sabato, Maggio 15

Ucraina, una crisi più che mai aperta Le armi quasi tacciono da mesi, ma una qualsiasi soluzione politica del conflitto resta tutta da trovare

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«A prima vista, il peggio è passato per l’Ucraina». Questo l’incipit di un articolo dell’’Economist’ dedicato meno di un mese fa alle prospettive soprattutto economiche del Paese europeo in più grave crisi da un paio di anni, una polveriera capace di scatenare incendia a raggio planetario. Poco o nulla essendo cambiato nel frattempo, la valutazione dell’autorevole settimanale britannico divenuto di proprietà italiana continua ad apparire troppo ottimistica anche nella sua cauta formulazione.

Essa può infatti suonare condivisibile, al massimo, solo se riferita appunto alla problematica economica della seconda repubblica ex sovietica, che pure si presenta tutt’altro che vicina a soluzioni rassicuranti anche per quanto riguarda la sua incidenza sulla stabilità politica del Paese. Per il resto, la tregua che bene o male regge da parecchi mesi può dare qualche sollievo alle parti in causa e al mondo ma non certo garantire o anche solo promettere l’esaurimento del conflitto armato sul fronte orientale.

Nonostante la perdurante frequenza di piccoli scontri ed incidenti vari lungo la linea del fronte la parte militare degli accordi di Minsk per la sospensione delle ostilità tra le forze governative di Kiev e i ribelli filorussi del Donbass è stata fondamentalmente rispettata. I secondi continuano naturalmente a beneficiare del pieno appoggio materiale di Mosca, che ha anzi assicurato di essere pronta a potenziarlo in caso di bisogno.

E’ una risposta, presumibilmente, al rafforzamento dell’apparato militare ucraino che vede concretamente impegnati gli Stati Uniti, con forniture di materiale bellico escluse finora le vere e proprie armi, e il Canada, con una missione per l’addestramento di truppe e milizie. A Washington non mancano le pressioni per aiuti più incisivi, mentre a Mosca Vladimir Putin in persona ha ammesso per la prima volta la presenza di militari russi dalle parti di Donezk e Lugansk.

Il dato negativo più importante è però la mancata applicazione della parte politica degli accordi armistiziali. Nessun progresso è stato infatti compiuto verso una soluzione condivisa del problema del Donbass ovvero della sua eventuale permanenza nella Repubblica ucraina con uno status di più o meno ampia autonomia che soddisfi le due province in questione.

Non è affatto sicuro che una simile soluzione prema davvero ai capi della ribellione (per non parlare delle popolazioni interessate), apparentemente decisi nel preferire la secessione e l’annessione alla Russia. Potrebbe invece costituire l’obiettivo reale, neppure cioè un semplice ripiego, proprio della Russia, a condizione però che il Cremlino riuscisse ad ottenere con le buone o con le cattive il ristabilimento di un complessivo rapporto privilegiato e possibilmente amichevole con l’Ucraina. Ovvero, come minimo, la garanzia che il Paese più ‘fratello’ di ogni altro passi definitivamente armi e bagagli nel campo occidentale.

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