lunedì, Giugno 21

UE: il fuggi fuggi dalla Commissione 6 Commissari sono in congedo elettorale, il 7° resta a Bruxelles pur facendo campagna elettorale

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Poco prima di Pasqua c’è stato il fuggi fuggi dalle file della Commissione europea, l’Euro Esecutivo che governa i 28 Paesi membri dell’Ue. Ben sei Commissari hanno lasciato il loro posto affidando il mandato ad un collega designato, membro dell’Esecutivo in carica; un quarto, dunque, di Commissari sono in congedo elettorale.

Il settimo, il belga Karel De Gucht, prenderà parte alla campagna elettorale ma non lascerà il suo posto di Commissario: nel periodo che lo separa dalle consultazioni europee del 25 maggio indosserà due cappelli, quello di Commissario e quello di candidato ad una poltrona di eurodeputato. Il motivo l’ha spiegato lui stesso: se verrà eletto, non siederà tra gli eurodeputati  ma cederà il suo posto ad altri. Quali sono allora le ragioni che lo hanno spinto a questo compromesso? Pare di capire che si tratti del desiderio di appoggiare il suo partito, l’Open Vld, guidato dall’ex Premier liberale belga Guy Verhofstadt, scelto come candidato dell’ala liberale europea alla poltrona di Presidente della Commissione europea.  Ovviamente le male lingue a Bruxelles raccontano che il motivo cha ha spinto De Gucht a candidarsi al Parlamento europeo senza però lasciare il suo posto di Commissario è dovuto alle difficoltà che sta incontrando la trattativa per l’accordo di libero scambio  Ue-Usa, il cosiddetto ‘Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti’. De Gucht non può abbandonare la trattativa proprio nel momento in cui è stata lanciata dalla Commissione europea una consultazione pubblica, della durata di tre mesi, per garantire, si fa per dire, la massima trasparenza del complesso negoziato. Secondo voci di corridoio, invece, la consultazione pubblica sarebbe stata avviata per evitare il rischio che il partner americano insista per inserire nella trattativa il cosiddetto ‘regolamento delle controversie stato-investitore’ (investor-state dispute settlement, ISDS) che renderebbe vani gli sforzi degli europei di difendere le proprie norme in materia sanitaria e ambientale. Si pensi ad esempio alle difficoltà frapposte dagli europei all’introduzione degli organismi geneticamente modificati (Ogm) e all’insistenza degli Usa a volerli invece introdurre nell’Ue. Gli americani tendono a voler difendere gli interessi degli investitori anche se questi vanno contro i principi sanitari e ambientali fissati dall’Ue. Il momento è difficile per il Commissario responsabile del commercio internazionale e De Gucht resta quindi con un piede in una staffa e uno piantato in terra. Non lascerà che il cavallo parta da solo in un momento così delicato.

Se De Gucht si immola sull’altare del partito, continuando a lavorare alla Commissione pur se impegnato nella campagna elettorale, per gli altri sei Commissari il richiamo delle ‘sirene’ del Parlamento europeo è stato più forte. Hanno preferito la tenzone politica al governo dell’Europa. Nella loro qualità di Commissari non dovrebbero avere colorazione di partito né legami nazionali, ma come candidati alle europee scenderanno in campo nelle varie formazioni politiche che si contenderanno a colpi di voti la maggioranza parlamentare. Che stavolta avrà un  vantaggio in più: il partito con il maggior numero di voti (anche uno solo in più !) potrà aspirare ad esprimere il prossimo Presidente della Commissione europea. Aspirare soltanto, però. I Paesi Ue riuniti nel Consiglio europeo potrebbero anche decidere diversamente. Ma questa volta sarà più difficile farlo che in passato.

Non è cosa da poco. Il potere della Commissione europea si allarga e il suo prossimo Presidente dovrà vedersela con Stati nazionali sempre più in difficoltà ad accettare i diktat di eurocrati chiusi nelle loro torri di avorio e spesso troppo vicini agli interessi delle superpotenze (interne o esterne all’Ue). Così il ruolo di ‘primus inter pares’ del Presidente diventa invece quello di un difensore accanito della supremazia europea, con la necessità di far rispettare le regole, costi quel che costi. Ecco perché l’indifferenza che in precedenza incontrava la nomina del Presidente dell’Esecutivo europeo -scelto solitamente da un piccolo gruppo di Paesi Ue tra i più influenti-  si è ora trasformata in aperta tenzone tra i candidati scelti dai partiti politici europei, quei partiti cioè che si riconoscono nei maggiori gruppi politici che siedono all’Europarlamento.

Sono quindi ‘scomparsida Bruxelles ben quattro vicepresidenti della Commissione: Olli Rehn, responsabile per gli affari economici e monetari, rientrato in Finlandia per portare avanti la sua candidatura; Viviane Reding, veterana della Commissione europea (è lì da tre legislature), responsabile per la giustizia, i diritti fondamentali e quelli dei cittadini europei, che ora è impegnata nella campagna elettorale in Lussemburgo; Antonio Tajani, responsabile europeo per le questioni industriali e PMI, che ha deciso di rientrare nel Parlamento europeo tra le file di Forza Italia da dove proveniva prima di essere chiamato a ricoprire la carica di vicepresidente europeo; lo slovacco Maroš Šefčovič, responsabile delle relazioni interistituzionali e dell’amministrazione. Gli altri due ‘ministri’ europei in fuga sono il polacco Janusz Lewandowski, responsabile del bilancio, e il croato Neven Mimica, incaricato della politica dei consumatori. La sua carriera da Commissario europeo è stata brevissima: insediatosi il 1 luglio 2013, quando la Croazia è diventata il 28mo Paese membro dell’Ue, Mimica rischia di passare alla storia come uno dei  Commissari con la più breve permanenza al governo dell’Ue.

Per tutti comunque si tratta di una ‘parentesi’ elettorale, un mese di ‘fatiche’ in patria per raccogliere voti per sé e i loro partiti, che si concluderà il 25 maggio: se verranno eletti ci sarà il passaggio tra le file dei parlamentari europei, mentre rientreranno nei ranghi del governo europeo se il responso delle urne non sarà stato a loro favorevole. Ma ci resteranno per poco, dato che la Commissione europea finirà il suo mandato quinquennale in ottobre e dal 1 novembre prossimo si insedierà il nuovo Esecutivo con un nuovo Presidente, che questa volta sarà politicamente ‘colorato’.

Ma come si scelgono i candidati alle elezioni europee?
Ogni Paese segue le sue prassi, con le selezioni decise a volte dal leader del partito in assoluta autonomia, a volte da un comitato ristretto, a volte da una consultazione tra gli iscritti al partito.

La selezione più curiosa è quella del partito politico bulgaro Glas Naroden (La Voce del Popolo) che ha deciso di sottoporre tutti gli aspiranti candidati al test della macchina della verità. Pare che sia l’unico in Europa a ricorrere ad un metodo così drastico, forse per dare un esempio a tanti altri partiti nazionali e di altri Paesi europei che considerano il reclutamento dei candidati appannaggio esclusivo dei ‘capi’ partito. Glas Naroden, invece, ammette l’autocandidatura, con il rischio di imbarcare persone incapaci o ‘spie’  di altri partiti. Ecco perché diventa necessario ricorrere alla macchina della verità per valutare la sincerità dell’autocandidatura. Sui 350 che hanno risposto all’appello del partito, il 35% non è riuscito a superare la prova che ha permesso di ‘stanare’ anche alcuni infiltrati di partiti concorrenti che volevano scoprire le metodologie usate.

Il test si è rivelato efficace per scoprire le vere motivazioni dei candidati che avevano risposto all’ appello del partito. Dopo una prima scrematura iniziale per escludere chi non avesse i requisiti di età richiesti, i 230 candidati rimasti sono stati sottoposti a una serie di test attitudinali, dibattiti di gruppo, valutazioni di psicologi e colloqui con i membri del partito, oltre a votazioni su Facebook. E’ intervenuta poi la prova con la ‘macchina della verità’ seguita da un dibattito pubblico trasmesso su internet e successiva votazione su Facebook solo da parte di coloro che avevano seguito il dibattito. Il sistema è complesso ma sicuramente allontana il rischio di scelte arbitrarie.

Nell’ultima sessione plenaria del settimo parlamento europeo, in Aprile (le prime elezioni europee risalgono al 1979) sono stati esaminati e votati ben 70 progetti di legge. Un vero record! Nel quinquennio appena trascorso il Parlamento europeo ha approvato nel complesso 970 progetti di legge.

Il nuovo Parlamento, l’ottavo, si insedierà a partire dal 1 luglio dopo le elezioni che si terranno tra il 22 e il 25 maggio nei 28 Paesi dell’Ue. Si comincerà a votare in Gran Bretagna e Irlanda, dove si vota di giovedì, mentre la maggioranza dei Paesi europei vota la domenica.

Prima delle elezioni ci sarà un grande dibattito, il 15 maggio, trasmesso in Eurovisione dal Parlamento di Bruxelles. Inizierà alle 21 e durerà fino alle 22.30. Parteciperanno tutti i leader dei partiti politici che siedono al Parlamento europeo scelti dai partiti come candidati alla poltrona di Presidente della Commissione europea.  Il lussemburghese Jean-Claude Juncker per il Partito Popolare Europeo, il tedesco Martin Schulz per il Partito dei Socialisti europei, il belga Guy Verhofstadt per l’Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa (ALDE), la tedesca Franziska Keller per il Partito dei Verdi europei e il greco Alexis Tsipras per il partito della Sinistra Europea. Il dibattito sarà moderato dalla giornalista dirigente della Rai Monica Maggioni

Nonostante gli sforzi di ‘europeizzare’ i partiti politici nazionali, al Parlamento europeo dei veri partiti europei non esistono ancora. Un anno e mezzo fa la Commissione europea aveva proposto un sistema per aumentare la visibilità, l’efficacia, trasparenza e affidabilità dei partiti politici europei. Finalmente, solo da poche settimane, il Parlamento europeo ha finalmente approvato la proposta, dopo mesi di intense trattative, permettendo così ai partiti politici di potersi dichiararepartiti politici europei’. Ma per ottenere questo ‘battesimo’ europeo i partiti politici dovranno dimostrare di aver raggiunto un livello elevato di governance interna, di affidabilità, trasparenza e rispetto per i valori alla base dell’Unione europea. Prima di abbandonare il suo posto di vicepresidente della Commissione, il responsabile per le relazioni interistituzionali Maroš Šefčovič ha definito l’approvazione del nuovo statuto dei partiti politici europei «un importante passo avanti per rafforzare la democrazia europea» e «un segnale positivo per gli elettori a poche settimane dalle consultazioni europee».  La condizione per potersi fregiare del titolo di partito europeo è comunque il controllo rigoroso dei finanziamenti e la loro pubblicità, mentre sono previste gravi sanzioni in caso di infrazione. I nomi dei donatori, almeno quelli al di sopra del livello di 3.000 euro l’anno,  saranno resi pubblici. Anche il tetto annuo di ogni donazione è stato fissato ad un massimo di 18.000 euro. Il contributo del bilancio europeo ai partiti politici sarà rivisto e adattato alle necessità e alle situazioni specifiche dei singoli partiti.

Dopo la conclusione delle consultazioni, il 27 maggio, il Presidente uscente del parlamento europeo Martin Schulz informerà il Presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy delle conclusioni della Conferenza dei Presidenti dei gruppi politici sul risultato delle elezioni. Il Consiglio europeo dei capi di Stato e di Governo si riunirà al termine dell’incontro. Il mese di giugno verrà dedicato alla formazione dei gruppi politici che si dovrà concludere entro il 24 giugno. Il 1 luglio si insedierà il nuovo Parlamento europeo. E avrà inizio il nuovo quinquennio di un Parlamento che dovrebbe essere sempre più vicino ai cittadini europei. Almeno questo è l’auspicio di chi crede al futuro dell’Europa.

 

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