lunedì, Agosto 2

Ue: in Italia Raccomandazioni vuol dire altro

0

barroso

La pagella è arrivata proprio nel giorno della Festa Nazionale e sembra quella destinata ad un ragazzino discolo, ma non completamente somaro. Mi riferisco alle mitiche ‘Raccomandazioni’ da parte della Commissione europea, arrivate a metà pomeriggio di ieri e sulle quali, come c’era da aspettarselo, si è aperto il solito ping pong fra possessori della verità rivelata.

Esse sono un canto del cigno – la Commissione sarà sostituita a breve – che abbiamo atteso in tanti un po’ col fiato sospeso e che poteva rivelarsi una vera e propria tegola sul cranio del nostro Paese. Così non è stato, perché non s’è avverata la previsione di una richiesta di un rientro per 2/3 mld di euro, secondo i più ottimisti, mentre gli specialisti del bicchiere completamente vuoto avevano preconizzato una cifra pari al triplo.

Dunque, niuna bocciatura solenne e paralizzante, ma, a leggere fra le righe, quei mitici ‘sforzi aggiuntivi’ invocati nel testo del documento e tesi all’ottenimento del rientro nei requisiti del Patto di Stabilità sembrano piuttosto elastici e – forse volutamente – non concretati in una ricetta precisa di cose da fare, lasciando in qualche misura le mani libere al Governo per identificare nello specifico le misure da intraprendere.

Mi salta agli occhi, leggendo l’intero documento – preceduto da una lunghissima premessa, che non fa rimpiangere quelle in uso nella pratica legislativa nazionale – che si tratta di un ‘vestitino bello’ che nasconde una sgridata; la reprimenda, forse, ci è stata evitata dal recentissimo successo elettorale di Renzi, che, anche agli occhi dell’Europa, gli concederebbe una certa fiducia, in quanto in odore di santità verso l’elettorato nazionale.

Pare quasi che la Commissione abbia pensato che l’ambizioso piano di risanamento esposto dal Governo italiano possa in qualche maniera essere facilitato da questa luna di miele fra Renzi e gli italiani. I suoi componenti non conoscono a fondo la volubilità di un elettorato, per lo più stremato dal brusco crollo delle disponibilità economiche e dal forzato tramonto delle abitudini consumistiche, il quale, come ora incensa e osanna il giovane premier, potrebbe abbandonarlo in un fiat, appena si rendesse conto che seguirlo comporta ulteriori privazioni.

Matteo il descamisado si è speso per cercare di rassicurare Bruxelles, ma probabilmente non ci sarà riuscito del tutto. Lo testimonia questa chiosa del documento in questione: «L’aggiustamento strutturale previsto nel programma permetterebbe all’Italia di rispettare il parametro di riferimento della riduzione del debito nel periodo di transizione 2013-2015, in parte grazie a un ambizioso programma di privatizzazioni da attuare nel periodo 2014-2017 (pari a 0,7 punti percentuali di PIL ogni anno). Non convalidato da un organismo indipendente, lo scenario macroeconomico sul quale si fondano le proiezioni di bilancio del programma è leggermente ottimistico, in particolare per quanto riguarda gli ultimi anni del programma».

Quel ‘leggermente ottimistico’ la dice lunga su quanto si fidino a metà di noi, visto che nel burocratese europeo le parole sono ‘pesate’ col bilancino dell’alchimista. I nostri esaminatori, però, qualcosa ce lo fanno capire forte e chiara: la dobbiamo finire di pensare che le risorse aggiuntive crescano sull’albero degli zecchini della pressione fiscale.

Purtroppo, si spingono a esprimere in una veste diplomatica l’unica cosa vera che, invece, ci andrebbe detta a brutto muso: che vanno spremuti fino all’ultimo euro quei vigliacchi degli evasori, dei lavoratori in nero, dei tycoon dell’economia sommersa, e pazienza se sono capibastone elettorali, perché altrimenti rinunciamo all’unica vera risorsa liquida che avremmo a portata di mano.

Proprio l’altro ieri, a Billy, la rubrica di recensioni librarie del TG1, si è parlato del libro di Stefano Livadiotti, intitolato icasticamente ‘Ladri’. Intervistato, l’autore ha sostenuto che l’amministrazione fiscale è in grado, grazie agli incroci dei dati di cui dispone, di beccare coloro che se la spassano col proprio aereo privato, denunciando un reddito che sarebbe giustificabile solo per il possessore di un monopattino.

Un immenso serbatoio di risorse fiscali volutamente ignorato o, al massimo, superficialmente scalfito che, invece, se emunto, non dico al 100%, ma almeno al 50%, ci tirerebbe fuori da ogni sgridata da parte di Bruxelles, facendoci rientrare nei parametri che abbiamo accettato, sul nostro onore, di rispettare.

Sì, nel documento di parla di ciò, ma sono certa che proprio questa parte sarà quella meno praticata dal Governo, «malgrado la legge delega di riforma del fisco preveda diverse misure intese a rafforzare l’amministrazione tributaria: un sistema organico di stima e monitoraggio della perdita di gettito fiscale, misure di semplificazione, interventi volti a migliorare il rapporto con i contribuenti, misure intese ad accrescere il recupero dei debiti d’imposta locali e il rafforzamento dei controlli fiscali. La decisione di introdurre dichiarazioni dei redditi precompilate a partire dal 2015 rappresenta un ulteriore passo avanti verso un migliore adempimento degli obblighi fiscali».

Questa canzone l’abbiamo sentita già da illo tempore: ogni Governo, persino quelli dell’Innominato, ha gettato il fumo negli occhi con la tiritera della lotta all’evasione. Si sono anche inscenati blitz teatrali in località per ricchi o nei luoghi delle movide metropolitane, beccando un nugolo di scontrini non emessi e di inspiegabili train de vie fastosi da parte di personaggi con redditi da travet.

E poi? Mi piacerebbe che sul frontone del Ministero dell’Economia, ex Finanze, ci fosse un immenso quadro a cristalli liquidi in cui, nel rispetto della privacy degli evasori pizzicati (esclusi quelli totali,  chè ogni tanto capita di trovarne, di mendichi che hanno industrie, negozi, patrimoni immobiliari da Creso e vanno messi alla gogna), rendicontasse in tempo reale il denaro recuperato dagli evasori.

Perché, altrimenti, non saprei spiegarmi come mai, sui giornali, leggiamo quotidianamente di operazioni fantasmagoriche e, malgrado ciò, siamo sempre ai piedi di Pilato e di questi soldi – così come i patrimoni requisiti alla malavita organizzata – non si sa se siano stati recuperati per davvero oppure si tratta di un potenziale rientro nelle casse dello Stato.

Secondo la Commissione, insomma, Il carico fiscale, deve essere «trasferito ulteriormente» dai fattori produttivi «ai consumi, ai beni immobili e all’ambiente, nel rispetto degli obiettivi di bilancio». A leggere fra le righe, Barroso & Co. sembrano indicare con una freccia al neon la strada di una patrimoniale, ovvero una misura che ha sempre acceso, nei nostri vertici politici, una canea di opposizioni. In più, l’accenno alla tassazione sui consumi sembra più una misura recessiva, che ci ficcherebbe nella buca della povertà.

In un Paese di individualisti quale è il nostro, il concetto di bene comune – così diffuso altrove – è sempre soggetto a distinguo ed all’emersione di eccezioni che annegano la regola. Nel sollievo che, almeno secondo gli esegeti professionisti, c’è andata meno peggio di quanto ci aspettassimo, ci siamo soffermati semplicemente sui flashes in pillole circolati su giornali e TG.

Sarebbe utile che ogni italiano se lo leggesse bene, questo benedetto documento delle Raccomandazioni (in primis i decisori): scoprirebbe lo specchio dei mali d’Italia, dalla scarsa capacità di utilizzare i Fondi europei, in particolare al Sud, ad una scuola in tracollo, sia nelle infrastrutture materiali che in quelle intellettuali: perché noi, culla della cultura, della cultura ce ne impippiamo. E ce lo vengono a dire da Bruxelles, con tanto di Raccomandazioni.

Tanto, entrambe le accezioni che si danno nella nostra lingua alla parola ‘raccomandazione’ ci fanno sguazzare nell’equivoco: la prima, quella che ci viene in mente al pronunciarsi di questo vocabolo, costituisce il grimaldello per procurarsi qualsiasi tipo di favori.

Se le usano i qatarini – debitamente ‘oliandole’ con una mazzetta – per farsi assegnare i Mondiali di Calcio del 2022, perché non dovremmo usarle noi, a volte persino per sopravvivere, per conquistarci un microscopico posto di lavoro?

La seconda ha un significato di esortazione un tantino marcata: quando uno dice: ‘Mi raccomando’ è un po’ più del totale silenzio e parecchio meno di una cogenza. Questo terzo significato, che non appartiene alla nostra cultura, ma a quella brussellese, rigida e dogmatica, proprio non riesce a entrarci in testa!  

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->