lunedì, Settembre 20

UE: cambia la politica di sviluppo

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Bruxelles – La UE cambia la politica di sbiluppo, la Commissione europea lancia una nuova visione per la sua politica di sviluppo e per un ruolo più incisivo di tutti in vista degli appuntamenti mondiali di quest’anno -Terza Conferenza Internazionale sui Finanziamenti per lo sviluppo il prossimo luglio a Addis Abeba e Conferenza Mondiale sullo Sviluppo a New York in settembre- e approva il ‘Rapporto per lo Sviluppo 2015’ per cercare di lanciare il testimone oltre il traguardo degli Obiettivi del Millennio lanciati dall’Onu nel 2000.
Al centro del Rapporto, presentato il 4 maggio a Bruxelles dal Commissario Europeo per la Cooperazione Internazionale e lo Sviluppo Neven Mimica, l’interrogativo: come attivare in modo efficace le risorse finanziarie per realizzare i programmi previsti per il dopo 2015 combinandole con politiche adeguate e coerenti?
Non bastano i finanziamenti, spiega il rapporto, ma serve un sistema adeguato di monitoraggio e affidabilità senza il quale i finanziamenti rischiano di andare sprecati. «E’ dal modo in cui i finanziamenti verranno attivati e usati che dipenderà il successo degli obiettivi» si legge nel rapporto. Esso sottolinea in particolare, citando le esperienze di numerosi Paesi, che i finanziamenti difficilmente riescono a raggiungere gli obiettivi prefissati se non vengono messe in atto politiche adeguate. Per gli obiettivi post 2015 si dovrà quindi mettere in atto una giusta combinazione di finanze e politiche.
Messi insieme, l’assistenza allo sviluppo fornita dai 28 Paesi membri dell’Ue e dalla Commissione europea rappresenta più del 50% degli aiuti globali per un valore totale, nel 2014, di 58,2 miliardi di euro con un aumento del 2,4% rispetto al 2013.

Insieme, Commissione e Ue sono campioni mondiali rispetto a tutti gli altri donatori del pianeta. Di questo importante ruolo ne parliamo con il Commissario Mimica

Commissario, quali sono le priorità per l’Unione europea?
Il programma post 2015 per lo sviluppo è una grande priorità per l’Ue. Eliminare la povertà e raggiungere un livello di sviluppo sostenibile sono due delle sfide più pressanti che il mondo si trova ad affrontare oggi. Sono anche strettamente legati tra loro: non si può eliminare la povertà senza sviluppo sostenibile e viceversa. Questo rapporto è un valido contributo indipendente al nostro pensiero e al dibattito globale per 2015.

E’ soddisfatto, Commissario?
Sono orgoglioso che l’Ue abbia mantenuto il suo primo posto nel mondo per la fornitura di aiuti allo sviluppo nonostante la difficile situazione economica. Ma siamo ancora lontani dagli obiettivi ambiziosi che ci eravamo prefissi.

Quali? Secondo gli Obiettivi del Millennio l’Ue si era impegnata a fornire agli aiuti allo sviluppo lo 0,7 % del suo bilancio complessivo, 28 Paesi + Commissione. Non ci siamo ancora. Cosa serve per arrivare a questa percentuale?
L’Unione europea non può essere criticata per aver preso questo impegno dello 0,7% tutti insieme. Il problema è capire quali siano gli impegni presi dagli altri Paesi sviluppati e quale sia il livello da essi raggiunto.

Qual è allora il livello raggiunto dall’Ue?
Nel 2014 abbiamo raggiunto il 42% e la percentuale è in aumento. Per un totale di 58 miliardi di euro, 1,2 miliardi più dell’anno precedente. E potremmo forse superare quota 5 miliardi per l’assistenza allo sviluppo. L’Ue non deve però porsi in una posizione difensiva rispetto agli altri Paesi. E speriamo di vedere il giorno in cui l’Ue tutta potrà raggiungere l’obiettivo dello 0,7%. Ma non sarà un compito facile.

Cosa serve per raggiungere questo traguardo?
In questo rapporto non si parla di cifre, di impegni, per raggiungere questi obiettivi, ma si è voluta varare una strategia completamente nuova per gli aiuti allo sviluppo, che non dovranno essere solo ‘finanziari’ ma anche ‘politici’.

Cosa si prevede allora per il dopo 2015?
La strategia dello sviluppo dovrà avere obiettivi molto più ampi, grazie all’interazione tra politica e finanza. E’ questo il messaggio centrale del rapporto: la policy serve. Ai finanziamenti bisognerà dare un approccio molto più produttivo. E mi piacerebbe che il Rapporto Europeo sullo Sviluppo potesse diventare la base del programma di attività della Commissione europea.

Ma come finanziare lo sviluppo? Come attuare questo programma?
Il problema sarà riuscire a mettere in pratica questo programma, riuscire a dare questo approccio complessivo anche agli investimenti privati nel campo degli aiuti allo sviluppo. Sarà anche importante riuscire a costruire un accordo complessivo in vista della conferenza di New York a settembre.

Tra le varie forme di finanziamento come giudica il finanziamento islamico?
Nell’incontro di Washington si era deciso che sarebbe stato necessario impegnare tutte le possibili istituzioni finanziarie, anche quelle private, da attivare per investimenti diretti. Il sistema bancario islamico può essere visto come un contributo innovativo ma al momento non riesco a quantificare quale incidenza possa avere questo tipo di finanziamento.

Siamo in un momento difficile. Lei ritiene che tra ora e il mese di luglio, quando ci sarà l’incontro di Addis Abeba, possa cambiare qualcosa?
Stiamo ancora combattendo con il fatto che alcuni gruppi considerano l’assistenza allo sviluppo come la forma più importante di finanziamento dei Paesi in via di sviluppo. Ma questa è una visione vecchia, basata ancora su parametri Nord-Sud. Noi vorremmo invece dare una valenza molto più ampia a questo concetto includendovi altri tipi di investimento, specialmente quello privato, e anche le rimesse degli emigrati. L’approccio dell’Ue è che il programma per lo sviluppo sia un programma ben fatto, che adotti un linguaggio molto più corretto anche dal punto di vista dei diritti umani. Dovremmo quindi cominciare in Europa a mettere in pratica questo. Dobbiamo essere credibili a casa nostra, cercando di fare del nostro meglio per il successo degli obiettivi dello sviluppo, nel rispetto dei diritti umani per tutti.

Come essere sicuri che in questa nuova politica di sviluppo venga rispettato anche il principio di finanziamento dell’istruzione spesso tralasciato dai finanziatori?
Nel nostro ‘programma per il cambiamento’ varato dalla Commissione europea anche prima di affrontare il programma per gli obiettivi per lo sviluppo abbiamo dato un taglio nuovo proprio per includere questa nuova strategia. Ad ogni modo non possiamo dire ai nostri partner dove debbono investire. Noi abbiamo deciso di puntare su due –tre settori principali e loro decidono poi dove investire. Gran parte dei Paesi africani scelgono investimenti nella sanità e nell’agricoltura ma alcuni chiedono anche investimenti nell’istruzione. Ma ora anche nel programma che ci accingiamo a varare destineremo più fondi al settore dell’istruzione. Ma l’assistenza allo sviluppo va presa in carico anche dalle economie emergenti perché sarà su questo settore che convergeranno gran parte degli impegni economici.

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