lunedì, Maggio 16

Ucraina: un problema di confini e autodeterminazione dei popoli Draghi impegna l’Italia a non riconoscere confini disegnati con la forza, ma insieme e formalmente dovrebbe impegnare a riconoscere che questo principio va necessariamente coordinato con il principio di autodeterminazione dei popoli

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Come dicevo ieri, sono state tre le cose che mi hanno colpito nell’intervento di Mario Draghi al Parlamento. Di una, l’invio di armi all’Ucraina e l’accoglienza dei profughi, ho parlato ieri.
Vengo quindi al secondo punto: l’affermazione che definivo schiettamente politica, ovvero «non si disegnano i confini con la forza».

Detta così, questa affermazione sarebbe priva di senso. Se una cosa è chiara nel diritto internazionale, è che ogni soggetto, ogni Stato definisce autonomamente i propri confini, così come autonomamente definisce sé stesso, sia come soggetto che come ambito, territoriale e non solo, della propria competenza. Dovrei aggiungere: ‘all’origine‘, come vediamo ora.
Insomma: uno Stato nasce solo se e quando riesce a farlo, indipendentemente dal fatto che sia o meno voluto e accettato da altri soggetti. Quello che conta, l’unica cosa che conta, è che il soggetto che nasce, sia in grado di vivere, di sopravvivere. Insomma, sia in grado di impedire ad altri di … impedirgli di esistere. Solo così nasce un soggetto. E solo per questo ho ripetutamente criticato la insulsa espressione, con riferimento alle due repubbliche del Donbass, di ‘repubbliche autoproclamate’. Tutte le repubbliche, tutti gli Stati, sono auto-autoproclamati: se non lo fossero, cioè se non fondassero la propria esistenza sul fatto, sul solo fatto, di essersi costituiti e di sapersi difendere, non esisterebbero.

Come dicevo, però, ‘all’origine’. Nel mondo attuale, tutto lo spazio disponibile e vivibile è occupato da soggetti, da Stati, che dunque dispongono ‘ormai’ di un ‘loro’ territorio. Loro, dico, perché se ne sono per dir così appropriati e lo gestiscono autonomamente: sono indipendenti.
Ciò non impedisce che -ecco il punto- in questo o quel luogo, ‘nascanoaltri soggetti, altri enti che vogliono diventare Stati, o che vogliono separarsi da uno Stato esistente per costituirne uno proprio o per aderire ad un altro Stato esistente.
Nel diritto internazionale più antico, ciò accadeva per lo più (ripeto: per lo più) ad opera e per volontà di individui, che si definivano sovrani, re, imperatori, Kaiser, Zar, ecc. Il re, spesso fondando il suo diritto su questioni ereditarie, affermava di essere sovrano su un certo territorio e sulla popolazione ivi abitante. La popolazione per lo più non contava nulla (invero, purtroppo molto spesso anche oggi), non poteva, cioè, scegliere a quale Stato appartenere, o, se preferite, di quale re essere sudditi. Anzi, lo dico solo per completezza di informazione, per un lungo periodo di tempo, non solo la gente non poteva scegliere quale sovrano avere (e meno che mai di crearlo da sé), ma addirittura doveva praticare la religione praticata dal re del quale erano sudditi.
Con la faticosissima nascita e affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli, le cose sono alquanto cambiate. Ma non poi tanto. Il popolo appartiene a quegli Stati che in qualche modo hanno ereditato dai re, ma che, per lo più, si sono progressivamente consolidati attraverso conflitti armati tra Stati, o tra sovrani.

Se c’è, insomma, una cosa certa nella politica internazionale, è che i confini non hanno alcuna stabilità, che, cioè, si possono modificare, per così dire, ‘per amore o per forza’.
Tanto per dire, i confini del nostro Paese, l’Italia, sono mutati molto e spesso, e per citare solo la seconda guerra mondiale, l’Italia ha ‘perso’ i territori che hanno fatto parte della Jugoslavia, dove ancora abitano moltissimi italiani.
Però, con il consolidamento progressivo degli Stati nella storia della politica internazionale, è acquisito, è venuto affermandosi, per dirlo meglio, il principio per il quale uno Stato può liberamente negoziare i propri confini, purché lo faccia pacificamente. Cioè, non grazie all’uso della forza.
Appunto, come ha detto Draghi, non si modificano i confini con la forza, almeno nel senso che non si modificano con la forza armataesterna‘, cioè grazie al fatto che uno Stato si appropri del territorio o di parte del territorio di un altro Stato.
Ripeto, oggi sulla terra, fatta eccezione per l’Antartide, non c’è un solo lembo di territorio ovunque che non appartenga ad uno Stato. Ma gli Stati ben possono negoziare tra di loro -a parte il caso della guerra- delle modifiche dei confini.
‘Possono negoziare’, sembra una banalità. Non lo è, non lo è affatto per il diritto internazionale: c’è voluta la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa per affermare il principio per il quale parlare di, o proporsi di modificare le frontiere di uno Stato non costituisce un illecito internazionale, né un atto di minaccia di aggressione.

In altre parole, il principio per il quale i confini degli Stati non si modificano con l’uso della forza, è, incredibilmente se volete, un principio di affermazione recentissima. E che, però, va necessariamente coordinato, per dir così, con uno dei principi cardine del diritto internazionale moderno: il principio di autodeterminazione dei popoli, che, non per nulla, ha scardinato molti Stati!
Principio estremamente complesso, che si può riassumere nel fatto che un popolo, identificato secondo regole troppo complicate per indicarle qui, ma che si sostanziano nel fatto che un gruppo umano sia fortemente identificabile, come diverso da tutti gli altri per motivi innanzitutto storici e culturali, può semprepretenderedi diventare parte di uno Stato ad hoc e cioè uno Statonuovoe indipendente, o di aderire ad uno Stato preesistente.

Perché questo lungo discorso?
Per dire che l’affermazione di Draghi è di enorme impegno e ricca di risvolti. Da un lato, infatti, impegna (o meglio, temo, impegnerebbe) Draghi, e per esso l’Italia, a non riconoscere confini ottenuti con la violenza, con l’aggressione. Non voglio farne l’elenco, ma certo sarebbe bello vedere il Ministero degli Esteri italiano comportarsi di conseguenza, verso tutte, ripeto tutte, le situazioni in questione!
Ma c’è un corollario, del quale spero Draghi fosse conscio quando ha parlato. Il conflitto in questione deriva dalla pretesa della Russia, ma anche dal fatto che almeno una gran parte della popolazione dell’Ucraina e della Crimea si sente, crede di sentirsi, desidera sentirsi parte della Russia, o indipendente, ma comunque non parte dell’Ucraina.
Ebbene, forza a parte, è difficile mettere in dubbio che una parte consistente del territorio ucraino è abitato da popolazioni che non si sentono ucraine, anche su basi storiche tutte da accertare e condividere o meno. Così come è certo che, ad esempio la Crimea, ha fatto parte dell’Ucraina solo a partire dal 1954, quando fu ‘donata’ all’Ucraina, peraltro repubblica parte della Confederazione dell’Unione Sovietica.
Sarebbe bello che l’osservazione di Draghi fosse arricchita con fatti, o almeno con qualche disponibilità aldubbio‘.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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