martedì, Maggio 24

Ucraina: UE, punto debole per Biden Anche se i governi dell’Unione si sono schierati in modo sostanzialmente compatto dalla parte di Kiev, il prolungarsi della guerra rischia di erodere questa posizione

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L’arrivo di Joe Biden in Europa mentre in Ucraina proseguono le operazioni militari vuole proporsi come un’ulteriore conferma della compattezza della coalizione occidentale di fronte all’iniziativa di Mosca. Dopo l’invasione del 24 febbraio, la NATO e l’Europa hanno espresso una convergenza di intenti e di posizioni forse sottovalutate dal Cremlino. Allo stesso tempo, questa convergenza sembra avere rilanciato la centralità di un ruolo statunitense che, dalla scorsa estate, aveva perso molto del proprio smalto. Sul piano politico-militare, l’incontro con i vertici NATO ha confermato la linea di condotta su cui l’Alleanza si è attestata sin dall’inizio della campagna: aperto sostegno alle forze di Kiev, cui sono state garantite varie forme di assistenza, ma nessun impegno diretto, nonostante le ripetute richieste del Presidente Zelensky perché sia attivata una no-fly zone sul Paese. È, tuttavia, significativo il fatto che, dopo i vertici dell’Alleanza atlantica, Biden abbia incontrato anche quelli del G7 e dell’Unione europea; a conferma di come la dimensione politica continui a essere intrecciata con quella militare e come a questo livello si giochi – concretamente – il futuro della crisi.

In questa prospettiva, il fronte UE è il più delicato. Anche se i governi dell’Unione si sono schierati in modo sostanzialmente compatto dalla parte di Kiev, il prolungarsi della guerra rischia di erodere questa posizione. L’interdipendenza che esiste, sul piano economico e commerciale, fra Mosca e vari Paesi dell’Unione, anche se in parte intaccata dalle sanzioni adottate già dopo il 2014, resta forte. Il Cremlino, dal canto suo, ha già lasciato trasparire la volontà di usare la leva economica (in particolare quella energetica) per aggirare alcuni degli effetti delle misure introdotte nelle scorse settimane, per minare la compattezza del fronte occidentale e approfondirne le crepe. Strumento per sua natura costoso anche per chi lo adotta, le sanzioni lo sono ancora di più per un’Europa che esce da due anni di difficoltà legate alla pandemia COVID-19. È, quindi, possibile che, su questo fronte, Biden incontri più di una resistenza alla sua politica di ‘stringere il cerchio’ intorno a Mosca. Il fatto che – a differenza di Stati Uniti e Gran Bretagna – l’UE non sia ancora riuscita a raggiungere un accordo su possibili sanzioni a carico del comparto energetico russo è un segnale indicativo in questa direzione.

Considerazioni simili valgono per l’opinione pubblica. Agli inizi di febbraio, una survey condotta dello European Council on Foreign Relations evidenziava come, in sette Paesi dellUnione (Finlandia, Francia, Germania, Italia, Polonia, Romania e Svezia), la maggioranza degli intervistati ritenesse l’afflusso di rifugiati, laumento dei prezzi dellenergia, gli attacchi cibernetici e la recessione economica rischi che valesse la pena correre per difendere Kiev dalla possibile invasione russa. Tuttavia, al netto delle evoluzioni che questi dati possono avere avuto nelle settimane successive (e di quelle, ulteriori, che potranno avere nelle prossime), altre rilevazioni, già prima dello scoppio del conflitto, fornivano un quadro più complessodella situazione, con la presenza di significativi sentimenti anti-NATO, per esempio, in Slovacchia e nei territori della ex Germania orientale. Nonostante il riallineamento (spesso più formale che sostanziale) di molte forze politiche già russofile o filo-putiniane, lo scenario appare, quindi, non proprio lineare e la bilancia del consenso potrebbe sperimentare altri spostamenti se gli effetti del conflitto dovessero farsi sentire in modo più diffuso di quanto è stato sinora.

A questi livelli, i margini d’azione della politica statunitense sono limitati. L’impegno di Washington ad accrescere l’export di LNG verso l’Europa per compensare la riduzione delle forniture russe si scontra con limiti non facili di superare, fra cui quelli legati alla disponibilità delle infrastrutture di rigassificazione, stoccaggio e distribuzione e all’attivazione di una catena globale di fornitura a sostegno dello sforzo del comparto energetico USA. Considerazioni simili valgono per altri impegni che Biden ha anticipato, primo fra tutti quello di sostenere in termini finanziari i Paesi che sono ‘in prima linea’ nell’accoglienza dei profughi in arrivo dall’Ucraina. Questo sostegno intacca, infatti, solo in parte le tensioni politiche che i flussi in entrata rischiano di produrre sia nei Paesi di destinazione, sia all’interno dell’UE, in mancanza di politiche di accoglienza adeguate. Secondo l’Alto commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR), i profughi in fuga dall’Ucraina sono, oggi, oltre 3.700.000, diretti prevalentemente in Polonia e, in misura minore, in Romania, Moldova, Ungheria e Slovacchia, oltre che in Russia e in Bielorussia: una ‘bomba a tempo’ la cui portata non sembra essere stata, sinora, valutata appieno e che potrebbe influire in modo pesante sugli sviluppi della crisi in corso.

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