lunedì, Ottobre 18

Ue-Israele, rapporto ad alta tensione

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La questione mediorientale rimane calda sul fronte della politica estera occidentale. Il Parlamento Ue, con un voto a larga maggioranza, ha approvato a ampia maggioranza qualche settimana fa una risoluzione sottoscritta da quasi tutti i gruppi che sostiene “in linea di principio” il riconoscimento dello Stato della Palestina sulla base dei confini del 1967, appoggia la soluzione di due Stati con Gerusalemme capitale e esorta la ripresa dei colloqui di pace. La decisione arriva dopo il riconoscimento della Palestina da parte della Svezia e la mozione (non vincolante) dell’Assemblea nazionale francese dello scorso 2 dicembre. Una vicenda che ha alzato un polverone e che rischia di minare il dialogo tra l’Europa e Israele. Ne parliamo con Oded Eran, ex ambasciatore di Israele presso l’Unione Europea e capo ricercatore all’Institute for National Security Studies (INSS) dell’Università di Tel Aviv.

 

Professor Eran, c’è stato un deterioramento delle relazioni tra Israele e Unione Europea negli ultimi tempi, e se sì a cosa è dovuto?

C’è stato in effetti un deterioramento dei rapporti tra UE e Israele, ed è frutto di un lungo processo sviluppatosi nel tempo. Si potrebbe dire che tutto è iniziato nel 1980 con la dichiarazione di Venezia – la prima nel suo genere fatta da un organismo internazionale -, non molto ben accolta dal Governo israeliano dell’epoca e seguita poi da altri avvenimenti. Ovviamente il cuore dei rapporti tra Israele e l’Unione Europea sono le relazioni tra Israele e Palestina. In alcuni momenti in cui le due parti sono riuscite a ricucire i rapporti, per esempio tra il 1992 e il 1995 con l’accordo di cooperazione sulle politiche navali europea e israeliana, ma in generale la causa dell’erosione nelle relazioni tra UE e Israele è la divergenza di opinioni su come risolvere il conflitto Israelo-Palestinese.

Esiste una reale coesione circa la posizione dell’Europa nei confronti di Israele? E se non c’è, quali sono gli principali differenze tra i vari Stati membri dell’UE?

È ovvio che in un organismo come l’UE formato da 28 Stati non ci possa essere totale unanimità e che le posizioni dei vari Paesi abbiano delle sfumature differenti. Le politiche, o le linee guida delle politiche dei singoli Stati non sono molto differenti le une dalle altre. Ciò su cui divergono maggiormente sono i provvedimenti da mettere in atto,  o quelli già applicati, nei confronti di Israele. C’è chi ha una linea più dura, che non pretende di tagliare del tutto le relazioni ma certo prenderebbe misure drastiche contro Israele riguardo la questione dei territori palestinesi, e c’è chi desidera perseguire una politica più moderata, tenendo aperti i canali del dialogo e cercando di convincere Israele a modificare il proprio atteggiamento non applicando misure drastiche ma dialogando. Questa è la principale differenza tra gli Stati membri dell’UE riguardo quest’argomento.

Pensa che l’atteggiamento dell’Europa nei confronti di Israele sia concorde con quello statunitense dell’amministrazione Obama? Forse l’Europa sta prendendo misure che anche Obama auspicherebbe ma non può attuare per ragioni di politica interna?

Penso che ci sia un continuo dialogo tra l’UE e gli USA su molti argomenti, e ovviamente il Medio Oriente è una delle ragioni per cui il segretario di Stato John Kerry è spesso in Europa. Certamente UE e USA stanno collaborando per quanto riguarda la questione iraniana, dal momento che entrambe prendono parte ai lavori per i negoziati. Direi che entrambe le parti si scambiano “le ultime news”, ossia che ci sono occasioni di dialogo e cooperazione dove discutere su come agire per il processo di pace in Medio Oriente. Non credo che gli Stati Uniti stiano incoraggiando l’Europa a prendere provvedimenti più restrittivi nei confronti di Israele; non credo che l’amministrazione Obama stia agendo in questo modo.

Come considera l’ultima dichiarazione del Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, secondo il quale dovremmo aspettarci uno “tsunami politico” dell’Europa qualora non si vi siano miglioramenti nel processo di pace?

Beh, molte persone hanno fatto questa stessa osservazione già prima di Lieberman. Credo che il termine “tsunami” sia un po’ troppo forte ma certo ci sono molte voci, tra cui quelle di personalità europee di spicco, che si dichiarano decisamente turbate dalle politica israeliana, dalla mancanza di progressi nel processo di pace con la Palestina e dalle politiche di insediamento nei territori occupati messe in atto dal Governo Israeliano. Le conseguenze, se vogliamo chiamare tsunami questa seria minaccia alla forza e alla positività delle relazioni tra UE e Israele, dureranno per lungo tempo e io sono contento che anche il Ministro Lieberman si sia aggiunto al coro di coloro i quali sostengono che Israele dovrebbe tenere conto di questa tendenza dell’Europa.

Un’ultima domanda: come vede lo scenario delle relazioni tra Europa e Israele nel breve periodo?

Come tutti sanno, Israele andrà alle elezioni generali il 17 marzo, e speriamo di avere un nuovo governo che ascolti i consigli del Ministro Lieberman. Abbiamo bisogno di cambiare la politica dello status quo adottata da numerosi governi precedenti, non soltanto dall’ultimo. Sono sicuro che il rinnovamento del processo di pace porterà ad un miglioramento delle relazioni non solo con l’Europa, ma anche con altri Paesi. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno, per il bene di Israele e delle relazioni con membri importanti della comunità internazionale. L’Europa in particolare, come ha ricordato Liberman, è il più grande partner commerciale di Israele: entrambe le parti hanno ovviamente interesse a sviluppare la cooperazione e a mettere in atto, come ho detto, un serio processo di pace che abbia effetti positivi a lungo termine non solo sulle relazioni con l’Europa stessa, ma anche sul benessere di Israele.

 

Traduzione di Marta Abate

 

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