domenica, Maggio 9

Ue: l’allarme di Der Spiegel Sensazionalismo o realtà? Ne parliamo con la prof.ssa Elena Calandri

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E’ importante ricordare che l’analisi in questione è del Der Spiegel, settimanale edito in uno dei Paesi più forti in Europa, la Germania: rispetto alla sola prospettiva tedesca, Lei potrebbe delineare un quadro sintetico delle varie aree in cui oggi l’Europa si suddivide in base ai diversi livelli di consenso alle sue politiche?

L’Eurobarometro del marzo 2017 mostrava come essere membri dell’Ue sia una cosa positiva per il 57% degli europei: +4% rispetto all’ultimo sondaggio di settembre 2016 e quasi allo stesso livello del 2007, quando a esprimersi positivamente erano stati il 58% degli intervistati. In generali gli indicatori positivi sono in ripresa, ma le percentuali variano significativamente da Paese a Paese. Il consenso intorno all’UE è ai minimi in Italia e in Grecia, in cui a torto o a ragione è diffusa la convinzione che l’Europa stia imponendo ricette di austerità e deflazione negative e ingiustificate. Mentre la Grecia è un Paese con un significativo passato ‘euroscettico’, l’Italia è stata per decenni il Paese in cui l’integrazione europea toccava il massimo della popolarità, un capitale di fiducia e entusiasmo che è stato bruciato in pochi anni, senza tuttavia nessun ritorno di fiducia nelle istituzioni nazionali. Mentre in passato si riteneva che il cosiddetto ‘vincolo esterno’ fosse un vincolo virtuoso, ormai prevale l’idea che si tratti di un vincolo negativo, che penalizza il Paese a vantaggio di altri interessi nazionali e in nome di idee, per non dire ideologie sbagliate. Acuto euroscetticismo si manifesta nei citati Paesi del Gruppo di Visegrad, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria, con simili sentimenti diffusi da anni anche in Austria, anche se poi in Polonia l’opinione si esprime al 71% in maniera positiva sull’appartenenza all’UE. Qui il paradosso sta nel fatto che si tratta di paesi che economicamente sono in crescita e che traggono dall’appartenenza all’UE enormi benefici economici, come vedo in questa mia permanenza a Cracovia. Le infrastrutture di trasporto, il patrimonio storico-artistico, l’ambiente, il sistema educativo traggono enormi vantaggi dall’appartenenza all’UE. Questo ci fa capire che le ragioni dell’euroscetticismo sono politico-culturali, più che materiali. Il consenso è più alto si trova nei paesi dell’Europa occidentale in cui l’economia funziona, ma in tutti i paesi esistono forze euroscettiche e addirittura eurofobiche. Il caso della Francia, il paese che ha inventato l’integrazione europea come scelta ideale e come soluzione per il proprio futuro, è lampante.

Si può azzardare che l’uscita del Regno Unito potrebbe piuttosto portare ad un rinforzamento dell’Unione, basato sulla permanenza al suo interno dei soli Stati che desiderino realmente appartenervi?

Nell’immediato una reazione in quella direzione è emersa, anche se oggi nessuno sembra augurarsi l’uscita di altri Paesi. Si parla con insistenza di Europa a geometria variabile o più velocità, una vecchia strategia che in parte ha funzionato in passato, basti pensare a Schengen o all’euro, ma che non è mai stata pienamente legittima, come soluzione stabile, si trattava piuttosto dell’idea del gruppo che apriva una strada alla quale in seguito gli altri si sarebbero quasi necessariamente accodati. Tuttavia non dobbiamo illuderci che la selezione sarà fatta sulla ‘volontà’ di appartenere all’UE, pericolosa illusione in un Paese come l’Italia. La nostra volontà non basterebbe, se anche ci fosse, se mancassero le condizioni materiali. Storicamente alcuni dei movimenti in avanti basati sul concetto del ‘gruppo di testa’, come appunto Schengen o l’Euro, sono stati concepiti proprio con il retropensiero di tenere fuori l’Italia, o di spingerla a adeguarsi a linee politiche alle quali cercava di sottrarsi.

A Suo avviso, c’è uno scollamento tra popolazione ed istituzioni europee?

C’è scollamento tra popolazione e istituzioni in genere, basti guardare il successo in molti Paesi dei partiti che dichiarano di non essere tali, e che costruiscono la loro fortuna sul presentarsi come estranei alle istituzioni. In paesi con un forte senso della rappresentanza politica, in cui la democrazia diretta fa parte della cultura politica profonda, sì, certamente l’UE appare remota, burocratica e antidemocratica. In paesi in cui tale cultura non esiste, la lontananza delle istituzioni europee è solo uno slogan, a volte utile a coprire la difficoltà del paese nel far valere le proprie ragioni in sede di negoziato europeo.

Rispetto alla crisi che vive l’Europa, quale responsabilità hanno i media, che, spinti da interessi di varia natura, lanciano messaggi come quello del Der Spiegel, che si limitano solo accennare qualcosa in merito alle politiche europee e che molto spesso si concentrano solo sugli aspetti negativi dell’Unione europea?

L’integrazione europea è, purtroppo un tema ‘noioso’, lo lasci dire a me che la insegno da molti anni. E’ tecnica, fatta di lunghe procedure, opacità istituzionale, e di una regola, quella del consenso finale, che produce avanzamenti marginali minimi, lunghissime e complicate messe a punto, il tutto sempre più complicato con il crescere del numero degli stati membri. Difficile fare titoli di giornale, soprattutto quando si possono invece raccontare ‘barzellette’ come la famosa curvatura delle banane. D’altra parte l’UE non ha senso dell’umorismo visto che esiste un servizio della Commissione che si incarica di smentire e spiegare queste fake news in circolazione da decenni. Questo non giustifica lo scarso approfondimento e la parzialità dell’informazione. La UE d’altra parte ha sempre peccato in scarsa o cattiva comunicazione, un vizio elitista e tecnocratico che ora sta pagando caro. Anche in questo caso tuttavia gli stati hanno sempre fatto la loro parte. In Francia tradizionalmente i lavori pubblici fatti con i fondi europei non portavano nessuna indicazione in merito.

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