mercoledì, Settembre 22

Ucraina, venti di scissione field_506ffb1d3dbe2

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Ucraina tymoschenko

Abbattuti i busti di Lenin, anche la stella sovietica a cinque punte è stata smontata dalla guglia del Palazzo della Rada, il Parlamento ucraino di Kiev. L’ordine a «smantellare tutti i simboli del totalitarismo» è arrivato dal vice Presidente dell’organo legislativo, Ruslan Koshulinski del partito di estrema destra Svoboda. Alla vigilia del varo del Governo ad interim di unità nazionale, rinviato al 27 febbraio, è partita la corsa per le presidenziali, convocate per il 25 maggio dopo la destituzione del Capo dello Stato Viktor Janukovich, messo in stato d’accusa dai nuovi vertici del Ministero dell’Interno per uccisioni di massa. 

In lizza per la successione ci sono l’ex campione mondiale di pugilato e candidato centrista di Udar Vitali Klitschko, la pasionaria Yulia Timoshenko di Patria, nonché il leader di Svoboda Oleg Tiaghnibok. Dall’altra parte delle barricate, il capo dell’Amministrazone regionale filorussa di Kharkov Mikhail Dobkin, che ha annunciato la candidatura. Accolto l’appello dell’Unione europea (Ue) a «lavorare insieme, per un’Ucraina unita», a parole Mosca ha detto di non voler «interferire negli affari interni» del Paese alleato, «nella speranza che anche i partner occidentali assumano la stessa posizione». Ma poi, secondo i racconti della stampa locale, blindati russi sono stati avvistati nel centro di Sebastopoli, nella Repubblica autonoma della Crimea, dove i russi hanno una base navale.

Poche ore prima, a Mosca il Presidente russo Vladimir Putin si era chiuso in una riunione d’emergenza con i membri del Consiglio di sicurezza, per discutere sugli «sviluppi in Ucraina». Sostituiti i vertici della polizia, anche a Kiev il nuovo Consiglio di Sicurezza si è riunito, per discutere del rischio di scissiobe nella regione del Mar Nero. «Esiste la minaccia del separatismo», ha dichiarato il Presidente della Rada e Premier ad interim Aleksandr Turcinov, braccio destro di Timoshenko ed ex capo dei Servizi segreti.

In Ucraina spirano forti venti di dissoluzione. Un gruppo di senatori russi è in partenza per la regione autonoma ucraina. E in Crimea, i manifestanti filorussi hanno manifestato di fronte al Parlamento autonomo di Simferopol, convocato domani in sessione straordinaria, auspicando una «risposta forte» del Cremlino. Per tenere insieme il granaio d’Europa, a Kiev l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Ue Catherine Ashton ha incontrato l’ex leader della Rivoluzione arancione Timoshenko, promettendo prestiti a breve e lungo termine (in tandem con il Fondo monetario internazionale), varato il Governo e con un programma di riforme economiche credibili.

Ma il Cremlino, che è tornato a condannare a sette giorni di prigioni l’oppositore numero uno Alexei Navalni – non nasconde le molte riserve. «Le presidenziali anticipate del 25 maggio sono una deviazione dall’accordo tra Governo e opposizione del 21 febbraio scorso» (mai firmato dalla Russia, ndr), ha tuonato il Ministro degli Esteri Serghiei Lavrov. «Mosca non è obbligata a versare i 12 miliardi di dollari restanti del prestito promesso a Kiev nel dicembre scorso», ha minacciato il vice Ministro delle Finanze Seghiei Storchak. La Russia ha chiesto anche con forza alle autorità ucraine di impedire la distruzione a catena di statue russe nel Paese, «azioni illegittime e barbariche». Ma fermare la furia iconoclasta è impossibile, anche perché a incitare la folla contro le vestigia sovietiche sono gli stessi leader dell’opposizione.

L’instabilità resta alta in, soprattutto a causa dell’estrema destra. Dopo aver armato la piazza dell’Indipendenza (Maidan) che ha rovesciato il sistema di potere, Swoboda continua a chiedere un «cambiamento radicale», che estrometta dal potere anche i «nuovi oligarchi» di Timoshenko, «non all’altezza della situazione». Dopo gli 83 morti e i 724 feriti degli scontri a fuoco tra polizia e insorti nella capitale, il Parlamento ucraino controllato da Patria ha approvato, con 339 sì, la proposta di processare l’ex Presidente Janukovich e funzionari a lui vicini a giudizio da un Tribunale internazionale «per crimini contro l’umanità», commessi tra il «30 novembre 2013 e il 22 febbraio 2014».

L’ex capo dell’Amministrazione di Janukovich, Andriei Kliuiev, ha denunciato di essere stato ferito a colpi di arma da fuoco a una gamba da una ventina di uomini. E, per l’arcivescovo della Chiesa greco-cattolica di Kiev Svjatoslav Shevchuk, «in Ucraina resta il pericolo di guerra civile». A protezione della loro Ambasciata nella capitale, gli Usa hanno inviato un piccolo contingente d’élite dei marine.

Il mondo è scosso anche dalle proteste in Venezuela dell’opposizione della destra studentesca, contro il Presidente chavista Nicolas Maduro. Preso di mira anche da una campagna di discredito internazionale di star dello spettacolo come Madonna, Cher e Shakira, l’erede di Hugo Chavez ha indetto una «conferenza per la pace e la vita» del Paese, che porti a un «accordo di tutti per rinunciare alla violenza», provocata da un «golpe strisciante» della «destra fascista» foraggiata dagli Usa.

Ma anche in Turchia, il Governo dell’inamovibile Recep Tayyip traballa, per lo scacco dell’opposizione che ne vuole l’impeachment, dopo la diffusione notturna, su ‘youtube‘, della registrazione di quattro telefonate compromettenti del 17 dicembre scorso tra il leader del partito islamico dell’Akp e il figlio Bilal, nell’ambito dello scandalo della tangentopoli di Istanbul. «Un montaggio indecente», per il Premier Erdogan, «frutto di vili e odiosi attacchi» contro di luiMa la minoranza, oltre a chiedere ai magistrati anti-corruzione di aprire un’indagine, ha portato le telefonate in Parlamento, chiedendo le dimissioni del Premier o la sua uscita dal Paese.

Tensione crescente in terra palestinese e in Libano, dopo le voci, diffuse da fonti della sicurezza di Beirut, di un presunto raid notturo di Israele contro obiettivi di Hezbollah, lungo la frontiera libanese-siriana. «Israele protegge la sua sicurezza», ha dichiarato il Premier Benyamin Netanyahu, rispondendo a una domanda al termine del suo incontro, a Gerusalemme, con la Cancelliera tedesca Angela Merkel. Allineata con lo Stato ebraico, Merkel si è detta «non favorevole verso alcun boicottaggio contro Israele», ma costretta a «seguire le regole dell’Ue sull’etichettatura dei prodotti delle colonie». Per tutta la giornata, la Spianata delle Moschee è rimasta chiusa ai visitatori, dopo lo scoppio di alcune sassaiole contro «visitatori».

L’insicurezza si allarga a macchia d’olio, in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa. L’Onu ha espresso forte preoccupazione anche per il controllo statale sempre più debole della Libia. All’indomani di un incidente di comunicazione con un aereo in volo, l’Autorità dell’aviazione civile libica ha sospeso tutti i voli della Libyan Airlines, compagnia di bandiera, da e verso l’Europa. Per ragioni di sicurezza, all’alba è stato anche chiuso anche il confine libico con la Tunisia e, in giornata. Si è poi appreso anche che un elicottero militare libico, scomparso dai radar il 12 febbraio, sarebbe stato colpito da alcune raffiche d’arma da fuoco. Sempre in Africa, a Sud, in Nigeria, un grave attacco dei fondamentalisti islamici di Boko Haram a una scuola, a Buni Yadi, nel nord est, ha provocato un’ecatombe di 43 morti, dopo le decine di persone rimaste uccise, nella settimana scorsa, in altri attentati.

In Uganda, la legge omofoba del Presidente Yoweri Museveni, con pene fino all’ergastolo per i gay rei di «comportamenti disgustosi» ha innescato una caccia all’untore. Sui media nazionali è apparsa una lista di 200 «top gay», con nomi e cognomi.

 

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