martedì, Agosto 3

Ue: le opzioni per la Libia Intervista al Prof. Paolo Soave (Bologna): "la democrazia non si esporta"

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La Libia dei nostri giorni si trova a fronteggiare una drammatica situazione dei migranti, sia in entrata che in uscita, in un Paese allo sfacelo. Con il Commissario per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza Dimitris Avramopoulos, martedì 12 dicembre, durante la sessione plenaria del Parlamento europeo, si è discusso di trattamenti disumani e della tratta di schiavi, dopo che la settimana precedente, durante il vertice Unione Africana-Ue, quest’ultima aveva convenuto di istituire una task force comune sulla migrazione, di concerto con l’Unione africana e le Nazioni Unite.

Numerosi gli obiettivi di tale sinergia, con un’azione volta sia a proteggere i migranti e rifugiati in Libia, sia ad agevolarne il rimpatrio volontario nei loro Paesi d’origine, sia a promuovere il reinsediamento dei più vulnerabili. Per comprendere meglio cosa ci si possa aspettare da tale misura, in quali tempi e come potrà evolvere la situazione della Libia rispetto a quanto statuito solo sulla carta, abbiamo intervistato il prof. Paolo Soave, docente di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università di Bologna.

Quali sono le responsabilità dell’Europa sulla vicenda libica? Da un lato, l’Alto Rappresentante Federica Mogherini ha evidenziato i riscontri positivi dell’azione di tutela delle frontiere, sia sul fronte dei rimpatri che degli espatri, dall’altro la questione dei trafficanti di esseri umani rimane un aspetto scottante…

La responsabilità maggiore è, come spesso avviene nelle più gravi emergenze internazionali, morale ancor prima che politica. Quanto tempo ha impiegato l’Europa prima di cominciare a dare ascolto alle sollecitazioni lanciate dall’Italia? Si è trattato di una passaggio estenuante, che potrebbe essere quantificato, seppur in maniera grossolana, anche con le tante vite perse e che potevano essere salvate. Credo che la svolta sia stata preannunciata da Junker, quando disse che l’Italia aveva salvato l’onore dell’Ue in questa emergenza umanitaria. Ora c’è maggior allineamento fra l’Italia e i partner, anche se il compito resta immane per i suoi complessi risvolti politico-strategici.

Amnesty International, al riguardo, si è espressa in termini fortemente critici rispetto al ruolo dell’Ue in Libia. Ha replicato il commissario Avramopoulos:  “Siamo consapevoli delle condizioni disumane e terribili che alcuni affrontano – ha affermato – ma non siamo complici”. Quali dati sono attendibili rispetto al fenomeno (se esistono)?

La questione ha originato una grave divaricazione fra le Ong e le maggiori istituzioni internazionali, un problema che del resto abbiamo sperimentato anche in Italia qualche settimana fa al tempo delle polemiche ideologiche sui riconoscimenti attribuiti dal nostro governo all’operato delle Ong nel Mediterraneo. Si contrappongono logiche diverse. Certo le Ong proliferano là dove gli Stati e le organizzazioni internazionali hanno fallito, ma senza il ripristino di condizioni basilari di stabilità politica e sicurezza nulla potrà essere risolto e per questo, piaccia o meno, servono ancora gli attori internazionali tradizionali.

In sede di plenaria, si è sottolineato il fatto che la Libia non abbia le caratteristiche di uno Stato e che perciò non sia nel suo insieme guidata da un governo: quindi quale può essere l’autorevolezza di Al-Sarraj oggi? Con quali interlocutori libici interfacciarsi?

È il cuore del problema. I destini politici della Libia vanno contestualizzati nella ridefinizione in corso degli assetti mediorientali e mediterranei. Se da un lato l’emergenza siriana e quella legata alla presenza dell’Isis sembrano aver raggiunto un punto di svolta, dall’altro in questi giorni stiamo assistendo al riaprirsi sanguinoso della vecchia ferita israelo-palestinese. Mentre gli americani giocano una partita assai rischiosa per recuperare un’influenza in una regione che hanno colpevolmente trascurato negli ultimi anni, Egitto e Russia sono da considerarsi attori centrali. Con problemi di stabilità interna il primo, con una crescente assertività il secondo, sono entrambi assai attivi e interessati allo scenario libico, per il quale ciascuno auspica uno sviluppo confacente alla propria influenza. In altre parole il processo di consolidamento nazionale libico, ammesso che sia possibile, non è un’operazione neutrale o positiva per tutti. Una Libia unita e efficiente gioverebbe all’Italia, che ha bisogno di ripristinare il vecchio canale privilegiato con Tripoli e per far questo il governo Gentiloni ha operato in una duplice direzione: dall’interno della Libia con le iniziative del ministro Minniti, dall’esterno chiamando in causa l’Ue. Il sostegno ad Al Serraj è un grosso sforzo dal cui successo dipende il ripristino di condizioni generali di sicurezza mediterranea che sono vitali per il nostro paese, ma proprio per questo non possiamo permetterci di ignorare gli altri attori dello scenario libico, che vanno convinti a collaborare o che dovranno essere presi in considerazione come possibili alternative. Possiamo sperare di avere voce in capitolo in questo difficilissimo processo di ricostruzione politica solo a patto di avere dalla nostra il fattivo contributo dell’Ue, e a patto di trovare un punto di equilibrio con gli interessi degli altri attori interessati.

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