tale organo che, finora, ha agito poco incisivamente, sfornando risoluzioni bizantine, ma producendo poco nel concreto nella vita dei cittadini, che continuano a percepire la propria cittadinanza europea come un’entità indistinta.

Chissà se da candidati, ancor di più se eletti, hanno capito veramente che si tratterà di trasformare l’agire dell’organismo sia quale vero contrappeso rispetto alla Commissione europeo ed al Consiglio, sia come reale portavoce delle istanze dei cittadini, vieppiù pressanti in presenza di una crisi economica ben lontana dall’essere risolta; una crisi che, anzi, in certi Stati membri, non ha raggiunto il punto di ripresa.

Una bella gatta da pelare, insomma. Affidiamo l’analisi di questo quadro non certo roseo al professor Gianni Bonvicini, vicepresidente dello IAI -Istituto Affari Internazionali-, fra i think tank più accreditati nel mondo, ed esperto di questioni europee.

Risposte ben più circostanziate ai nostri interrogativi sono contenute nel quaderno IAI ‘Il Parlamento europeo per la nuova Unione’, a cura dello stesso professor Bonvicini e contenente sei saggi, di autori diversi, che declinano le problematiche più scottanti, come le governance, economica e politica (estera, di sicurezza e di difesa); il nuovo e necessario ruolo del Parlamento europeo come agenzia d’innovazione dell’assetto istituzionale della nuova Ue; la concretizzazione di uno spazio politico europeo; i rapporti del Parlamento italiano con le istituzioni europee e l’impatto  -necessariamente da evolversi- del Parlamento europeo sul processo legislativo europeo e nazionale.

Il Quaderno è stato presentato recentemente a Roma, al Centro di Documentazione presso lo Spazio Europa della Rappresentanza italiana della Commissione europea, in una tavola rotonda, a cui ha partecipato, oltre al curatore e ai coautori, anche l’ex Ministro per le Politiche Comunitarie, Enzo Moavero Milanesi.

Professor Bonvicini, la campagna elettorale per le elezioni al Parlamento europeo a cui stanno assistendo gli italiani sembra indubitabilmente più una resa dei conti sulla politica interna che un dibattito sulle prospettive del Parlamento che si andrà ad eleggere e sul suo ruolo di motore della Ue. Avviene solo in Italia un fenomeno di questo tipo?

No, avviene più o meno in tutti i Paesi. Per diversi motivi. Non vi è un’unica legge elettorale per l’intera Unione. Vi è una scarsissima conoscenza del ruolo realmente svolto dal PE. Manca un visibile ‘Governo’ europeo nei confronti del quale il Parlamento dovrebbe svolgere la normale funzione di controllo politico: è la Commissione, è il Consiglio europeo? L’elettore non trova risposte chiare. Oltre a queste deficienze ‘strutturali’, vi è oggi anche il peso della crisi economica che viene giocata quasi esclusivamente nel campo nazionale e dai governi dei singoli Paesi con modalità diverse: i famosi ‘compiti a casa’. Da queste ragioni discende la ulteriore ‘rinazionalizzazione’ delle campagne elettorali.

Secondo Lei, ciò accade per una disinformazione complessiva in materia di Parlamento europeo sia dell’elettorato passivo sia di quello attivo, oppure ci sono altre cause (o concause)?

Oltre alla scarsa conoscenza delle Istituzioni europee, piuttosto barocche e incomprensibili per i più, vi è anche da mettere nel conto di una scarsa attenzione pubblica nei confronti dell’UE la caduta di una visione di lungo termine del processo di integrazione. Dove vogliamo andare? Oggi prevale la filosofia miope dei costi e benefici immediati e non del ruolo che un’Europa più integrata può avere per il mantenimento della pace, democrazia e dei diritti umani. 

Nel corso della presentazione del Quaderno dello IAI, da Lei curato, ‘Il Parlamento europeo per la nuova Unione’, analizzando fra i relatori il ventaglio dei Partiti competitors in Italia, è emerso che, alla luce delle posizioni da essi espresse, è difficile ravvisare da noi una forza politica sinceramente europeista, senza se e senza ma. Ciò avviene per un’effettiva crisi di tutta la costruzione europea o è un fenomeno acuito in Italia, dagli accadimenti politici del nostro Paese?

Difficile oggi trovare nell’UE una forza politica europeista, senza se e senza ma. Per la semplice ragione che la crisi economica ha fatto emergere diversi dubbi sulla capacità di governo dell’UE. Ma il fatto stupefacente, nel caso italiano, è il radicale passaggio da un sostegno politico al processo di integrazione più che maggioritario, all’attuale ondata antieuropea ed eurocritica che supera largamente il 50% delle forze politiche in campo. Rovesciamento che è un po’ lo specchio di un’anomalia politica italiana che ci trasciniamo da anni. 

Cinque anni fa, lo IAI è stato presago, insieme ad altre autorevoli think tank internazionali, dell’esigenza di cambiare le regole del gioco nell’elezione del Presidente della Commissione europea. Riguardo al Parlamento, secondo la Vostra analisi, quali cambiamenti o autoriforme dovrebbe affrontare il Parlamento europeo per dare slancio ad un’Europa a 28 – essendo nato quando gli Stati membri erano di numero in gran lunga inferiore ?

La nostra proposta del 2009 (largamente ispirata da Tommaso Padoa Schioppa) alla vigilia delle ultime elezioni del PE è in effetti diventata oggi realtà. Bisognerà tuttavia vedere se la ‘politicizzazione’ della figura del Presidente della Commissione, che deriverà dalle indicazioni elettorali, riuscirà a rimettere in moto una capacità di governo da parte della Commissione, limitando l’influenza eccessiva del Consiglio europeo. Un maggiore equilibrio fra questi due organismi decisionali potrebbe anche aiutare il Parlamento europeo a giocare un ruolo politico più consistente.  

Nel corso dell’incontro di presentazione della pubblicazione IAI, è altresì emerso che c’è un profondo gap comunicativo da parte del Parlamento europeo verso i cittadini europei. Come colmarlo? Può essere questa una delle concause degli euroscetticismi e degli euro criticismi ravvisabili in molti Paesi europei?

La mancanza di conoscenza è sicuramente una delle ragioni di crescita degli atteggiamenti scettici. Inutile dare la colpa ai media. Credo che la soluzione stia in una maggiore focalizzazione del Parlamento europeo sui grandi temi che preoccupano l’opinione pubblica europea: disoccupazione, immigrazione, crescita economica, welfare, tanto per citarne alcuni. Ma non solo per farne delle bellissime risoluzioni, ma piuttosto per trasformarle in lotta politica e in pungolo nei confronti della Commissione e del Consiglio europeo affinché si legiferi in quei settori. Sarebbe questo un modo per conquistare indirettamente il potere legislativo che manca al PE e per rassicurare l’opinione pubblica sulla volontà di divenire il fulcro dell’innovazione politica e istituzionale dell’UE.

Non c’è un Ministro dell’Economia europeo e se ne sente la mancanza. Secondo Lei si addiverrà in tempi brevi alla previsione di una tale figura istituzionale (e operativa, soprattutto)?
Questa potrebbe essere la classica lotta innovativa che ci aspetteremo dal nuovo PE. Nel campo economico è stato fatto molto in questi ultimi anni e l’Unione bancaria sta a dimostralo. Un passo ulteriore verso il coordinamento delle politiche fiscali dei paesi dell’Eurozona potrà probabilmente seguire. Da questo punto di vista la figura di un “Ministro del Tesoro” europeo rappresenterebbe un segnale importante. Ma ciò implica un certo grado di innovazione istituzionale: di qui una richiesta al PE di occuparsene direttamente.

Altri punti dolenti, per il Parlamento, sono le politiche estera, di sicurezza e di difesa che talvolta appaiono poco incisive, se non inesistenti. Come agire per ribaltare questa situazione?
Questo è un territorio gestito ancora direttamente e gelosamente dagli Stati membri. Malgrado le grandi innovazioni introdotte dal Trattato di Lisbona, la regola che sta a monte di queste politiche è da sempre quella dell’unanimità. Finché non sarà scalfita, c’è poco da sperare nel futuro internazionale dell’UE. Oggi nella crisi Ucraina chi conta è la Cancelliera Angela Merkel o il primo ministro polacco Donald Tusk, non certo l’Alto Rappresentante dell’UE Catherine Ashton. Di qui anche un ruolo secondario del Parlamento europeo. La soluzione è solo in una piccola ma significativa revisione del Trattato di Lisbona. Di nuovo, un compito per il futuro Parlamento. 

Da uno a dieci, quale è lo stato dell’arte dei rapporti fra il Parlamento italiano e le istituzioni dell’Unione europea?

Diciamo 5. Nel senso che l’attenzione nei confronti delle tematiche europee è leggermente aumentata, anche grazie agli articoli del Trattato di Lisbona che coinvolgono maggiormente i Parlamenti nazionali. Ma in realtà il nostro Parlamento opera in un’ottica prevalentemente nazionale. Come in effetti si dimostra in un paio di capitoli del nostro libro, nelle decisioni del Parlamento italiano non sortiscono alcun effetto le posizioni assunte all’interno del Parlamento europeo, che, in teoria, dovrebbe essere l’interlocutore privilegiato delle nostre Camere. D’altronde, è bene ricordare che la lentezza dei lavori parlamentari e la scarsa attenzione nei confronti dell’UE ci collocano da decenni fra i primi in Europa in termini infrazioni ai Trattati: un privilegio che lasceremmo volentieri ad altri.    

 

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