venerdì, Luglio 1

Ucraina: siamo al nuovo ‘whatever it takes’ di Draghi? La telefonata tra Draghi e Putin di ieri per liberare il grano fermo nei porti sul Mar Nero, le 'voci' di uno scambio tra i prigionieri della Azovstal e l'oligarca Medvedchuk, starebbero a dimostrare che ci sono aperture alla trattativa da parte russa. C'è un grosso ostacolo: la NON-volontà di USA e GB di trattare la pace

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Allo stato dei fatti, circa la guerra in Ucraina, l’impressione è che la Russia, per ora apparentemente sorda alle proposte di pace o di cessate il fuoco, voglia sferrare ancora un attacco molto violento per occupare un’altra buona parte del Donbass, se non tutto. Intendo, ancora più di quello già iniziato. Ma, e non lo sottovaluterei, mostra anche qualche apertura, come sul grano fermo nei porti sul Mar Nero. E direi che la telefonata tra Mario Draghi e Vladimir Putin di ieri proprio questo starebbe a dimostrare.
Ma, come dicevo, la sordità russa alle proposte di pace, tra cui in primo luogo quella di Draghi, che ha il gradissimo pregio di essere più che una proposta di soluzione, l’offerta di un ‘metodo’ per addivenire ad una soluzione contrattuale, ho l’impressione che sia, in realtà, tesa proprio a iniziare una trattativa seria.
Naturalmente mi sbaglierò  -perché sono filo-Putin, appena ieri una gentile signora amante dei cani, a me legata da vincoli di affinità, me lo diceva rudemente-,  ma la mia impressione è che ora, da parte russa, ci sia voglia di cercare una soluzione. Lo dimostra il colloquio di ieri Draghi-Putin, ma non solo. Anche levocidei giorni scorsi circa una disponibilità a uno scambio diprigioniericon Kiev indicano che, in realtà, si tratta, cioè di nuovo ci si parla, e non solo a livello di ufficiali sul campo.

 

Ho scritto ‘prigionieri’ tra virgolette. Perché prigionieri in senso tecnico sono i reduci della Azovstal. I quali si sono arresi, forse su richiesta di Kiev, ma certamente perché una resistenza in quella acciaieria era lo stesso che morirci. Una volta tanto, ci sia stato o meno un ordine, ha prevalso la razionalità. Poi, quello che succederà -diciamo le cose come stanno- non possiamo saperlo.
La Russia, però, ha dichiarato, se ho ben capito, che tratterà quei prigionieri secondo le norme di diritto internazionale vigenti … i giornalisti dicono ‘le leggi internazionali’, ma, si sa, l’ignoranza del diritto internazionale è molto diffusa, in Italia almeno. Se quella affermazione ha un senso, significa che gli ex combattenti potranno essere chiusi in un campo di concentramento o quel che sia, ma non potranno essere interrogati, meno che mai torturati, e egualmente nonprocessati‘ -di nuovo tra virgolette, perché di cosa possono essere considerati prima facie colpevoli? Di aver combattuto in guerra: è il compito dei soldati. Poi, se abbiano commesso crimini extra rispetto ai combattimenti, è altra cosa e va giudicata a parte, a guerra finita, magari utilizzando le norme dello Statuto della Corte penale internazionale, ad esempio, per il dubbio legittimo che quei reparti (su ordine o no di Kiev) abbianotenutodei civili con loro come scudi umani. Le cose vanno tenute ben separate. Sta in fatto che, in quanto prigionieri di guerra, non possono essere processati per nulla, poi, a guerra finita, se ne riparla, magari alla luce dello Statuto della Corte penale internazionale.
Tutto ciò, detto incidentalmente, allo stato dei fatti, gli ucraini non hanno fatto, anzi: hanno processato un soldato russo prigioniero, e lo hanno condannato in 24 ore, per avere sparato a un civile.

Io, lo confesso, sono sempre diffidente quando qualcuno viene condannato in processi lampo. Ma più di ciò non posso dire, salvo che in quanto combattente in guerra a quel soldato sarebbero spettate le garanzie previste dalle Convenzioni dell’Aja e di Ginevra. Ripeto, non entro nel merito, perché non so come siano andati i fatti e perché sia stato condannato. Io preferisco i processi pubblici e trasparenti, magari troppo lunghi, ai processi fulminei, nei quali si controlla ben poco e sanno molto di ‘regime’. Mi domando solo se, in questo come in altri casi, si sia tenuto conto, da parte del tribunale, del fatto che il Governo ucraino, pochi giorni prima dell’inizio della guerra, aveva invitato tutti i cittadini (ripeto: tutti i cittadini) ad armarsi. Un cittadino, un civile (se preferite questa espressione) armato, in guerra, è per definizione un combattente, e quindi fino a prova del contrario va trattato come tale. È stato il vanto dei nostri partigiani averlo preteso e, a guerra finita, avere avuto la soddisfazione di vederlo dichiarato nelle Convenzioni di Ginevra e nei relativi Protocolli.
Che volete, io ho la fissa del diritto, della legge, come direbbero i giornalisti nostrani, e quindi prima di dire qualcosa cerco di capire se e quali norme siano implicate nella fattispecie!

Dicevo ‘prigionieri’ tra virgolette perché la proposta di scambio, a quanto capisco, sarebbe tra uno o più combattenti della Azovstal, e un civile in senso pieno, e cioè, come dicono i giornali, «l’oligarca Medvedchuk», Viktor Medvedchuk.
Ora, va premesso che io non capisco e continuo a non capire cosa diamine sia un ‘oligarca’, russo o ucraino che sia, a meno che non voglia semplicemente dire ‘ricco’. Se è così, per carità io sono di sinistra, amo i lavoratori veri, mi arrabbio con gli Agnelli e quant’altri, ma ritenere che essere ricco (senza imbrogli!) sia un reato, francamente non mi appartiene.
Sta comunque in fatto che Medvedchuk è stato arrestato «per aver realizzato profitti dal loro impianto petrolifero, con sede in Russia, verso le regioni separatiste nell’Ucraina orientale, che per le leggi ucraine si qualifica come finanziamento del terrorismo» (cito da ‘Rainews‘), e che, sarà un caso, era il capo politico di un partito ucraino, sconfitto da Volodymyr Zelenski.
Ora, per carità, se uno considera i ‘separatisti’ ucraini dei terroristi per il solo fatto di essere tali, faccia pure, ma a me sembra una cosa alquanto illiberale (se mi posso permettere), ma, ciò pure posto, io divento diffidente, molto diffidente, ‘diffidentissimo’, quando, guarda caso, il capo di un partito politico avverso a quello vincente viene arrestato. Suvvia, un pizzico di dubbio non viene anche a voi?
Ma sia come sia, il predetto Medvedchuc non è un combattente, e quindi uno scambio con dei prigionieriregolari‘, per così dire, mi lascia perplesso. Non solo e non tanto per il fatto in sé, quanto per il fatto che Medvedchuc è accusato di reati comuni‘ in Ucraina, e mi domando che razza di sistema giuridico sia, insomma che razza di stato di diritto sia, quello in cui il potere esecutivo può decidere della libertà di una persona sotto regolare processo.

 

Torniamo al punto di partenza, e cioè al tema della esistenza o meno effettiva di una possibilità di trattativa di pace.
Tutto, come dicevo, lascia credere che sia così, nonostante le rudezze verbali. Anzi, proprio i due fatti che ho citato -lo scambio di ‘prigionieri’ e l’inizio di una offensiva particolarmente violenta in Donbass da parte russa- militerebbero a favore di una vera volontà di trattare. È un ‘classico’ quello per cui, se vuoi trattare sul serio, fai vedere quanto sei forte per indurre la controparte a trattare per ridurre i danni. Chi ricorda la guerra del Vietnam, ricorderà che Richard Nixon, consigliato da Henry Kissinger -ieri preso di mira da Zelenski per aver ‘osato’ consigliare all’Ucraina la disponibilità a cedere territori in cambio della pace-, aprì la trattativa, mentre iniziava una serie di bombardamenti a tappeto del Vietnam del Nord, proprio per ‘facilitare’ l’accettazione della trattativa. Sarei, cioè, propenso a credere che questa possa essere l’ipotesi oggi, e che quindi lo scatenamento della nuova offensiva serva per lo più afacilitarela voglia di trattare e, intanto, a guadagnare terreno dal quale partire per eventualmente avere qualcosa da ‘cedere’.
Però, e non si può nascondere, c’è un grosso ostacolo, rilevato da un consigliere del Governo russo, Dmitrij Suslov, che elenca le difficoltà che derivano non da Zelenski (mai come ora, inesistente), ma dalla non volontà di USA e GB di trattare la pace: i due vogliono ancorasconfiggerela Russia. E al solito, si portano avanti con il lavoro, ad esempio con la proposta britannica di armare la Moldova, chiara nuova minaccia alla Russia. E sorvolo sulla ridicola proposta britannica di ‘mandare la Royal Navy’ nel Mar Nero a proteggere le navi col grano, dimentichi del fatto che la Turchia non li farebbe passare … ma si sa, magari i cannoni di Navarone!

Ciò posto, insomma, sarebbe ora che qualche potenza europea faccia non solo scoprire questa realtà, ma faccia capire a quei due che ora l’Europa vuole la pace, mettendo a tacere i galletti del pollaio europeo: Charles Michel e Ursula von der Leyen. Occorrono coraggio, abilità e fermezza per farlo. Mi sbaglierò, ma Draghi sembra su questa strada, dolcemente, certo, ma decisamente. Chissà che non si avvicini il momento di un altro ‘whatever it takes’.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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