mercoledì, Maggio 25

Ucraina: un frammento della nostra ‘generazione Z’, in grande maggioranza contro la guerra, ma ora teme il peggio Sondaggio sulla percezione della guerra russo-ucraina tra studenti universitari del terzo anno in IULM a Milano. 17 questioni su cui condividere, non condividere, astenersi. Una generazione che aveva derubricato la stessa parola 'guerra' dalla propria immaginazione di rischio. Ma che ora si forma opinioni, certezze ed evidentemente anche paure. Il rischio nucleare è dichiarato dal 73,9%. Il 65,9% teme escalation e ampliamento ad altri Paesi europei

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Il tempo, che si va prolungando, della guerra che la Russia ha scatenato contro l’Ucraina, peggiora drammaticamente le condizioni di un popolo invaso. Ma fa anche emergere più argomenti, più evidenze, più circostanze attorno a ciò che, storicamente, in una guerra è sempre la prima vittima: la verità. Proprio per questo il tempo amplia l’informazione, ma non è sempre detto che approfondisca anche la spiegazione.
Essendo questo il paradigma principale dell’insegnamento della ‘
comunicazione pubblica’ (altri sceglieranno ancora di preferire la didattica delle tecniche, non sarò io a considerare ciò una cosa inutile, ma in questi momenti aiutare a capire i ‘processi pubblici’ è forse più importante), è parso, a chi scrive, utile tentare un accertamento, anche se sperimentale e limitato. Diciamo il momento giusto per proporre due ore di analisi di evidenze messe in fila attorno a questa guerra, intervallando con 17 domande rivolte a studenti cruciali. Cioè con un’età (anno di nascita) che riguarda per alcuni l’ultimo anno del secolo scorso e per altri il primo anno del secolo nuovo. Esattamente quella che viene definita ‘generazione Z’.

Il caso, ieri all’Università IULM di Milano, ai partecipanti a due corsi obbligatori sulla materia, sia pure con il carattere volontario dell’occasione, che ovviamente non era compresa nei programmi.

Dunque, un campione di studentesse e studenti del terzo anno, tra i 21 e i 23 anni, che, prima di entrare nel merito delle risposte, autoseleziona qui la questione dell’’interesse’ o del ‘non interesse’ per l’argomento. Interesse non elevatissimo, va detto, rispetto a un potenziale di più di 600 immatricolati, con una presenza accertata in avviamento di 137 partecipanti; ma la compresenza di altri impegni didattici (per parte dei potenziali interessati) attutisce il dato che segnala un’attrazione viva ma limitata.

In sé questo è un fatto abbastanza atteso da chi scrive, che vede mediamente unfattore sorpresa vissuto da una generazione che pareva avere derubricato la stessa parola guerra dalla propria immaginazione di rischio. E, malgrado la pandemia, per una parte non banale forse anche l’idea stessa dell’esistenza, sempre in agguato, del ‘rischio in quanto tale’. Rischio connesso a svariati eventi storici o naturali, di cui pure l’agenda di questi anni non è stata avara, ma che per la gioventù tendenzialmente potrebbe avere contorni piuttosto vaghi.

Nei primissimi giorni di guerra la stessa aula (sollecitata al riguardo) non segnalava di avere percepito la dominante di ‘rischio coinvolgente’ che poi si è manifestata più chiara. E pochi giorni prima questa ‘giornata speciale’, si è aggiunto un dato non del tutto estraneo. Il tema era quello della lezione su ‘Europa e comunicazione’ (identità, valori, funzioni, dinamiche percepite) con quasi 300 studenti partecipanti. Considerando che per i livelli locale, regionale, nazionale, soprannazionale, sia possibile la compresenza circa le ‘appartenenze identitarie’, si invitava però a rispondere se, per qualcuno, quellaeuropeapotesse essere considerata come prioritaria. Ebbene nessuno ha alzato la mano, salvo una studentessa che, avendo dichiarato di avere una madre rumena è un padre ucraino, ha osservato che, per lei, “essere prima di tutto europea” è una cosa ben presente. Un esito, credo, su cui valga la pena di riflettere. E che magari andrebbe studiato ora come un ritorno di opportunità.

LE RISPOSTE AL QUESTIONARIO SULLA GUERRA
Malgrado gli argomenti condizionanti citati -tuttavia non statici, probabilmente destinati ad essere movimentati dalle nuove circostanze- l’approccio alla tematica è stato davvero attento e il coinvolgimento agli interrogativi posti è stato per tutti serio.

Meglio dire in partenza che, circa il posizionamento generale, è nettissimo l’orientamento a favore del popolo invaso e non a favore del Paese invasore.

  • L’88,5% ritiene che non ci sianoriscontri di ragionevolezzaper l’attacco russo. Il 5% dice che ci sono, il 6,5% non sa.

  • Il 90,8% ritiene che la difesa e la resistenza ucraina sianogiuste‘. Solo l’1,9% dice no, il 7,5% non sa.

  • Ma è anche molto forte la maggioranza di chi teme una escalation e un ampliamento del conflitto, fino al rischio nucleare: 73,9%, contro il 18,5% di no e il 7,6% di non so.

  • Un prossimo coinvolgimento militare nel conflitto UE e NATO è immaginato dal 78,4%, non ci crede solo il 10,8% e non sa uno stesso 10,8%.

  • In questo ambito di forti maggioranze rientra anche la risposta al quesito sulle religioni cristiane in ordine al fatto di riuscire ainfluire sulla sospensione delle armi e per il negoziato”. Dopo la posizione schierata con Putin assunta dal patriarca della Chiesa ortodossa russa, il 75% non lo ritiene, il 19,1% lo ritiene lo stesso, il 5,9% non sa [I partecipanti non sapevano della ripresa di dialogo tra papa Francesco e il patriarca ortodosso Kirill, avvenuto in parallelo al sondaggio. Su cui hanno riferito i media l’indomani ].

RISPOSTE PIÙ SAGOMATE

Articolazione maggiore attorno ad altri quesiti. La vediamo nell’ordine in cui sono state date le risposte.

  • Le basi NATO ai confini dell’Ucraina, ancorché legittime, sono da considerarsi ‘una provocazione?‘. No per il 63,5%, sì per il 23,3%, non sa il 13,2%.

  • Alla domanda se sia pensabile un’estensione dell’attacco ad altri Paesi europei, il sì è molto alto, al 65,9%; il no è espresso dal 20,2%, si astiene il 14,11%. Anche questo dato -come quello precedente sul nucleare- ha un carattere poco diffuso nei sondaggi in corso sugli italiani e segnala un elemento di inquietudine che si va formando anche per chi è molto lontano dalla memoria della guerra.

    Ora vi è una ‘zona’ di argomenti per cui il dato prevalente resta forte, ma in cui sale anche l’incertezza.

  • Per esempio: è considerato importante che, sia pure con i gravi costi umani della ‘resistenza’, “si guadagni tempo non arrendendosiper favorire un negoziato internazionale? Lo pensa il 75%, dice no solo il 5,2% ma il non so arriva fino al 19,8%.

  • Le sanzioni sono giuste? Si per l’84,9%, un dato notevole. Il no è al 10,8%, il non so scende al 4,3%.

  • Ma anche efficaci? Qui c’è sagomatura. Il sì scende al 37,3%, il no sale al 29,4%, il non so arriva al 33,3%.

  • Si articola di più l’opinione quando le domande arrivano a un punto molto discusso anche sui media e nella politica: aiutare con le armi la resistenza ucraina?. E’ d’accordo il 52,3%, non è d’accordo il 28,9%, non si esprime il 18,6%.

  • Si divide in due il target quando la domanda evidenzia un altro tema generalmente divisivo: favorevole o contrario all’Ucraina nella UE e nella NATO? Favorevole il 40,9%, contrario esattamente un altro 40,9%, si astiene il 18,2%.

  • E siccome la speranza del mondo va orientandosi verso un negoziatoche fermi le armi e che apra una vera trattativa, il 72,1% lo vede, il 15,1% non lo vede, il 12,8% preferisce non sbilanciarsi. [La dichiarazione del capo del Governo italiano Mario Draghi «Putin non vuole il negoziato, perché non vuole la pace, vuole la guerra» è stata fatta in conferenza stampa a Palazzo Chigi il giorno dopo questa rilevazione (17.3.2022). Pur aggiungendo che «inizia la costruzione diplomatica sul tema tra USA e Cina che fa ben sperare». Intanto si è alzato lo scontro politico tra USA e Russia]

  • Si comincia poi a discutere di geopolitica e di sistemi di alleanza. Argomenti solidi ma anche pure ipotesi. Per cui si chiede se si percepisce che a fronte di una alleanza di potenzedemocratiche‘ (UE e USA) si possa profilare una alleanza di potenze autoritarie o dispotiche‘ (Russia e Cina). Anche qui risposte articolate: sì per il 32,5%, no per il 36,2%, non sa Il 31,3%.

INFORMAZIONE, PROPAGANDA, REPUTAZIONE

La parte finale del sondaggio ha riguardato l’ambito specifico dell’orientamento universitario dei partecipanti, cioè la comunicazione. Tre questioni sono rientrate nella rilevazione.

  • I nostri media fanno un lavoro libero ed esaurientema anche positivo‘ (cioè capace di spiegare)? Si 50,6%, no 37,7%, non so 11,7%.

  • Propaganda e manipolazione informativa: sono fenomeni chiaramente percepiti? Si 61,0%, no 29,9%, non so 9,1%.

  • Lacaduta reputazionale internazionale della Russia (borsa, rublo, proteste, dimissioni, delegittimazione politica e mediatica, eccetera). È un elemento che può influenzare gli esiti della guerra? Dice sì il 94,4%, dice no l’11,7%, dice non so il 3,9%.

Ho lasciato per ultima questa risposta. Che è infatti l’ultima del questionario. Ma che dovrebbe essere la prima per la schiacciante maggioranza che qui si è formata. A valle del ragionamento che riguarda studenti di aree disciplinari per i quali la reputazione non è cipria, ma sostanza che incide sull’economia, sulla politica, sui consumi, sulla credibilità di governi e Paesi. Potrà sembrare un dato esagerato ad alcuni lettori. Ma questa è una ‘verità demoscopica’. E questi sono anche i cambiamenti della cultura percettiva del mondo. Qui in evidenza, anche per discuterne. E per avere qualche elemento in più sulla percezione dei giovani che, insieme a paure, stanno mettendo in moto anche opinioni, distinzioni, giudizi.

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Sull'autore

Stefano Rolando, 1948, laureato a Milano in Scienze Politiche, è docente, manager, comunicatore. Dopo esperienze di management in aziende (Rai e Olivetti) e istituzioni (Presidenza Consiglio dei Ministri e Consiglio Regionale della Lombardia), è stato dal 2001 al 2018 professore di ruolo (Economia e gestione delle imprese) alla facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università IULM di Milano, dove continua gli insegnamenti in materia di comunicazione pubblica e politica e l'attività di ricerca applicata Dal 2005 al 2010 è stato segretario generale della Fondazione di ricerca dell'ateneo. È stato anche segretario generale della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali italiane e rappresentante italiano nel comitato scientifico Unesco-Bresce. Dal 2008 è presidente (Melfi-Roma) della Fondazione “Francesco Saverio Nitti” (www.fondazionefsnitti.it). Dal 2021 è anche presidente (Milano) della Fondazione “Paolo Grassi – La voce della cultura” (www.fondazionepaolograssimilano.org/). Attività e pubblicazioni www.stefanorolando.it

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