giovedì, Agosto 11

Ucraina: USA e NATO fra l’incudine e il martello Il rischio è, da una parte, di erodere la loro posizione ove continuassero a procrastinare la decisione sull’ammissione di Kiev all’Alleanza, dall’altra di innescare con Mosca una crisi dalle conseguenze difficilmente prevedibili

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Nelle ultime settimane, la tensione intorno alla questione ucraina sembra essere tornata a crescere. Dopo l’escalation della scorsa primavera e le voci di fine ottobre riguardo a concentramenti di truppe russe nelle aree di frontiera, durante la seconda metà di novembre fonti statunitensi e dell’Alleanza Atlantica hanno messo più volte in guardia rispetto a possibili nuove iniziative militari russe. A fronte di queste dichiarazioni e dell’annunciato impegno NATO a favore di Kiev, il Cremlino ha ribadito l’intenzione (già affermata in passato) di considerare qualsiasi aumento della presenza militare occidentale alle sue frontiere come una ‘linea rossa’ il cui superamento poterebbe, da parte russa, a una risposta commisurata. Fra gli alti e i bassi dell’attenzione internazionale, i problemi di sicurezza nella regione del Mar Nero rimangono acuti; una situazione che appare più chiara se si guarda – oltre al teatro ucraino – ai difficili rapporti fra la Russia e la Georgia e alle crescenti preoccupazioni espresse dalla Bulgaria e della Romania (entrambe membri della NATO), quest’ultima soprattutto molto assai attiva nel richiedere un aumento della presenza – anche militare – dell’Alleanza nella regione.

È in questo quadro che si inserisce l’incontro fra il Segretario di Stato, Anthony Blinken, e il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, avvenuto a margine del vertice dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) di Stoccolma del 2 dicembre. Come ampiamente prevedibile, l’incontro (che ha avuto al centro proprio gli sviluppi della vicenda ucraina) non ha portato a risultati concreti. Tuttavia, esso ha confermato come un canale di dialogo politico fra Mosca e Washington rimanga aperto e continui a operare nonostante gli screzi che hanno punteggiato la seconda parte dell’anno in corso e le dure prese di posizione degli ultimi giorni da parte di Stati Uniti e NATO. Nessuna delle parti si è allontanata in maniera sostanziale dalle proprie posizioni; in particolare, Blinken ha sottolineato nuovamente le gravi conseguenze che potrebbero derivare – per la Russia – da altre eventuali azioni aggressive nei confronti dell’Ucraina e ha individuatoancora una volta, negli accordi di Minsk il quadro di riferimento per la composizione del conflitto che contrappone Mosca a Kiev.

Né l’uno, né l’altro sembrano, comunque, argomenti adatti a fare breccia nelle argomentazioni del Cremlino, che anche in questa occasione ha sottolineato il carattere puramente difensivo dei movimenti di truppe condotti lungo la sua frontiera occidentale. In questo ambito, la posizione di Mosca ruota intorno all’impegno – richiesto all’Alleanza Atlantica – di non estendere la propria membership all’Ucraina (e, potenzialmente, alla Georgia): un impegno che, sinora, Bruxelles si è sempre rifiutata di assumere, sottolineando come in linea con quanto previsto del Trattato nordatlantico del 1949 e come esplicitato nello Study on NATO Enlargement del 1995nessun Paese al di fuori dellAlleanza possiede diritti di veto o di controllo (il c.d. ‘droit de regard) sul processo di allargamento dell’Alleanza stessa e sulla decisioni assunte in tal senso. Su questo terreno, la possibilità che le parti trovino un punto di convergenza appare quindi, quanto meno, remota, anche alla luce delle altre divisioni che esistono fra Russia e Stati Uniti e che il faccia a faccia Biden-Putin dello scorso 16 giugno ha contribuito a esplicitare.

Un altro elemento che complica l’equazione è la posizione delle leadership regionali. Negli scorsi mesi, il governo di Kiev ha avanzato ripetutamente la richiesta di una roadmap in vista della sua ammissione alla NATO, richiesta che ha imbarazzato l’amministrazione Biden e contribuito a irrigidire ulteriormente la posizione di Mosca. Sinora, l’accesso dell’Ucraina al Membership action plan (MAP), il programma che conduce all’ammissione di un Paese all’Alleanza Atlantica), si è scontrato con il mancato raggiungimento degli obiettivi fissati (fra l’altro) in tema di lotta alla corruzione, di adozione di standard e procedure conformi ai modelli NATO e di controllo civile sulle Forze armate. Tuttavia, è difficile che questa tattica dilatoria possa essere portata avanti a tempo indefinito. In questo senso, gli sviluppi della vicenda ucraina sembrano, in qualche modo, avere messo Washington e Bruxelles fra l’incudine e il martello, con il rischio, da una parte, di erodere la loro posizione ove continuassero a procrastinare la decisione sull’ammissione di Kiev all’Alleanza, dall’altra di innescare con Mosca una crisi dalle conseguenze difficilmente prevedibili qualora decidessero di sciogliere questo nodo.

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Sull'autore

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).

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