sabato, Novembre 27

Ue: l’allarme di Der Spiegel Sensazionalismo o realtà? Ne parliamo con la prof.ssa Elena Calandri

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Quello di una spaccatura dell’Unione europea è uno dei sei scenari possibili per il futuro geopolitico della regione, previsti da un report interno che i giornalisti di Der Spiegel hanno potuto leggere. Il documento si intitola ‘Strategic Perspective 2040‘; fuori dalla redazione del settimanale tedesco, se ne è parlato poco. Ma per una discussione approfondita in ambito accademico, si tratta senz’altro di uno spunto di cui tener conto, anche perché proveniente da una fonte di informazione con sede in Germania, uno degli Stati europei più forti. Ne parliamo qui con la prof.ssa Elena Calandri, docente associato di Storia dell’integrazione europea presso l’Università di Padova. 

Fino a che punto i contenuti dell’articolo del Der Spiegel circa il rischio deflagrazione dell’Unione europea possono essere attendibili?

Non conosco il rapporto, ma ormai scommettere sul fallimento dell’UE è diventato popolare. Vero è che in tutta l’UE serpeggiano preoccupazioni profonde e che per la prima volta nella storia comunitaria la prospettiva del disfacimento non è solo un’ipotesi di scuola. Ciò detto in Germania l’UE è il risultato di decenni di impegno politico ed economico, garanzia di stabilità e democrazia interna, sicurezza. I vantaggi dell’integrazione sono evidenti a tutti, o quasi. Il 79% dei tedeschi, contro un media UE del 57%, considera l’appartenenza alla UE una cosa positiva per il suo Paese. Sulla fondatezza dei rischi evocati nell’articolo, è difficile valutare le conseguenze della Brexit, anche se certamente non saranno marginali. Le ali più eurofobiche che rischiano di avere la meglio sull’incompetente Theresa May si preoccuperanno poco o nulla delle conseguenze che l’uscita avrà sull’UE, poiché per molti anni in Gran Bretagna si è ritenuto che l’integrazione europea fosse contraria agli interessi britannici. L’unica giustificazione era il rischio sovietico, una volta cessato quello il timore di un’Europa egemonizzata dalla Germania ha ripreso il sopravvento, rafforzato dall’insofferenza per la ‘burocrazia di Bruxelles’. Le posizioni filo-europee non riescono ad avere peso politico. Non sembra che la GB di Theresa May sia in grado di fare da guida per l’uscita di altri Paesi, anche vista la sua incapacità di definire un progetto di uscita, sia questo hard o soft. D’altra parte con l’uscita la Gran Bretagna, e con Italia e Spagna in crisi e con la Polonia che sta fallendo la transizione alla liberaldemocrazia e guida il blocco nazionalista dei Paesi Visegrad, il duopolio franco-tedesco non è in grado di trainare politicamente un’Unione piena di stati scettici, rancorosi, deboli, disuniti. Oggi molti pensano alla difesa comune come nuovo acceleratore di integrazione, ma la visione dei rischi di sicurezza è molto diversa da Paese a Paese, e l’esperienza insegna che mettere in comune la difesa non è come mettere in comune un qualunque settore dell’economia, nonostante decenni di collaborazione europea in sede NATO e UEO. E’ un paradosso, perché proprio la debolezza e le minacce esterne dovrebbero spingere a collaborare. Purtroppo soprattutto da certe parti, gli europei non sembrano avere imparato niente dagli anni Venti e Trenta del Novecento.

Che tipo di crisi sta attraversando l’Ue di oggi?

La crisi è su diversi piani. In primo luogo c’è una crisi complessiva di legittimità e di credibilità, frutto di anni di immobilismo, della pratica ormai diffusa dovunque da più di vent’anni di usare l’UE come capro espiatorio, e del mancato rispetto delle regole, che ridicolizza il sistema. La UE e le sue istituzioni si considerano ‘politiche’, non giuridiche o amministrative, e pertanto applicano discrezionalità e flessibilità, il che sembra logico. Ma, per quanto sia necessario, ciò mina la credibilità del sistema, perché l’Unione è fondata sul diritto, e perché il principio dell’uguaglianza fra gli stati pare non valere per tutti allo stesso modo. Questo incoraggia la sfiducia e lo scetticismo, anche perché l’UE ha sempre avuto una forte connotazione normativa e ha raccontato di sé una storia idealizzata che non corrisponde alla realtà. La seconda è la crisi economica, che dura da troppi anni e che non è percepita in tutti i Paesi nella stessa maniera. E’ soltanto nei Paesi dell’Europa meridionale che la crisi rimane profonda. La BCE ha mostrato indipendenza autentica e autorevolezza, ma non può sostituirsi ai governi. La cosiddetta ‘crisi migratoria’ intesa come improvviso arrivo di quantità ingestibili di migranti esiste soprattutto nella retorica dei partiti anti-immigrati, che vi costruiscono le loro fortune politiche, ma diventa tale nelle relazioni europee perché apre una frattura nella fiducia reciproca e nel principio della solidarietà, dell’equilibrio fra costi e benefici dell’appartenenza e sul rispetto delle regole. Infine c’è la situazione internazionale: i rischi esterni sono percepiti in maniera molto diversa da una parte all’altra dell’UE, da noi Mediterraneo, a est rischio russo. Tutti capiscono che il singolo Paese europeo non ha più voce nel sistema internazionale, basti pensare a Cina, Russia o instabilità nel mondo arabo-islamico, però passare a concrete politiche comuni in un sistema in cui ciascuno ha diritto di veto è estremamente difficile. E c’è una mancanza di leadership e una frammentazione del potere e delle competenze, per cui è quasi impossibile ormai capire dove stia la capacità di decidere.

Quest’anno l’Europa ha compiuto sessant’anni e i momenti difficili sono stati tanti, eppure, tra le molte difficoltà, l’Unione è rimasta in piedi. E’ possibile ricordare sinteticamente altri momenti bui? Cosa ne è nato?

Secondo una certa retorica l’Europa è nata e progredita nelle crisi e grazie alle crisi. La prima grande crisi, quella detta della ‘sedia vuota’ e più in generale dell’epoca gollista, è stata superata ridimensionando le ambizioni politiche delle istituzioni, che nei primi anni erano grandiose, e grazie al dinamismo della crescita economica, che faceva vedere a tutti l’interesse a integrarsi. Ne è nato un sistema ibrido di istituzioni comunitarie e dinamiche intergovernative che è stato capace negli anni Ottanta di fare scelte importanti e avanzate, proprio all’indomani della seconda delle sue fasi di più profonda crisi, i primi anni Ottanta in cui l’integrazione era in stallo. Il mercato unico del 1992 è stato un traino formidabile dal quale sono derivate decisioni rivoluzionarie come Schengen, la moneta unica, la cittadinanza europea, i fondi strutturali per la riduzione degli squilibri territoriali, che hanno permesso a Paesi come la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo di recuperare decenni di ritardo. Il mercato unico però ha regole dure e ha raggiunto tutti i piani, anche i più intimi della vita economica e sociale. Questa intrusività pone difficoltà alle comunità che non si riconoscono nel mainstream comune, o dove le strutture – amministrative, sociali, politiche – non riescono e non vogliono adattarsi a regole sulle quali ritengono di non avere controllo. Come si diceva anni fa, l’UE è anche vittima del suo successo, e d’altra parte il localismo si manifesta dappertutto in reazione alla globalizzazione. In genere ad ogni modo si osserva che in passato il buon andamento dell’economia ha favorito l’integrazione, i momenti di stallo l’hanno sfavorita. Viva l’ottimismo della volontà, ma non sono certa che le crisi servano al progresso dell’integrazione.

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