mercoledì, Maggio 25

Ucraina: Turchia, ‘vorrei, ma non posso’? Nonostante le ambizioni e gli interessi, “Erdogan non ha l’autorità, l’autorevolezza e la forza per porsi come mediatore tra Mosca e Kiev”. Intervista ad Antonello Biagini, Professore emerito di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma

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In Ucraina, “gli attacchi devono cessare e, qualunque siano le condizioni e le aspettative per i negoziati, dovrebbe essere data loro una possibilità. Il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha già trasmesso questa proposta sia a Putin che a Zelensky. Ieri, in una telefonata con  Zelensky, il Presidente dell’Ucraina ha ribadito di nuovo di essere pronto a incontrare Putin a Istanbul, Ankara, o dove vuole. Il nostro Presidente aveva già consegnato questo messaggio a Putin” – ha affermato il portavoce presidenziale Ibrahim Kalin ai microfoni di ‘Trt Haber’ – “Continueremo il nostro lavoro in questa direzione. Avere un tale incontro avrà necessariamente un effetto positivo sulla guerra, riducendone l’intensità, riducendone le perdite. Come Turchia, siamo pronti a fare la nostra parte”, ha spiegato Kalin, annunciando un possibile colloquio telefonico domani tra Erdogan e Putin.

Sempre oggi, nelle stesse ore pomeridiane in cui il Premier israeliano Naftali Bennett era a Mosca in missione presso il Cremlino, il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha parlato al telefono con il collega russo Sergej Lavrov, ma anche con il proprio omologo ucraino Dimitry Kuleba. Entrambi le telefonate utilizzate per fare il punto sugli ultimi sviluppi derivati dall’attacco russo contro l’Ucraina, ma anche indicative del ruolo di mediatore che Ankara vorrebbe giocare. L’occasione per un tavolo in territorio terzo, secondo il governo ucraino, potrebbe essere il Forum diplomatico in programma ad Antalya, in Turchia, l’11 marzo.

Contemporaneamente, il Vice Segretario di Stato americano Wendy Sherman è impegnata in un tour di una settimana che la porterà in Turchia, Spagna, Marocco, Algeria ed Egitto. A farlo sapere è stato lo stesso Dipartimento di Stato, che,  annunciando l’incontro di Sherman con l’omologo turco, Sedat Onal, ha reso noto che sul tavolo ci saranno la “premeditata, ingiustificata, immotivata, invasione dell’Ucraina” e gli “interessi comuni di Turchia e Stati Uniti nel sostenere l’Ucraina”. L’incontro seguirebbe una telefonata del Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu con l’omologo americano Anthony Blinken.

Va detto che la Turchia, come altri Paesi mediorientali, non ha mai nascosto il suo attivismo diplomatico nella ricerca di una mediazione tra Russia e Ucraina, che evitasse l’attacco russo. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha visitato l’omologo ucraino Volodimir Zelensky lo scorso 3 febbraio e ribadito piu’ volte il sostegno della Turchia all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, ma ha ammesso il fallimento del tentativo da lui stesso imbastito a febbraio di organizzare un vertice a tre a Istanbul cui avrebbero partecipato i presidenti di Russia e Ucraina e definito la guerra in corso “un incubo che è divenuto realtà”.

Il Presidente turco insiste per incontrare il collega russo Vladimir Putin per tentare di convincerlo a desistere dall’invasione che lo stesso Erdogan non si è tirato indietro dal condannare, definendola “inaccettabile”: “Non rinunceremo nè alla Russia né all’Ucraina, ma continueremo a difendere l’integrità territoriale e la sovranità dell’Ucraina”.

A pochi giorni dall’inizio delle ostilità, Zelensky aveva messo in imbarazzo Erdogan con un tweet nel quale ringraziava Ankara per aver chiuso gli Stretti del Bosforo e del Dardanelli al passaggio di navi da guerra russe, decisione che, in realtà, la Turchia si era tenuta ben lontana dal prendere.

Per quanto grave sia la guerra in Ucraina, un accordo internazionale firmato nel 1936 impedisce che peggiori ulteriormente: è la Convenzione di Montreux che conferisce alla Turchia il controllo sulla via d’acqua tra il Mar Nero, sede di una grande forza navale russa , e il Mar Mediterraneo e oltre. Essa pone dei limiti al passaggio di navi civili e militari da guerra attraverso i Dardanelli e lo stretto del Bosforo, che con il Mar di Marmara tra loro formano il collegamento marittimo tra il Mar Nero e il Mediterraneo. L’accordo internazionale è stato firmato da Australia, Bulgaria, Francia, Grecia, Giappone, Romania, Jugoslavia, Regno Unito, Unione Sovietica e Turchia ed è in vigore dal novembre 1936.

Quattro sono le disposizioni chiave della Convenzione di Montreux CheBanda regolano quali navi possono entrare nel Mar Nero in tempo di guerra:

  1. La Turchia può chiudere lo stretto alle navi da guerra di parti belligeranti in tempo di guerra o quando la Turchia stessa è parte in guerra o minacciata dall’aggressione di un’altra nazione.
  2. La Turchia può chiudere lo stretto alle navi mercantili appartenenti a paesi in guerra con la Turchia.
  3. Qualsiasi paese con costa sul Mar Nero – Romania, Bulgaria, Georgia, Russia o Ucraina – deve notificare alla Turchia con otto giorni di anticipo la sua intenzione di inviare navi da guerra attraverso lo stretto. Altri paesi, quelli che non si affacciano sul Mar Nero, devono dare alla Turchia un preavviso di 15 giorni. Solo le nazioni del Mar Nero possono inviare sottomarini attraverso lo stretto , solo con preavviso e solo se le navi sono costruite o acquistate al di fuori del Mar Nero.
  4. Solo nove navi da guerra possono passare attraverso lo stretto alla volta e ci sono limiti alle dimensioni delle navi, sia individualmente che in gruppo. Nessun gruppo di navi può superare le 15.000 tonnellate . Le moderne navi da guerra sono pesanti, con fregate di circa 3.000 tonnellate e cacciatorpediniere e incrociatori di circa 10.000 tonnellate. Le moderne portaerei sono troppo grandi per essere attraversate e comunque non sono consentite dalle regole turche.

La Turchia ha già utilizzato i poteri della Convenzione in precedenza. Durante la seconda guerra mondiale, la Turchia chiuse lo stretto alle navi da guerra appartenenti alle nazioni combattenti. Ciò ha impedito alle potenze dell’Asse di inviare le loro navi da guerra ad attaccare l’Unione Sovietica e ha impedito alla marina sovietica di partecipare ai combattimenti nel Mediterraneo . Nella situazione attuale, che pone il governo turco in una posizione difficile , poiché sia ​​l’Ucraina che la Russia sono partner importanti negli accordi commerciali energetici e militari, la Turchia ha deciso di applicare “letteralmente” si è avvalsa della facoltà che le attribuisce la Convenzione, permettendo solo il passaggio di navi militari registrate presso i porti del Mar Nero, solo una da quando è iniziato il conflitto e negando il nulla osta a 3 navi dirette verso le basi navali russe. Ma, fino a quel momento, navi e sottomarini erano già passati nelle settimane precedenti l’inizio del conflitto.

Inoltre, la Turchia si è astenuta dalle sanzioni decise dal Consiglio d’Europa nei confronti di Mosca – che sia Erdogan che il Ministro degli Esteri turco Cavusoglu hanno definito ‘inutili e controproducenti’ – non ha chiuso lo spazio aereo alla Russia, ma ha votato a favore della risoluzione di condanna dell’invasione russa in sede ONU. 

Negli ultimi giorni, il Presidente turco ha sferzato l’Ue, che ha aperto all’integrazione dell’Ucraina dopo il discorso di Zelensky al Parlamento Europeo: “Li hanno tenuti in attesa per anni e ora si ricordano dell’Ucraina, forse aspettano che qualcuno invada la Turchia per farci entrare in Europa” che, a suo dire, è “inefficace, priva di visione comune”. Ha preso di mira anche la NATO definendola ‘indecisa e non incisiva’.

Contro l’Alleanza Atlantica si è scagliato anche l’imprenditore turco Ethem Sancak – ritenuto in stretto contatto con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – che all’emittente RBC ha dichiarato: “Il conflitto tra Ucraina e Russia non deriva dalle relazioni tra i due Paesi” che condividono una parte di storia e cultura, ma “dalla NATO, dalla sua espansione”. In questo senso – ha evidenziato – le tensioni tra Mosca e Kiev sarebbero  aumentate perché l’Ucraina “ha deviato dal suo processo storico” andando verso la NATO, di cui è diventata il “burattino”, ma che sarebbe un’organizzazione “usata dagli Stati Uniti come strumento per promuovere la loro egemonia”, con l’utilizzo di concetti come democrazia, agitati in modo discrezionale. “Tutti quelli che chinano la testa all’Occidente diventano immediatamente umani, democratici, rispettosi dei diritti umani. Ma quelli che, al contrario, proteggono i loro interessi nazionali diventano trasgressori della legge: Si mostrano come umani, ma sappiamo come in Iraq, per esempio, in 3 giorni hanno inventato una bugia e condotto un’operazione che ha causato la morte di tre milioni di persone”. Sempre a detta di Sancak, l’operazione russa sta procedendo lentamente “in modo che non ci siano vittime civili”, mentre Mosca sta anche “ogni giorno dando all’Ucraina la possibilità di cambiare idea” sulla sua possibile adesione alla NATO perché “l’obiettivo della Russia è che l’Ucraina non diventi un paese NATO e questa opportunità esiste ancora”.

“La Russia è il partner strategico della Turchia per il futuro”, ha osservato Sancak, ma, in realtà, quella che abbiamo visto svilupparsi nel corso degli anni è stata una relazione continuamente oscillante tra la collaborazione e la competizione, ma fortemente sbilanciata a favore di Mosca: la Russia, infatti, si attesta il terzo partner commerciale della Turchia, dopo Germania e Cina, con uno scambio dal valore di 34,7 miliardi di dollari nel 2021, ma anche il secondo fornitore dopo la Cina con 29 miliardi di dollari di importazioni turche e solo 6 miliardi di dollari di esportazioni turche. Occorre poi ricordare il fattore turistico visto che sono russi una parte importante dei turisti che ogni anno visitano la Turchia: solo nel 2021, sono stati 4,7 milioni, il 19% del totale.

Ma a farla da padrone nel rapporto economico tra i due Paesi è il dossier energetico: la Turchia dipende dalla Russia per il 33% del fabbisogno di gas (che arriva attraverso i gasdotti che corrono sotto al Mar Nero, Blue Stream e del TurkStream) una quota alta, ma dimezzata rispetto a 10 anni fa anche grazie alle forniture azere, la cooperazione energetica su è allargata al nucleare, in nome della quale la società russa Rosatom sta costruendo la prima centrale nucleare turca nell’Anatolia meridionale, in grado di produrre circa il 10% del fabbisogno di elettricità del Paese a partire dal 2025.

Superate le crisi dell’aereo russo abbattuto dai turchi al confine siriano e dell’ambasciatore Karlov assassinato ad Ankara, parallelamente alla collaborazione/contrapposizione in teatri di crisi come la Siria, la Libia o il conflitto per il Nagorno-Karabach tra Armenia e Azerbaigian, la Turchia si è poi rivolta a Mosca nel 2019 per acquistare il sistema di difesa missilistico russo S-400. Un vero sgarbo alla NATO costato ad Ankara l’imposizione di sanzioni da parte americana oltre che l’espulsione dal programma F-35. 

Come ai tempi dell’Impero ottomano, l’Ucraina è, invece, importante per la Turchia per ridurre la pressione russa sul Mar Nero: questo spiega la riottosità turca a riconoscere l’annessione russa della Crimea, ma anche la crescita del rapporto commerciale con turco-ucraino: secondo la Camera di Commercio di Istanbul (Ito), nel 2021 il volume commerciale superava i 7,4 miliardi di dollari Usa e nel 2022 l’obiettivo è raggiungere i 10. Solo nell’ultimo incontro avvenuto il 3 febbraio sono stati firmati ben 8 accordi commerciali tra Erdoğan e Zelensky. La collaborazione tra i due Paesi è in forte espansione, soprattutto nel campo militare. Dal 2014, le compagnie di difesa turche sono state sempre più impegnate in Ucraina e nel 2019 hanno venduto al Paese droni che gli ucraini considerano significativi nel rallentare l’avanzata russa. La Turchia ha venduto all’Ucraina i droni armati di ultima generazione Baykar TB2, poi usati dall’esercito di Kiev nella crisi del Donbass negli ultimi anni e che continuano a creare non pochi danni c all’esercito russo anche negli ultimi giorni. Circostanza che ha infastidito Putin non poco, anche alla luce del fatto che i droni TB2 vengono ora prodotti direttamente in Ucraina nell’ambito della collaborazione tra i due Paesi. La Baykar ha iniziato ad investire in Ucraina acquistando un terreno è stato acquistato non lontano dalla base militare di Vasylkiv e avviando una collaborazione per la fornitura di turbopropulsori con la ucraina Motor Sich..

Il tema è tornato ultimamente molto spinoso quando John Kirby, il portavoce del Ministero della Difesa nazionale statunitense, ha sostenuto, il 4 febbraio, durante l’ordinaria conferenza stampa, che Mosca si stava preparando per divulgare un finto video in cui avrebbe sostenuto che i droni turchi comandati da Kiev avrebbero colpito le postazioni russe così la Russia avrebbe legittimato un eventuale intervento militare in Ucraina.

Va poi ricordato che sono ucraini 2.2 milioni di turisti annualmente visitano la Turchia, ma anche che l’attenzione turca all’Ucraina è anche conseguente a quella rivolta ai tartari, una minoranza di lingua turca e musulmana che costituisce circa il 10% della popolazione della penisola di Crimea, anche se una diaspora tartara consolidata e politicamente impegnata si trova anche in territorio anatolico.

L’equidistanza e la mediazione, dunque, e il no alle sanzioni sarebbe la via scelta da Ankara, ma anche comprensibilmente: come per tutto il resto del mondo, anche la Turchia subirà gli effetti della guerra, con forti rialzi del prezzo del petrolio, del gas, ma anche del grano (che importa, come gran parte dai Paesi europei, da Russia e Ucraina). Solo che, con un’inflazione già ufficialmente al 55% e la lira turca che nel 2021 ha perso il 45% del proprio valore rispetto al dollaro che hanno già causato bruschi rialzi dei generi alimentari e dei trasporti, la guerra tra due grandi partner di Ankara è il colpo di grazia per una parte della popolazione, ma, potenzialmente, anche per la leadership di Erdogan in vista delle elezioni del 2023: la Confindustria turca stima le perdite per la Turchia dovute alla guerra tra i 35 e i 50 miliardi di dollari a cui andrebbero sommate le perdite nel settore turistico, che costituisce il 13% del PIL turco.

«Ankara è in una buona posizione per dare il suo contributo perché ha buone relazioni sia con la Russia che con l’Ucraina», ha sostenuto il diplomatico turco Tacan Ildem, già assistente del Segretario Generale della NATO. “Noi  dobbiamo fare lo sforzo più unitario possibile per portare a un tavolo negoziale Putin. E questo non può che avvenire con l’inclusione di soggetti terzi, che non siano né l’Europa, né gli Usa, né la Russia stessa”, quindi “Cina, India e Turchia, i grandi Paesi che hanno un rapporto con l’Occidente, ma hanno anche mantenuto un rapporto con Putin. L’Europa e l’Italia non sono in guerra con la Russia e l’escalation non è il nostro obiettivo” ha rilanciato il Segretario del PD, Enrico Letta.
Ma Ankara può effettivamente svolgere il ruolo di mediatore? Ed è per questo che sembra mantenere un atteggiamento cauto per non dire ambiguo? Lo abbiamo chiesto ad Antonello Biagini, Professore emerito di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università La Sapienza di Roma, oltre che Presidente della Fondazione Roma Sapienza.
Presidente Biagini, come si sta muovendo la Turchia, Paese membro della NATO, nella crisi ucraina? Come valuta il voto turco sulla risoluzione ONU di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina e il rifiuto di Ankara di imporre le sanzioni? 
A mio modestissimo avviso, è un modo per stare sulla scena, ma non intende schierarsi, rendendosi più autonomo, anche se il voto all’ONU accentua la sua tendenza verso la Russia e meno verso la NATO. Teniamo anche conto che i Paesi che si sono astenuti fanno un totale di 3 miliardi di persone. Questo è un segnale molto grave perché l’astensione è, di per sé, un voto contrario. In presenza di un conflitto, e su questo dobbiamo essere chiari, chi usa la violenza, anche se ha ragione, passa dalla parte del torto. Questo sia sul piano del diritto interno che internazionale, al di là delle motivazioni storiche. Non credo che la Turchia potesse fare diversamente. Molto spesso le sanzioni non hanno avuto una grande importanza per il Paese sanzionato: lo abbiamo visto con Cuba, con il Sudafrica, dove non hanno avuto grandi risultati. In più, oggi, la Russia ha la Cina dietro le spalle, e quindi, secondo una certa previsione, tutto quello che non si prenderà più in Occidente, si prenderà in Oriente. Il problema è che oggi  la NATO, in questa crisi, una certa posizione l’ha presa. Non solo l’Unione Europea ha preso delle decisioni storiche – come la fornitura di armi alla resistenza ucraina o l’attivazione di meccanismi per la Protezione Temporanea dei profughi – ma sulle sanzioni, anche l’UE si era inizialmente divisa. Sono state messe su tutto tranne che sul gas, elemento vitale per l’Europa. La Turchia, stando nella NATO, dovrebbe attenersi alle decisioni che prendono gli altri Alleati, ma l’Alleanza decide su sanzioni militari, ma non su quelle economiche. Io credo che, per quanto si possa immaginare, Erdogan non ha l’autorità, l’autorevolezza e la forza per porsi come mediatore tra Russia e Ucraina. Un mediatore serve, soprattutto a conflitto già iniziato. Si sono innescati dei meccanismi che, invece di favorire il negoziato, potrebbero portare, grazie anche alle armi fornite dall’UE, gli ucraini a resistere più a lungo e Putin ad aumentare la sua offensiva, come testimonia la minaccia dell’uso delle armi nucleari.
Considerato che la Turchia, attualmente fragile dal punto di vista economico, dipende per il 40% dal gas ed intrattiene un grande scambio commerciale con la Russia, non ci si poteva attendere un atteggiamento diverso…
Questa è una motivazione che sicuramente incide, però ritengo che la prima motivazione sia quella di rimanere sulla scena. Teniamo conto che in questa epoca si è saldata una forte vicinanza tra la Russia e la Cina – che non si era verificata neanche all’epoca di Stalin e Mao – un vero e proprio capovolgimento come quello che si è spesso concretizzato nelle relazioni tra Mosca e Ankara, costrette, anche a collaborare, recentemente, in molti teatri in Medio Oriente.
Al contempo, c’era in ballo la questione degli Stretti del Bosforo e del Dardanelli, il cui attraversamento è regolato dalla Convenzione di Montreaux che attribuisce alla Turchia l’ultima parola. Pochi giorni fa, Erdogan ha deciso di applicare la Convenzione per cui, non essendo la Turchia in guerra, è stato impedito il passaggio di nave da guerra, russe, ma anche alleate. A detta del capo della diplomazia turca era necessario in quanto ‘stato di guerra’. Secondo i critici, in fondo, Ankara non ha fatto un grande smacco a Mosca, dato che le navi da guerra russe erano già entrate nelle settimane passate, ma anche perché resta consentito il passaggio delle navi che devono tornare nelle loro basi sul Mar Nero. Lei che idea si è fatto?
Io direi che, al netto di quelle che possono essere le sfumature diplomatiche, Ankara ha assunto una posizione con una propensione politica maggiore verso la Russia, anche giustificata da questo discorso di mantenere aperto un canale di dialogo. Qualcuno dovrebbe preoccuparsi proprio di chi dovrebbe fare questa trattativa in futuro, però non credo che la Turchia abbia questa forza e questa autorevolezza necessaria per interporsi tra i due contendenti, anche perché gli scenari sono due: o la Russia occupa tutta l’Ucraina e la sottomette – salvo poi, magari, ritirarsi o tenere solo delle parti, con delle Repubbliche o staterelli – oppure, comunque, la guerra si è già prolungata troppo per Putin. Non sappiamo, inoltre, quale effetto potrebbe aver avuto sul fronte interno russo, perché non credo che l’opinione pubblica russa, anche se non urla troppo, sia molto favorevole al conflitto.
Ma tornando agli Stretti, Erdogan non ha un po’ le mani legate? La Convenzione di Montreaux è, come sostiene per primo il leader turco, obsoleta?
Bisogna ricordare che la Convenzione di Montreaux è costata secoli di trattativa, ragion per cui nessuno nel corso del tempo ha mai pensato di metterci mano: un po’ perché nella contrapposizione tra Est e Ovest, la Turchia era un bastione della NATO e, quindi, il problema non si poneva o, quantomeno, non si poneva in modo così drammatico. Ci fu, soprattutto negli anni ‘80, l’allarme per il passaggio delle navi da guerra russe, ma c’era ancora un equilibrio dato dai due poli guidati da Stati Uniti e Unione Sovietica: ci potevano essere delle fughe in avanti, ma poi ci si fermava sempre in tempo. Oggi, invece, siamo in presenza di un eccesso di variabili che, in qualche modo, non governa il sistema delle relazioni internazionali e, quindi, quando si dice che può succedere di tutto, non si dice una cosa allarmistica. In questo senso, certo che la Convenzione di Montreaux andrebbe rivista in quanto non adatto ai tempi nuovi, però chi potrebbe metterci le mani? È ovvio che la Turchia farebbe muro, come avrebbe fatto in passato, a chiunque volesse mettere in discussione il suo ruolo. Per questo motivo, nessuno ha interesse ad aprire un fronte diplomatico su questo tema, anche perché il clima internazionale non si presta.
La crisi ucraina potrebbe dare nuova linfa all’ambizione di Erdogan di costruire Kanal Instanbul, un canale che dovrebbe collegare il Mar Nero e il Mar Mediterraneo, ma senza il vincolo della Convenzione di Montreaux?
Certo, perché avrebbe maggiore spazio di manovra. Bisogna anche tener conto che i regimi autoritari hanno sempre bisogno di lanciare queste opere ciclopiche perché assorbono manodopera e, quindi, attenuano le fragilità dell’economia.
In verità, sugli Stretti, a tirare per la giacchetta il Presidente Erdogan – che fino ad allora aveva mantenuto una posizione ambigua – era stato il Presidente ucraino, Volodimyr Zelensky, che, in un tweet, aveva ringraziato il supporto della Turchia per la decisione di negare l’accesso alle navi russe. Nelle ore successive, Ankara aveva negato e la Russia aveva confermato di non aver ricevuto notifiche al riguardo da parte turca. Quella ‘fuga in avanti’ di Zelensky ha messo alle strette Erdogan?
Secondo me, in questa crisi, c’è anche molta improvvisazione perché è assolutamente verosimile che quel tweet di Zelensky abbia accelerato certe decisioni della Turchia piuttosto che rallentarle, creando in Erdogan il bisogno di chiarire la sua posizione. Ma gli fa anche gioco perché, essendo, dal punto di vista interno, in calo di popolarità ed avendo la Turchia un’economia fragile, assumere un atteggiamento pacifista, autonomo rispetto agli altri, potrebbe tornargli utile per tentare di riconquistare un certo consenso interno.
La Turchia ha definito ‘inaccettabile’ l’invasione russa dell’Ucraina, ma una presa di posizione più dura nei confronti della Russia e più allineata alla NATO, sarebbe, dunque, impopolare?
Intanto, è un modo per dichiararsi non proprio allineato con l’Occidente, che, tra l’altro, fa molte rimostranze sul fatto che non è un regime democratico. Quando i sistemi politici sono autoritari, è chiaro che le decisioni dei leader possono appartenere sia ad una valutazione fatta prima, sia di carattere estemporaneo, quindi scaturite da irritazione per una dichiarazione fatta, senza la necessaria riflessione diplomatica. Secondo me, quella Ucraina è una buona occasione per Erdogan dal punto di vista interno, ma anche per consolidare quel rapporto con la Russia, con cui ha cooperato molto bene in Medio Oriente.
A proposito del consenso, Erdogan non ha mai nascosto la volontà di ergersi a difensore dell’Islam. È nota la presenza, in Ucraina, soprattutto in Crimea, di una minoranza islamica, i tartari. Sta incidendo ed inciderà sulle mosse del Presidente turco?
La minoranza dei tartari è ridotta ai minimi termini, ma, paradossalmente, potrebbe peggiorare le cose se è vero che il Vice Patriarca disse che ‘era dovere difendere i sacri confini come ortodosso’. In questo senso, non credo che Erdogan intenda difendere i tartari, visto che sono una minoranza molto esigua.
È pur vero, però, che, fin dall’Impero Ottomano, l’Ucraina ha sempre rappresentato un argine alla pressione russo-zarista sul Mar Nero. Qualora Putin conquistasse l’intera Ucraina o, comunque, riuscisse a prenderne una parte, questo non aumenterebbe la pressione russa sul Mar Nero e, quindi, sulla Turchia?
Sul Mar Nero sì, ma non riterrei questo scenario probabile: l’interesse russo era quello di non farsi arrivare la NATO ai confini. Ritirare fuori questi miti, che sono veri, ma ci portano fuori strada. Se l’obiettivo di Putin è non avere in Ucraina il sistema di armamenti NATO, bisognava trovare un compromesso per evitare che tutto questo avvenisse. Una volta accaduto, uscire da questa situazione è molto più complicato.
Una delle condizioni poste da Putin per le trattative con Kiev è il riconoscimento della Crimea come russa. Il che, tuttavia, non turba Ankara, giusto?
No, anche perché la Crimea è sempre stata russa, al massimo data in amministrazione all’Ucraina.
“In nome dei nostri interessi nazionali” – “Non abbandoniamo né Mosca né Kiev”, ha dichiarato il Presidente turco. Perché l’Ucraina è molto importante per Erdogan?
Secondo me, è stata una dichiarazione per mantenere l’equidistanza. Non credo che per Ankara l’Ucraina abbia questa grande importanza dal punto di vista economico, salvo che da lì passano i gasdotti.
Sicuramente, l’Ucraina è stato, soprattutto negli ultimi mesi, un buon cliente per i droni turchi, i famosi Bayraktar TB2, che tante difficoltà sembrano aver creato anche all’offensiva russa. 
Questa è una vendita, ma è residuale, non così cogente, fondamentale.
Secondo il portavoce di Erdogan, è possibile che Putin senta telefonicamente l’omologo turco. Già in passato, Erdogan aveva provato a fare da mediatore, ma con scarso successo. L’essere membro della NATO e l’aver venduto droni a Kiev, di per sé, non taglia sul nascere le ambizioni turche di mediazione, anche se alimentate da parte occidentale?
Nel giro della vendita sulle armi, è sempre difficile trattare. È un elemento che potrebbe entrare in gioco nel momento in cui ci fosse un contenzioso russo-turco, ma, in questa fase, non è interesse di nessuno sollevare il problema. Io ritengo che la Turchia non abbia nessun potere, nessuna autorevolezza per poter mediare nulla. Che poi ogni singolo leader possa immaginarsi di fare da mediatore, è un altro discorso. Parliamo, comunque, di una potenza regionale.
Molti sostengono che, paradossalmente, Putin ha ottenuto l’effetto opposto a quello sperato: unire la NATO e non dividerla. È così? O l’esempio turco dovrebbe spingere a maggiore cautela, facendo finta di non vedere delle crepe che, comunque, ci sono?
Non c’è dubbio. C’è un problema in questa fase: se c’è un’Alleanza e questa Alleanza fa delle scelte che un Paese non condivide, se vuole continuare a far parte di quell’Alleanza, deve adeguarsi anche se non condivide, come storicamente è successo nel corso degli ultimi settant’anni, dove non tutti erano sempre d’accordo al 100%, ma alla fine accettavano. Anche in questo caso, la NATO sembra un po’ più compatta, ma il giorno in cui ci fosse un conflitto vero, tutti i Paesi saranno costretti a fare i conti con l’appartenenza a questa Alleanza.
L’equilibrismo di Erdogan, alla fine, non potrebbe avere più costi che benefici? In altre parole, Erdogan non rischia di scottarsi?
Un Paese può fare quello che vuole, ma non può essere il risolutore di una crisi dai contorni ancora fortemente incerti nella sua soluzione. Non c’è dubbio che rimanere sempre sulla linea di confine possa diventare pericoloso perché se Putin dovesse uscire sconfitto perché viene detronizzato – perché non ottiene gli obiettivi prefissati o perché l’opinione pubblica interna che soffrirà deciderà di ribellarsi – tutto questo attivismo di Erdogan non produrrà alcun effetto. Il Presidente turco, anche sulla base del ruolo che si è ritagliato in Medio Oriente, ha cominciato a credere di poter avere un ruolo mondiale, ma non è così.
Siria e Libia sono i due maggiori teatri in cui, negli ultimi anni, la Turchia, in questa sua ricerca di un ruolo più internazionale, si è trovata a dover avere a che fare, in ‘geometrie’ diverse, con la Russia. La cautela mostrata da Erdogan nel tentare di tenere aperto un canale di dialogo con Putin è anche figlia del timore di conseguenze su altri scacchieri in cui sia Russia che Turchia sono coinvolte?
A mio avviso, la cautela di Erdogan è dovuta solamente alla sua aspirazione di voler avere un ruolo internazionale, che, ormai, quasi nessuno gli stava più riconoscendo. Può essere tutto vero, ma oramai la questione della Siria si è chiusa e non si riaprirà a breve. Quell’Alleanza ha funzionato in quella situazione, ma non può funzionare sempre e dovunque.
La decisione turca di non imporre sanzioni alla Russia potrebbe suscitare reazioni da parte occidentale? 
Non credo perché le sanzioni si decidono, ma poi ognuno immagina come aggirarla. Quindi, non vedo come sarebbe possibile imporre sanzioni alla Turchia per questo, anche perché salterebbe il quadro. La crisi, del resto, va contenuta, ma, oggi, ancora non abbiamo le chiavi in mano di un processo di pace. Al momento, per il solo errore di un soldato di un battaglione a Kiev, rischiamo una terza guerra mondiale, che sarebbe nucleare.

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